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Fonterossa Days #10
Courtesy Laura Demi
Teatro S. Andrea
Pisa
25-26 aprile 2026
Taglia il traguardo delle dieci edizioni la rassegna Fonterossa Days, organizzata a Pisa da Francesco Mariotti e Silvia Bolognesi dedicata alla "comunità" che ruota attorno all'omonima etichetta indipendente, creata e curata dalla contrabbassista senese. Che quest'anno l'appuntamento cadesse nel fine settimana del 25 aprile è stata una coincidenza simbolica, visto che quella comunità, dedita qual è alla musica di ricerca e lontanissima da quella "confortevole" cui è abituato il mercato, sopravvive grazie a un lavoro di "resistenza" che ha un grane valore non solo artistico, ma anche civile.
Come ormai avviene da qualche anno, la rassegna si è articolata su due giorni, entrambi presso il Teatro S. Andrea: il sabato solo la sera e la domenica il pomeriggio e la sera. La prima serata che peraltro seguiva all'ultimo incontro seminariale dell'orchestra-laboratorio, presso il vicino Ex Wide si è aperta in modo festoso e informale con la presenza di Pino Saulo, giornalista e conduttore radiofonico che per oltre un trentennio ha costituito un punto di riferimento non solo per gli appassionati, grazie alle sue trasmissioni su Radio Tre e la curatela di centinaia di concerti sulla medesima rete, ma anche degli stessi musicisti, per l'attenzione che dedicava al loro lavoro, per la promozione indiretta dei passaggi radio e anche per l'etichetta discografica "Tracce," che ha prodotto la registrazione di alcuni progetti altrimenti difficilmente documentabili su disco.
Di alcuni Saulo ha fatto ascoltare estratti, parlandone con gli autori Emanuele Parrini e Pasquale Innarella, che subito dopo hanno dato vita al concerto che inaugurava la rassegna: quello del Mbizo Quintet, dedicato alla figura e alla musica di Johnny Dyani.
Appartenente al drappello di sudafricani fuggiti in Inghilterra a metà degli anni Sessanta e come gran parte di loro scomparso prematuramente, Dyani era il contrabbassista dei mitici Blue Notes, formazione che annoverava Chris McGregor al pianoforte, Dudu Pukwana al sax contralto e Louis Moholo alla batteria. Il quintetto a lui intitolato, accanto al violino e al sax tenore dei citati Parrini e Innarella, vedeva Kirk Knuffke alla cornetta, Silvia Bolognesi al contrabbasso ed Ermanno Baron alla batteria; in programma brani di Dyani accanto a originali che riprendevano lo spirito della musica della diaspora sudafricana: ritmi potenti e caratteristici, nei quali risuonano eco tribali, esplosiva miscela collettiva di New Thing e free jazz, ampi spazi per interventi solistici, talvolta sovrapposti. Un invito a nozze per i cinque musicisti, tutti appassionati di quella musica unica che ha lasciato un forte segno su tutto ciò che è venuto dopo, specie in Europa, e che hanno suonato meravigliosamente, nonostante la formazione che ambisce a non essere occasionale sia ancora in rodaggio. Poco da dire sui singoli, tutti noti e apprezzati, ma merita sottolineare la performance di Knuffke, musicista davvero molto originale.
Il giorno successivo le danze sono state aperte alle 17,30 da Nicolò Francesco Faraglia, che presentava il suo disco in solo Languages, appena uscito proprio per Fonterossa Records. Un concerto relativamente breve, molto raccolto (al punto che il pubblico non ha applaudito tra brano e brano, quasi fossimo a un concerto di classica), che ha proposto un "saggio" della varietà di scenari presenti nell'album: melodie raffinate, elaborati arpeggi fugati, elaborazioni ritmiche, ricerche timbriche, invenzioni elettroniche con l'ausilio dei pedali e molto altro, anche con eco di tradizioni esotiche. Tutto con grande cura e molta precisione, senza clamori e, a suo modo, con semplicità.
A seguire i Just Shouts di Silvia Bolognesi, formazione che ha già al suo attivo due album, ma che si presentava con alcune novità: la britannica residente in Italia Sigi Beare come nuovo sax contralto, Giovanni Nardiello alla batteria a sostiture una tantum il titolare Sergio Bolognesi e un nuovo nome al posto del precedente Young Shouts, imposto dal passare del tempo anche per coloro che in origine, nel 2018, erano ancora allievi di Siena Jazz. Il programma prevedeva brani provenienti dai due album più qualche nuova composizione. Protagonistaaccanto alla Bolognesi, solidissimo pernio sonoro attorno al quale ruota tutta la musica del gruppo Emanuele Marsico, nella doppia veste di trombettista e di singolarissimo cantante, capace di alternare toni scabri da bluesman a melodismi della propria tradizione partenopea. Da menzionare, comunque, sia Nardiello, eccellente, multiforme e apparentemente tutt'altro che un "sostituto," sia la Beare, dotata di un grande controllo della dinamica e di un'espressività assai personale, soffusa e rilassata, ma sempre pronta a esplodere con autorevolezza.
