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Contaminazioni Contemporanee
Il panorama musicale bergamasco, già molto attento all'attualità con il festival Bergamo Jazz ed un importante festival pianistico in ambito classico, si arricchisce di un nuovo evento: il festival Contaminazioni Contemporanee. Una rassegna che, come dice il nome stesso, vuole gettare uno sguardo sulle musiche contemporanee, senza preclusioni o chiusure di genere, e che ha anche un intento divulgativo. Tutti i concerti, anche quelli in teatro, sono infatti ad ingresso gratuito.
Un festival che potrebbe anche chiamarsi Edition of Contemporary Music, ovvero ECM. E' vero che l'etichetta bavarese è forse la più attenta a documentare questi ambiti di frontiera e di estrema attualità. E però un festival incentrato esclusivamente su artisti appartenenti ad un'unica casa discografica è cosa assai rara, ed assimila la rassegna più ad un'iniziativa di marketing discografico che ad un festival vero e proprio. Non c'è nulla di male in questo, ma rischia di avere un effetto sminuente sugli obiettivi dichiarati della rassegna. Ogni sguardo è parziale. Affidarsi a quello di un solo produttore (sia pure illuminato come Manfred Eicher) è riduttivo. Un elemento, questo, di cui crediamo la direzione artistica dovrà tenere conto nelle prossime edizioni.
Apertura di festival all'insegna di Arvo Pärt. Il compositore estone era infatti il protagonista sia degli eventi che hanno inaugurato la rassegna (la mostra fotografica di Roberto Masotti Arvo Pärt, un Ritratto ed il concerto dell'Hilliard Ensemble) che del concerto d'organo del giorno successivo, di Christopher Bowers-Broadbent.
Purtroppo sul concerto dell'Hilliard Ensemble non vi possiamo dire nulla. Il traffico dell'autostrada A4 non ci ha permesso infatti di arrivare in tempo utile. Iniziamo dunque la nostra cronaca con il concerto di Christopher Bowers-Broadbent, intitolato Annum Per Annum, che ha esplorato, oltre al già citato Pärt, le musiche di Olivier Messiaen, Erkki Sven Tüür, Kevin Volans e proprie composizioni originali. Dichiariamo subito che non amiamo particolarmente l'organo, e quindi il nostro giudizio difetterà forse di obiettività. Abbiamo però trovato questo concerto eccessivamente austero, arido di emozioni, ed anche un po' troppo lungo.
Decisamente meglio il concerto del François Couturier Quartet (oltre al leader al pianoforte, Jean-Louis Matinier alla fisarmonica, Jean-Marc Larché al sax soprano, Anja Lechner al violoncello), che ha presentato Song For Tarkovski, album di prossima uscita incentrato sui film del grande cineasta russo. Non si tratta di una re-interpretazione delle colonne sonore (Tarkovski, in verità, non ha mai fatto grande uso di musiche), quanto di un'evocazione emozionale, di un omaggio ai suoi film, ai suoi attori, alle sue atmosfere ipnotiche. Grande spazio allora a sequenze eteree, dilatate e sospese, di cui Couturier è maestro, per un concerto sempre molto controllato ma al tempo stesso di grande comunicatività. E non sono mancati squarci più movimentati come il brano Nostalghia, incentrato su una deliziosa sequenza arpeggiata di quattordici battute in cui si inserisce, a tratti, una scansione irregolare. E' stato senz'altro il concerto più distante dal tema di questa prima edizione del festival (il sacro in musica). Ma, forse perché il più vicino alle atmosfere della musica improvvisata contemporanea (più o meno jazz), è stato quello che abbiamo apprezzato maggiormente.
Nella giornata conclusiva abbiamo ritrovato Anja Lechner, questa volta in compagnia del pianista Vassilis Tsabropoulos, con il programma Chants, Hymns and Dances. Musiche dello stesso Tsabropoulos e di Georges Ivanovitch Gurdjieff, di grande suggestione e ben valorizzate dall'acustica eccellente della basilica di Santa Maria Maggiore. Ampio uso di tempi ternari (ma questo è stato un po' il filo conduttore di tutta la rassegna), pedali, e varie citazioni, da Maurice Ravel a Keith Jarrett. E, finalmente, ci sembra che Tsabropoulos abbia trovato la dimensione a lui più congeniale. Sulle sue avventure in trio abbiamo sempre avuto qualche perplessità (un po' scolastico nei soli e poco comunicativo). Questo duo con Anja Lechner è invece molto convincente. Una piccola limata al programma (dieci minuti meno?) ed è perfetto.
Chiusura di festival con l'Armenian Chamber Choir, diretto da Robert Mlkeyan, che ha presentato musiche di Komitas e di Tigran Mansurian (il maggiore compositore vivente armeno), presente alla serata. Un concerto dalla valenza musicale e politica, nel quale sono state spese anche alcune parole sulla tragedia della diaspora armena. Un concerto spesso toccante e coinvolgente, ma decisamente troppo lungo.
La brevità gran pregio, diceva Rodolfo a Marcello nella Bohème. In queste giornate bergamasche questa frase ci è venuta in mente diverse volte. Non perché la musica proposta non fosse di nostro gradimento, quanto perché crediamo sia oggettivamente difficile ascoltare per oltre 50-60 minuti musiche che richiedono un alto tasso di concentrazione. Meglio un concerto breve di cui si riesce a godere fino in fondo, che un concerto lungo nel quale a tratti l'attenzione scende sotto il livello di guardia.
Foto di Philippe Noisette (www.noisette.fr) [ulteriori immagini tratte da questo festival sono disponibili nelle gallerie di Luciano Rossetti dedicate ai concerti di Francois Couturier e Vassilis Tsabropoulos & Anja Lechner]
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