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Charles Lloyd: Un viaggio che parte da lontano

Roberto Ottaviano By

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La musica è un po' come un orto, si coltivano alcuni semi, questi crescono e poi alcune piante diventano più grandi e danno frutti particolarmente dolci.
L'incontro con Charles Lloyd è stato per me il coronamento di un desiderio coltivato a lungo. Collezionare i suoi dischi, osservare la sua figura attraverso i reportage fotografici, leggerne le storie e cercare di ricostruire attraverso una serie di particolari legati alla sua musica, ai suoi gruppi, la filosofia di quest'uomo, mi ha aiutato a vivere un transfert attraverso l'America del Jazz che amo. Il ponte tra East e West Coast, la leggerezza di un suono che danza verso la natura, il racconto, il canto, la spiritualità, sono le cose tangibili di un'epopea che sta segnando il passo verso altro.

Il suo tenore ricama un viaggio che parte da lontano, da Coleman Hawkins forse, per incontrare Lester Young che sussurra i suoi blues e John Coltrane che intona le sue preghiere, e oggi oltre tutto questo.

Charles Passin' Thru, quindi, tanto per parafrasare il titolo del suo ultimo CD, con il New Quartet, per la Blue Note.

Roberto Ottaviano: Gli anni della tua formazione sono segnati dalla presenza dei maestri del Blues e della grande tradizione del Jazz. Tutto questo rimane tuttora molto forte nella tua musica. C'è una persona in particolare che ti piace ricordare degli anni che hanno preceduto la tua scelta di diventare un professionista?

Charles Lloyd: Mi piace sempre ricordare mio nonno. Non era un musicista ma un agricoltore del Mississippi. I suoi genitori erano stati schiavi. Era un uomo forte, tranquillo, che si era fatto da solo. Crescendo, ho passato le mie estati nella sua fattoria, ed il tempo che ho trascorso con lui ha trasformato la mia vita. Come musicista, le due persone più importanti sono state Phineas Newborn, Jr. e Howlin' Wolf. Phineas divenne il mio mentore quando avevo nove anni, e poi mi ha portato nella band di suo padre. Quando avevo 11 o 12 anni ho iniziato a fare concerti con le Blues Band in Memphis, con musicisti come B.B. King, Johnny Ace, Roscoe Gordon, ma fu Howlin' Wolf che ebbe l'impatto più forte su di me.

RO: Lester Young è stato un importante rappresentante della Swing Era, come Charlie Parker per il bebop ed Ornette Coleman per il Free. Poi ci sono musicisti che pur incrociando tutte queste storie, hanno affermato la loro identità senza essere circoscritti in uno stile particolare. La tua carriera ha attraversato diverse stagioni ma non si è mai fossilizzata in un unico stile. Si tratta di una scelta cosciente o casuale?

CL: Quando si ama la musica, si ama una gran parte di essa. Non è una scelta consapevole per me, ma io ho amato la musica di tutto il mondo fin da quando ho iniziato ad interessarmene. È un po' come un orto, si coltivano alcuni semi, questi crescono e poi alcune piante diventano più grandi e danno frutti particolarmente dolci.

RO: La canzone, la melodia, l'ampio senso del Blues (dalla tradizione dolorosa del Delta alla nostalgia dei "Lieder"), insieme con un forte interesse per la danza del ritmo, ti portano a scrivere ed interpretare canzoni in un modo personale. Puoi brevemente parlarci del tuo mondo compositivo?

CL: Faccio escursioni sulle montagne e lunghe passeggiate sulle colline. Nuoto a lungo sott'acqua per rafforzare i miei polmoni. Ma non spetto mai di pensare alla musica. È un processo lento... poi un giorno mi siedo al pianoforte e tutto questo si riversa nelle note.

RO: Molto del jazz suonato oggi va in un una direzione complessa dal punto di vista ritmico. Poliritmie, tempi composti, e strutture formali che sembrano un puzzle che trascurano l'aspetto emozionale. Cosa ne pensi?

CL: La musica ha una forte relazione con la matematica, cosicchè si può comprendere perché molti musicisti vengano affascinati dalle poliritmie e cose simili. Si tratta di un altro aspetto della struttura. Per me, la connessione è il cuore. L'emozione di un brano è molto importante.

RO: E in merito all'armonia?

CL: Belle armonie e accordi sono essenziali nella creazione di ogni composizione. Alcuni musicisti hanno un'innato dono per la creazione di armonie con colori insoliti e ricchi.

RO: Hai sentito parlare del fenomeno della Black American Music, o BAM, promulgato da musicisti come il trombettista Nicholas Payton. Hai una opinione a riguardo?

CL: Ha una sua validità.

RO: Passiamo ad una curiosità che interesserà i saxofonisti. Suoni il sax che fu di Lester Young. Puoi dirci come lo hai avuto?

CL: È un dono ricevuto molto tempo fa da un amico. Ho provato molti altri strumenti, ma questo è quello che sembra più vicino alla mia "voce." Almeno la voce che sento nella nell'orecchio della mia mente.

RO: Lo hai usato nell'arco di tutta la tua carriera oppure ne hai provati altri? E c'è una precisa ragione per questa scelta?

CL: Per molto tempo ho suonato sassofoni Conn. Nel 1960 la Selmer mandò uno dei suoi saxofoni a Coleman Hawkins e a me. Ne fui profondamente onorato, ma non sono mai riuscito a trovarci il mio suono. Il saxofono che suonavo all'epoca di Forest Flower [album registrato dal vivo al festival di Monterey del 1966 e pubblicato dalla Atlantic -N.d.R.] mi è stato rubato agli inizi del 1980. Posseggo un altro vecchio tenore della Conn, ma quello che suono in questo momento è più caldo ed è il mio preferito.

RO: Hai sempre avuto delle straordinarie sezioni ritmiche. Con quale criterio scegli i tuoi collaboratori?

CL: Sono stato benedetto nella vita per via dell'incredibile flusso di musicisti con la quale ho avuto il privilegio di attraversarla. Musicisti che, a volte, non ero stato io a cercare, come nel caso di Michel Petrucciani. All'epoca ero "in esilio" e il mio ritorno al mondo della musica era la cosa più lontana dalla mia mente. Ma ho visto che Michel aveva un dono speciale e volevo aiutarlo condividendolo con il mondo, così come altri musicisti "anziani" avevano fatto per me. È spesso successo così. A metà del 1990 sono stato a suonare alla Knitting Factory a New York e dopo il set, Geri Allen è venuta da me e mi ha detto "ho bisogno di suonare con te." Nel 1996 abbiamo fatto insieme un concerto di beneficenza per Billy Higgins che aveva avuto un trapianto di fegato... un paio di anni dopo l'ho chiamata ed è entrata a far parte del mio gruppo per circa sei anni. È importante avere fiducia reciproca. Mi piace coinvolgere musicisti a cui piace esplorare. Andiamo in picchiata ogni notte, ed è pericoloso guardare verso il basso.

RO: Hai stabilito una empatia molto forte con alcuni dei musicisti con cui hai collaborato. Recentemente avverto questo tipo di intensità con Bill Frisell. Quali sono le qualità umane ed artistiche che ti portano ad approfondire questo rapporto?
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