Dopo una breve pausa per la cena, la serata è continuata con il concerto forse più atteso, quello della pianista austriaca elizabeth harnik e del batterista percussionista sloveno Zlatko Kaućić, un duo che lavora assieme da anni (leggi la recensione del loro disco One Foot in the Air) ma che è piuttosto raro poter vedere dal vivo in Italia. Il concerto era interamente improvvisato e ha attraversato numerosi scenari, partendo da una sommessa e rarefatta ricerca di suoni direttamente sulle corde per la pianista, con l'utilizzo delle mani nude e di vari oggetti per il batterista. La Harnik ha in seguito utilizzato vari oggetti per "preparare" dal vivo il pianoforte interessante in particolare l'inserimento di alcune aste tra le corde, stimolando le quali traeva suoni eterei e ha alternato percussioni a fraseggi, mentre Kaučič ha impiegato piatti e piattini, svariati oggetti e perfino un fischietto giocattolo che emetteva gemiti; il tutto sempre con un attento e continuo ascolto reciproco, che ha permesso loro di inventare sul momento un coerentissimo discorso musicale, pur in assenza di temi e situazioni armoniche, con frequenti riferimenti alla tradizione e agli stilemi della grande improvvisazione europea, jazzistica e contemporanea. Tre quarti d'ora di musica bellissima e continuamente sorprendente, che ha entusiasmato i presenti.
A concludere il festival, come ogni anno, è stata l'orchestra Fonterossa Open Lab, stavolta venticinque elementi che a partire da gennaio avevano partecipato ai cinque laboratori condotti da altrettanti musicisti, quelli che l'hanno poi diretta a turno nel concerto pentapartito.
Ha iniziato la padrona di casa, la Bolognesi, con una conduction in stile "Butch" Morris, anche se assai semplificata nell'utilizzo dei segni, supportata da poche righe scritte contenenti brevi riff, richiamati all'orchestra o ad alcune sue sezioni nel corso della performance. Un lavoro vivace e variopinto che avrebbe potuto proseguire a lungo, ma che ha corso verso una rapida conclusione per rispettare i tempi di circa dieci minuti per ogni direttore (il compito di "cronometrare" i brani era stato assegnato a una spettatrice). Ha proseguito Francesco Giomi direttore di Tempo Reale, dedito alla contemporanea e all'elettroacustica, intelligentemente invitato per esplorare territori diversi da quelli del jazz, che ha proposto una partitura denominata Zero Note, non avendo infatti nessun supporto scritto se non una traccia che ricordava verbalmente i cinque scenari da attraversare, tutti comunque con dinamiche prevalentemente contenute e sonorità rarefatte e puntillistiche. Il resto lo hanno fatto la direzione gestuale pochi e semplici segni, sufficienti comunque a separare e riunire i suoni orchestrali e l'inventiva dei musicisti chiamati in causa, quasi sempre a sezioni più che in assolo. È stata poi la volta di Innarella, che s'è avvalso più degli altri di parti scritte in particolare, i temi di "Abide with Me" di Monk e di "Ithi Gqi" di Johnny Dyani "chiamati" però all'occasione nel corso, anche in questo caso, di una conduction piuttosto libera. In mezzo ai due temi, solenne il primo e festoso l'altro, spazio per concitazioni collettive e improvvisazioni in assolo, per un set molto vivace e colorato.
Kaučič ha diretto il quarto brano dell'orchestra, risultato il più libero ed estemporaneo. S'è aperto con due performances mai provate nel laboratorio (chi scrive faceva parte dell'orchestra ed era stato presente ai seminari), un collettivo sventolare delle partiture dei pezzi precedenti (quello di Kaučič non ne prevedeva), seguito dal puntillistico alternarsi delle voci dei musicisti, interrogati dal direttore riguardo ai sogni della notte precedente... È poi seguita una breve e liberissima conduction, conclusasi con la declamazione a due voci di una poesia di Srečko Kosovel sulla crisi dell'Europa, scritta un secolo fa, tra le due guerre mondiali, ma tragicamente ancora attualissima, scandita dalle grida dell'orchestra. La conclusione era assegnata a Knuffke, tra le altre cose allievo di "Butch" Morris, che ha anch'egli sviluppato una semplice ma efficace conduction, costellata di riff (che aveva dettato "a orecchio," vocalmente e con lo strumento, durante il seminario), di chiamate individuali e di assoli mimetici in catena.
Una performance collettiva e allegra (sulla cui riuscita chi scrive non si esprime, essendone stato parte) che ha concluso festosamente la rassegna, anche quest'anno ricca di belle proposte e ben frequentata dagli appassionati fattori che fanno ben sperare riguardo la "resistenza" del collettivo e dell'iniziativa anche nel futuro, ancor più ora che la Bolognesi, grazie alle sue indubbie e straordinarie qualità artistiche, è diventata direttrice di un'istituzione qual è Siena Jazz.
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