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Umbria Jazz 2026
Courtesy Andrea Rotili
Varie sedi
Perugia
312 luglio 2026
Quest'anno, probabilmente in tutto il mondo, in ogni festival di jazz si celebra il centenario della nascita di Miles Davis e John Coltrane. Umbria Jazz ha fatto di più, aggiungendo ai due giganti del jazz statunitensi un altro protagonista della cultura internazionale nato anch'egli nel 1926: Dario Fo, da un'opera pittorica del quale, La danza degli zanni, è stato tratto il logo che campeggia sul manifesto, nel catalogo e nelle magliette del festival. Per quanto mi riguarda ho perso l'inaugurazione con Sting 3.0, che ha fatto registrare oltre 13.000 spettatori, stabilendo il record assoluto dell'affluenza all'Arena Santa Giuliana. D'altra parte i numeri confermano che per il festival questo è stato l'anno dei record: 46.000 biglietti venduti per un incasso complessivo di oltre 3 milioni di euro. Nel merito della programmazione, penso che si possa sostenere che il giorno del mio arrivo, il 6 luglio, sia stato quello a più alto gradiente jazzistico di questa edizione del festival; in varie sedi si sono susseguiti infatti i concerti di Mark Turner e Kurt Rosenwinkel in solo-performance, che però non sono riuscito ad ascoltare, di Steve Coleman & Five Elements, del quartetto di Charles Lloyd e infine del Terence Blanchard & Ravi Coltrane nella "Miles-Coltrane Centennial Celebration."
Steve Coleman & Five Elements, ascoltati al Teatro Morlacchi, non finiscono mai di stupire per la compattezza, la coerenza e l'infallibile qualità creativa che dopo tanti decenni riescono a ribadire in ogni occasione, rimanendo sempre ai vertici di una virtuale graduatoria jazzistica. L'esito della prestazione è stato tanto più sorprendente in questo contesto che ha visto la sostituzione all'ultimo momento del batterista titolare Sean Rickman con Jaylen Petinaud; il merito va attribuito al duttile atteggiamento da parte sia del leader che del nuovo collaboratore. Se a proposito del linguaggio del sessantanovenne sassofonista è stata sempre rilevata l'originale geometria delle strutture, in questo frangente, oltre al consolidato intreccio fra il suo contralto e la tromba del fido Jonathan Finlayson, è emerso in evidenza lo slancio lirico, più aperto e palpabile, che ha permeato il rapporto fra i due, come pure l'interplay complessivo del quartetto. Questo mi è sembrato il carattere sostanziale della performance: gli infervorati interventi dei due fiati si sono intercalati come le declamazioni di due predicatori, mentre basso e batteria, come degli adepti, hanno recepito all'istante il loro messaggio, rispondendo con acclamazioni, sottolineature, stimoli eccitati ed eccitanti. L'espressione del volto del bassista Rich Brown, sorridente ed estasiata ad ogni frase dei due fiati, ha rappresentato il simbolo concreto della coesione emotiva che vige nel gruppo.
Charles Lloyd, che in quartetto ha aperto la serata all'Arena Santa Giuliana, ha iniziato il suo concerto con movenze tematiche e stilistiche decisamente coltraniane; d'altra parte a metà degli anni Sessanta, quando proruppe sulla scena internazionale, il sassofonista era osannato come uno egli eredi di Trane. Una certa concretezza, una pronuncia semplice, diretta, tonica hanno caratterizzato il sax e il flauto dell'ottantottenne carismatico leader coadiuvato dai suoi bravi partner: Gerald Clayton, Harish Raghavan e Kweku Sumbry. Certe atmosfere evocative ed avvolgenti tipiche del suo mondo espressivo sono riemerse nei brani successivi di questo concerto ottimo, reso ancor più intrigante grazie all'ausilio di un significativo aspetto visivo. La vivace camicia fiorata del leader, come le serene immagini proiettate su un ampio schermo alle spalle dei musicisti, a tratti di sapore matissiano, hanno rappresentato un rapporto nostalgico e pacificato fra l'uomo e la natura. Con ogni probabilità si trattava di un voluto richiamo alle utopie hippy che colorarono gli esordi di Lloyd, come alle regole di vita che tuttora egli propugna.
