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Dolomiti Ski Jazz 2014

Paolo Peviani BY

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Val di Fiemme, 8-15 Marzo 2014

Lassù, qualcuno ama il Dolomiti Ski Jazz.

Nell'inverno più pazzo e ricco di precipitazioni degli ultimi anni, il periodo del festival ha coinciso con un meraviglioso anticipo di primavera. Un'intera settimana di sole e temperature sopra la media, che hanno portato un nutrito e caloroso pubblico sulle piste da sci e nei rifugi della Val di Fiemme, luoghi dove il festival propone i suoi concerti più leggeri ed orientati all'intrattenimento. Alcuni di ottima fattura e molto adatti ad una situazione prettamente turistico—sciistica (Revensch, Gamma Tre, Winfried Gruber Quartett), altri meno convincenti perché troppo intimisti rispetto al contesto in cui si svolgevano (il Dunavsko Trio, oppure il quartetto di Alfredo Ferrario).

Venendo ai concerti più rilevanti, il festival si è aperto con il progetto dei Quintorigo su Jimi Hendrix, su cui sorvoliamo volentieri. In tutta onestà, ci sfuggono le ragioni dell'assidua presenza dei Quintorigo nei programmi dei festival jazz. E non si tratta di riserve legate al linguaggio di riferimento dell'organico, senza dubbio non squisitamente jazzistico. Non siamo puristi, le questioni semantiche ci interessano poco. Si tratta, piuttosto, di scarsa rilevanza musicale della loro proposta, che tenta di compensare con il volume una evidente mancanza di idee e di elaborazione. Nel corso del festival abbiamo appreso che dopo un progetto poco brillante su Charles Mingus, e questo su Jimi Hendrix, nel prossimo futuro i Quintorigo si cimenteranno con Frank Zappa. Auguri!

Non entusiasmante, ma per tutt'altre e più veniali ragioni, anche il quartetto di Mattia Cigalini e Luigi Tessarollo, con Manhu Roche alla batteria e Paolino Dalla Porta al contrabbasso, che ha rielaborato in chiave jazz canzoni e temi della tradizione italiana. Qui il lavoro svolto sulle melodie è molto interessante. Ci sono piaciute, in particolare, "Il Pescatore" di De André e la rivisitazione in 6/8 di "Bella Ciao." Lo sviluppo dei brani segue però il canonico e prevedibile canovaccio tema—soli a rotazione—ripresa del tema—coda, con qualche ridondanza e prolissità di troppo. Un progetto con buone potenzialità ma, così come presentato in Val di Fiemme, decisamente più adatto ad un jazz-club che ad un teatro.

La musica del Brasile, ed in particolare di Antonio Carlos Jobim, era invece al centro del concerto del trio Correnteza, con Gabriele Mirabassi al clarinetto, Roberto Taufic alla chitarra, Cristina Renzetti alla voce. I tre sono sinceramente innamorati del Brasile (Taufic vi è cresciuto, per Mirabassi e la Renzetti è una sorta di patria d'adozione), e sembrano molto coinvolti e divertiti da questo progetto. Il risultato, però, forse perché eccessivamente cameristico, o forse perché svuotato della sensualità tipica della musica brasiliana, suscita ammirazione per la precisione formale dell'esecuzione, ma fatica a coinvolgere sul piano emotivo.

Meglio, decisamente meglio, il nuovo gruppo Plankton della sassofonista Helga Plankensteiner, con Matthias Schriefl alla tromba, Gerhard Gschlössl al trombone, Miki Lösch all'organo hammond, Enrico Terragnoli alla chitarra, Nelide Bandello alla batteria. Composizioni originali che spaziano lungo tutta la storia del jazz e dintorni (dal dixie al bop, dal blues al funk, ...), arrangiamenti curatissimi che portano il sestetto a muoversi come una sorta di mini big-band (passateci l'ossimoro), interpretazione molto energica e di forte impatto. Ottoni esuberanti e in bella evidenza, da ripensare il ruolo della chitarra di Terragnoli, meritevole di maggiore spazio.

La vera rivelazione del festival è però arrivata degli Stati Uniti, con il quartetto del sassofonista Logan Richardson, con Tony Tixier al pianoforte, Josh Ginsburg al contrabbasso e Tommy Crane alla batteria. Un gruppo relativamente giovane (Richardson ha 35 anni, i suoi compagni di viaggio sono intorno alla trentina) ma decisamente maturo e coeso, fautore di una musica orizzontale e non gerarchica, molto scritta (molto ben scritta!) nella quale l'improvvisazione si pone raramente come intervento solistico, ma è piuttosto sempre inquadrata in un contesto di sviluppo collettivo del brano. Le composizioni richiamano orizzonti metropolitani, i riferimenti più evidenti per i temi e per il fraseggio del leader sono Steve Coleman e Greg Osby, mentre per l'originale pianismo del francese Tixier si fatica a trovare un modello di riferimento. Formidabile anche la sezione ritmica, che poggia sulla solidità della pulsazione del contrabbasso di Ginsburg, cui fa da contraltare la dirompente creatività di Crane. Davvero un ottimo quartetto, pressoché sconosciuto in Italia, e che ci permettiamo di segnalare ai direttori artistici dei numerosi festival che animano la nostra penisola.

Foto
Danilo Codazzi.

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