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Erik Friedlander The Throw al Carambolage di Bolzano

Erik Friedlander The Throw al Carambolage di Bolzano

Courtesy Vic Albani

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Erik Friedlander The Throw
Carambolage
Bolzano
14.11.2022

Con la sua musica, Erik Friedlander afferma una cosa importante: che quella forma espressiva chiamata jazz può essere profonda, ardita, avventurosa, anche complessa, senza perdere le qualità di immediatezza e comunicazione in grado di catturare l'attenzione del pubblico, di provocare il suo coinvolgimento emotivo, oltre che intellettivo. Il suo interesse attivo. È una problematica con cui oggi il jazz e tanta musica contemporanea fanno i conti, in modo spesso doloroso, nel momento in cui prevale, in ogni campo antropologico, un approccio veloce e superficiale, a volte proprio sbrigativo e semplificatorio.

Ciò che Friedlander esprime in musica, trova ancora maggiore forza nelle esibizioni dal vivo, come quasi sempre accade con il migliore jazz. Ne è stata conferma il concerto al Piccolo Teatro Carambolage di Bolzano, dove il violoncellista è tornato con il suo quartetto The Throw, cinque anni dopo l'esibizione con l'altro quartetto, Oscalypso. Una superband, che ha di recente pubblicato il suo secondo CD, A Queens' Firefly, in cui, accanto al leader si allineano tre assi quali Uri Caine al pianoforte, Mark Helias al contrabbasso e Ches Smith alla batteria.

Tra le qualità della musica di Friedlander, c'è l'impronta cameristica, che si esprime nell'intensità delle trame, nella pastosità morbida e trasparente degli insiemi. Una caratteristica che emerge bene nei CD pubblicati, insieme alla natura melodica, svelata magistralmente nel suono del violoncello di Friedlander. Un altro aspetto è la scioltezza logica ed esecutiva con cui sono affrontati metri diversi, composti, spesso affiancati o sovrapposti. La ricchezza e complessità di questi impianti ritmici non compromette la fluidità della musica. Tali qualità ricevono adeguato risalto proprio nelle esibizioni dal vivo. In particolare nell'ambiente di piccolo club del Carambolage, che contiene meno di un centinaio di persone, attente e sintonizzate con la musica, senza possibili motivi di disturbo durante il concerto.

Una condizione ottimale, che gli stessi musicisti avvertono, in sintonia con il pubblico. Il jazz si alimenta di tali situazioni di equilibrio e spinta emotiva. Così il quartetto di Friedlander, forte dell'incontro di tali personalità, cui si aggiunge il materiale compositivo così stimolante e screziato, in tale ambiente ottimale prende il volo. Lo fa a tratti con la leggerezza di farfalla, in altri momenti con l'energia di un aereo a reazione. Tanto ascolto reciproco, tanta preparazione di alto profilo, esperienza e istinto, capacità di tessere trame articolate e complesse, con fluida noncuranza. Restare attenti alle radici e nel contempo addentrarsi senza inibizioni nella tempesta della creazione immediata. E nelle sue infinite sfumature, negli umori.

Certo, si tratta di pratiche comuni, conosciute e condivise nella musica improvvisata. Ma a quali livelli, in questo caso. Il concerto di The Throw a Bolzano segue in massima parte il repertorio pubblicato nel secondo, recente CD. Ma già nelle battute iniziali, si avverte una rotta che fa risaltare l'energia, con l'inversione dei due brani che aprivano A Queens' Firefly. Dal vivo è messo al primo posto il veemente "Match Strikes," accidentato da episodi stop and go, e solo dopo arriva il pezzo di apertura del disco, il cantabile, trasognato brano che dà il titolo all'album. E già in questi due brani, così diversi, si incontra la varietà cromatica ed espressiva del gruppo. Là gli scambi di umori e il contrasto delle dinamiche, l'incalzare dialogante e i prodigiosi incastri. Qui l'incedere caldo e vibrante del violoncello, la voce fibrosa del contrabbasso, la luminosa eloquenza del pianoforte.

Come si diceva, nelle composizioni di Friedlander la complessità non compromette la fluidità: non c'è forzatura né enfasi. Anche quando sono tese, incalzanti, come nel caso di "The Fire in You," che sembra scaturire da un impianto di progressive rock degli anni Settanta, la musica scorre con splendida freschezza. In "Glimmer" spiccano le pastosità di violoncello e pianoforte; in "Aurora" l'introduzione a tempo libero è dilatata rispetto al disco, e dà modo di saggiare ancora la splendida intesa dei musicisti, la serrata empatia. Intensi nell'espressività e incisivi nella turbolenza, dove la batteria di Smith si ritaglia sempre un ruolo di incalzante vitalità, prestando però sempre attenzione alla musicalità. Nel bis, arriva a sorpresa un delizioso brano di Oscar Pettiford, grande ispiratore che Friedlander aveva omaggiato in Oscalypso. Anche nelle movenze bop di "Cello Again" il gruppo si muove in souplesse, lasciando nel pubblico una sensazione di incanto.

Tanti applausi.

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