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Concerti dei Seminari di Siena Jazz: un “non festival” dalle qualità uniche

Neri Pollastri By

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Giovedì 26 luglio, nel cortile del Palazzo del Rettorato, quasi prospiciente Piazza del Campo, doppio concerto aperto da un quintetto composto dal vocalist tedesco-americano Theo Bleckmann, dal trombettista statunitense Ralph Alessi, dal nostro Stefano Battaglia, dal chitarrista israeliano Gilad Hekselman e dal contrabbassista neozelandese Matt Penman. Formazione all stars, dunque, che ha dato vita a una performance completamente improvvisata che si avvaleva solo della parziale intesa che alcuni protagonisti avevano con altri (per esempio Battaglia e Bleckmann erano freschi reduci da un concerto a Ravello in trio con Michele Rabbia) e della loro straordinaria bravura. Il risultato è stato mirabile: mettendo assieme spezzoni di brani che ora l'uno, ora l'altro proponeva al gruppo, e lasciando ciascuno libero di improvvisare o di proporre nuove idee, il concerto —tutto di altissimo livello —ha offerto momenti davvero straordinari. Geniale Bleckmann, che solo in un caso ha cantato (sebbene non in modo tradizionale) un inno sacro e che per il resto ha usato la voce spesso come uno strumento, elaborandola con l'elettronica; misurato, ma superbo quando si è preso spazio Battaglia, sia in assolo, sia nei duetti con Bleckmann; notevolissimo e sorprendente Hekselman, a suo agio su molti stilemi diversi e affascinante in assolo; vario ed efficacissimo Alessi. Menzione particolare per Penman, che da solo ha retto la parte ritmica della formazione. Davvero un concerto perfettamente riuscito, che ha soddisfatto non solo il pubblico ma anche gli stessi musicisti, che al termine sembravano davvero entusiasti di quel che erano riusciti a mettere insieme senza neppure una prova.

Ben diverso, ma ancora una volta di alto livello, il concerto successivo, che vedeva all'opera un quartetto di nuovo con Ralph Alessi, cui si aggiungevano Achille Succi a sax contralto e clarinetti, Furio Di Castri al contrabbasso e Henry Cole alla batteria. Qui un programma era presente —partenza con Ornette, poi standard e brani dei protagonisti —ma era tangibile la libertà data proprio dall'estemporaneità. Una libertà che offriva opportunità espressive ai musicisti, tutti strepitosi. Un esempio per tutti: Di Castri si è preso ampi spazi, mostrando uno splendido fraseggio e un suono talmente corposo che Matt Penman, che dietro il palco si riposava delle fatiche del suo set, ha fatto ben presto capolino richiamato dal suono e si è poi attentamente seguito tutto il concerto.

La seconda serata di concerti che abbiamo seguito, giovedì 2 agosto nella suggestiva Piazza Provenzano, è iniziata con il sestetto composto Jen Shyu alla voce, Shane Endsley alla tromba, David Binney al sax contralto, Nir Felder alla chitarra, Chris Tordini al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria. Formazione omogenea dal punto di vista della nazionalità, che ha eseguito brani di alcuni dei membri, in larga misura composizioni dalla scrittura composita e aperta, che ben si prestavano all'interazione creativa che, infatti, ha caratterizzato l'intero concerto. In particolare sono spiccate le invenzioni vocali delle Shyu —che univa canto, recitazione e forme espressive orientali in modo assai originale —e le improvvisazioni come sempre molto intense di Binney, ma —sebbene meno estroversi e al lavoro sui dettagli —hanno particolarmente colpito Tordini e Ballard, autori di splendidi assoli e di alcuni duetti semplicemente magistrali. Il batterista, in particolare, ha mostrato tutta la sua sensibilità e le molteplici capacità espressive delle quali è completo padrone. Grande concerto.

Le qualità di Ballard sono emerse anche nel set successivo, che lo vedeva all'opera ancora in un sestetto, stavolta assi più variegato nelle nazionalità: accanto a lui c'erano infatti i nostri Giovanni Falzone alla tromba e Paolino Dalla Porta al contrabbasso, il giovane e talentuoso tenorsassofonista canadese Ben Wendel, il grande pianista newyorchese Kenny Werner e il chitarrista norvegese Lage Lund. Anche in questo caso il concerto è parso un po' più organizzato del precedente e perciò appena un po' meno aperto e imprevedibile, ma gli spazi creativi a disposizione di ciascun musicista erano ben superiori a quelli di un normale "progetto." Lo si è visto nelle libertà che si sono presi soprattutto i due fiati, da soli o in coppia, con momenti davvero notevolissimi —Wendel si è confermato sassofonista originalissimo per fraseggi e inventiva, mentre di Falzone ben conosciamo sia l'esplosività, sia l'imparteggiabile teatralità coniugata alla musica —e ancora una volta nell'interazione tra contrabbasso e batteria, con Dalla Porta che ha immediatamente trovato un'intesa con Ballard, sfruttandola a più riprese ogni volta che il tessuto musicale ne dava loro l'opportunità.

Le due splendide serate erano in realtà solo rappresentativi esempi di un programma che, nei ben sedici appuntamenti serali, includeva anche jam sessions degli studenti e veri e propri "progetti": su tutti quello del 3 agosto, "Chigiana Meets Siena Jazz," che vedeva interagire elementi della prestigiosa Accademia Musicale senese con alcuni docenti di Siena Jazz e perfino allievi dei corsi. Un'altra eccellente opportunità d'incontro offerta da questi Seminari, iniziativa da prendere a modello e, possibilmente, replicare: se ne sente senz'altro il bisogno, in questo periodo così carente di cultura e di integrazioni tra mondi diversi.

Foto: Caterina Di Perri
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