L'omaggio a Miles e Trane tributato subito dopo da parte del sestetto appositamente costituito da Terence Blanchard e Ravi Coltrane è stato concepito in modo molto libero e trasversale, tutt'altro che imitativo. Se nei primi due brani il pesante contesto elettrico tramato dal gruppo e dalla tromba satura del leader, dall'andamento concitato e ricco di glissando, può aver richiamato il periodo elettrico di Miles, con l'ingresso in scena di Ravi hanno prevalso elaborati arrangiamenti, presumo attribuibili a Blanchard, che hanno rivestito temi tratti dai rispettivi repertori dei due maestri. Ne è risultata una medley che ha messo in atto una musica pomposa, ridondante e iridescente; anche il drumming di Petinaud, assai diverso da quello incisivo attuato nel già recensito concerto di Coleman, ha preso vie più risapute ed effettistiche. L'apporto del figlio d'arte Ravi, con il suo linguaggio ora più staccato ora più fluido nei passaggi veloci, ma sempre attenutosi all'ambito acustico e attento ad una logica costruzione delle progressioni, è risultata la voce più convincente, genuina e robusta, anche se tutto sommato estranea alla situazione in cui si è trovata inserita.
Per continuare nel resoconto degli appuntamenti all'Arena Santa Giuliana, soffermandoci maggiormente su quelli di carattere jazzistico, di grande richiamo è stata la "serata Bollani," aperta dalla proiezione del film di Valentina Cenni Tutta vita girato a Gorizia e Trieste durante le prove del super gruppo coordinato dal pianista. Nei settanta minuti, che scorrono tutti d'un fiato, si respira l'atmosfera conviviale che vige nella formazione in cui si ritrovano vecchi compagni di strada, affiancati da tre giovani emergenti; non potevano mancare angoli d'irresistibile umorismo, in cui Bollani è spalleggiato da Daniele Sepe e da tutti gli altri. Subito dopo si è svolto il concerto della Bollani All Stars, comprendente Enrico Rava, Paolo Fresu, Daniele Sepe, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto e i più giovani della compagnia, Christian Mascetta alla chitarra e Frida Bollani Magoni alla voce e tastiere.
Si è snodata una sfilata di situazioni diverse sempre armonizzate dal pianista, in grande evidenza anche come solista, che ha presentato formazioni più ridotte nella rivisitazione di vecchie hit dei protagonisti più attempati, a cominciare da "Paparazzi" dell'assente Antonello Salis, riproposto da un partecipe Paolo Fresu. La variegata e vitale performance ha raggiunto il suo apice quando nei brani finali è entrato in scena il decano Enrico Rava. L'inalterata sensibilità interpretativa dell'ottantaseienne trombettista, sostenuta da un invidiabile livello tecnico, ha apportato un'autenticità jazzistica di altissima qualità; emozionante la sua lenta versione di "Retrato em Branco e Preto" di Antonio Carlos Jobim, prima di passare a suoi indimenticabili brani come "El bandolero."
Perfettamente congegnato lo "spettacolone pop" in esclusiva italiana degli Snarky Puppy, condotti da Michael League e contornati dalla Metropole Orkest, una formazione di oltre cinquanta elementi d'impostazione né classica né jazz, che sotto la direzione di Jules Buckley ha dimostrato una notevole professionalità. Nulla in questo progetto è lasciato al caso: arrangiamenti puntigliosi hanno pervaso ogni passaggio dell'esecuzione e coordinato ogni intervento sia collettivo che solistico. Si sono succedute ampie campiture da colonna sonora, compatte esposizioni tematiche, articolazioni ritmiche di stampo minimalista, assoli strumentali di sicura efficacia... Solo a tratti le soluzioni più coraggiose hanno regalato momentanei spunti di sovreccitata esuberanza, con risvolti quasi epici e surreali, ma non sono mancati episodi banali e inutili, come la piatta citazione di "'O sole mio."
Riguardo agli altri spettacoli all'Arena, ascrivibili all'ambito rock-pop o brasiliano, mi preme fare un'annotazione critica sul modo di affrontare la rappresentazione scenica. Nella rutilante realizzazione del concerto di Zucchero, tutto era teso a creare sul pubblico un condizionamento frastornante, ipnotico, "drogante": il volume assordante, le sciabolate di luci pulsanti e abbaglianti, le immagini kitsch, variopinte e simboliche proiettate ad alta velocità, i vistosi abbigliamenti di tutti i musicisti sul palco... A confronto di tutto questo, la messa in scena dell'apparizione di Elvis Costello & The Imposters era molto più dimessa, a partire dal look tutt'altro che ricercato del leader. Di conseguenza si è configurato anche l'atteggiamento delle rispettive audience: schierati senza condizioni, in visibilio ed esagitati i fan della star italiana; più distaccato e critico, seduto fino ai brani finali il pubblico del protagonista inglese. Personalmente ho trovato più genuina e ruspante la presenza di quest'ultimo personaggio.
Come sempre i concerti di maggiore valenza jazzistica si sono svolti alla Sala Podiani presso la Galleria Nazionale dell'Umbria e al Teatro Morlacchi, dove nel periodo di mia permanenza al festival sono stati ospitati protagonisti imprescindibili dell'attuale scena americana. Alla Sala Podiani è spiccata soprattutto la presenza della pianista Kris Davis in trio con Robert Hurst e Johnathan Blake: una formazone che ha estasiato con il suo composito mondo compositivo e interpretativo. Ogni brano, tutti original prevalentemente della pianista, era costruito in un modo proprio e imprevedibile, a cominciare dai temi obliqui e claudicanti che hanno avviato sviluppi sempre diversificati. Il pianismo della Davis, rapsodico, a tratti tumultuoso, ma sempre retto da un grande controllo e spaziato da pause, ha preso direzioni sempre diverse, alternando sviluppi insistiti, delicatezze orientali, riprese dei temi, deformazioni armoniche, sgocciolature di note cristalline, grovigli free... Una sintonia perfetta la lega da anni ai suoi partner: Hurst, che si è messo in evidenza con l'archetto in una cupa introduzione solitaria, col pizzicato ha fornito un sostegno sempre ben strutturato e possente; più articolato si è rivelato il drumming di Blake, costante, fluido, ribollente, come animato da un certo tormento sotterraneo. Dall'interplay di questo formidabile trio è risultata un'avventura musicale sorprendente e suggestiva; mai nulla di risaputo, velleitario o greve.
Quattro giorni prima, alla Sala Podiani si era ascoltato il quartetto di Joel Ross, completato da Tyler Bullock al pianoforte, oltre che da Luca Alemanno al contrabbasso e Jeremy Dutton alla batteria, che hanno fornito un contributo pertinente e senza fronzoli. Fin dal primo brano, ritorto su se stesso in un vertiginoso crescendo ritmico, si è imposto come predominante il raddoppio fra i fraseggi complementari del vibrafono del leader e del pianoforte. Durante tutto il concerto i loro arabescati interventi, di un'elevata qualità melodico-dinamica, si sono intrecciati secondo un'alta sintonia reciproca. L'andamento ritmico, mantenuto in prevalenza su tempi sostenuti, a tratti frenetici, ha generato una massa sonora imponente e ubriacante, raggiungendo nel complesso esiti di una certa uniformità.
All'esuberante e coinvolgente comunicativa del quartetto di Ross, il giorno dopo ha fatto seguito l'attesa apparizione di Immanuel Wilkins, la cui prova, per lo più riuscita anche se forse senza brividi, ha risentito maggiormente dell'acustica non eccelsa della sala. Il concerto del suo quartetto si è aperto nel segno della sperimentazione: il rumoristico ricorso all'elettronica, che sembrava immaginare la genesi di un suono primordiale, ha lasciato presto il posto ad un tema veloce esposto dal contralto del leader, in cui l'uso di ampi intervalli richiamava una matrice bebop. Sul costante e propulsivo sostegno della sezione ritmica, l'eloquio vitalistico di Wilkins si è protratto per poi approdare a cadenze più distese, raggiungendo nei due brani finali i risultati più convincenti per originalità di concezione ed esecuzione: il primo, lentissimo, ha toccato momenti di una poesia decantata e sognante, il secondo, reiterato e circolare, ha avviato un progressivo crescendo con una conclusione trascinante.
Dell'arpa, strumento raro nel jazz, la quarantatreenne Brandee Younger è l'esponente principale nell'attuale panorama statunitense. Nei suoi original di varia ispirazione l'impronta tematica e melodica tende a dissolversi nel prevalente aspetto timbrico, creando onde sonore ricorrenti e madreperlacee. Nel concerto perugino sono prevalse atmosfere poetico-espressive evocative e sognanti forse un po' uniformi, che sotto il profilo acustico avrebbero potuto essere calibrate più attentamente per valorizzare al meglio il lavoro della protagonista: se nelle fasi di accompagnamento il volume del batterista Allan Mednard era opportunamente tenuto sotto controllo, non altrettanto si può dire della tonica e imperterrita pulsazione del contrabbassista Rashaan Carter.
Per esaurire il resoconto degli appuntamenti alla Sala Podiani, mi soffermo brevemente sulle solo-performance di Thomas Morgan e di Ethan Iverson. Il contrabbassista, con il passo felpato che lo contraddistingue, ha concepito un percorso senza intervalli, in cui ha concatenato un dialogo fra sé e gli spunti tematici di riferimento, che risultavano però difficilmente leggibili. Un andamento ritmico trattenuto, un pizzicato concentrato su ogni nota hanno dato vita alla sua poetica introversa, avulsa da qualsiasi effimera estroversione. Iverson al contrario ha imbastito una coordinata trattazione sui mondi compositivi ed espressivi, apparentemente inconciliabili, di James P. Johnson e John Coltrane. Il tono quasi didascalico della sua esposizione e la puntigliosità del suo tocco pianistico hanno chiarito differenze e punti d'incontro fra le intenzioni estetiche dei due maestri analizzati.
Fra i concerti tenutisi al Morlacchi ha esaltato innanzi tutto la prova solitaria di Jason Moran, che come sua abitudine sedeva su una sedia di legno. È parso evidente lo studio approfondito che ha portato il pianista texano ad una completa identificazione-compenetrazione con il mondo ellingtoniano: le sue interpretazioni partecipate ed originali di brani del Duca e di Strayhorn hanno incluso raffinatezze di una poesia estenuata, favorita soprattutto dalla levità del suo tocco, talvolta quasi impalpabile, come una notevole ricchezza di idee eccentriche, ora improvvise come lampi ora insistite e aggrovigliate in matasse inestricabili. La sua apparizione perugina ha rappresentato una sublime lezione di concertismo pianistico, mentre le sue piane introduzioni verbali ai brani hanno sintetizzato alcuni aspetti del repertorio eseguito.
La nuova apparizione ad Umbria Jazz di Bill Frisell, alla testa del suo trio con ospite Greg Tardy, ha proposto un repertorio di hit di vari autori, ora enunciate con un distillato di note ora sviluppate su toni più determinati. Il modo aperto ma solidale di governare l'interplay, in cui ogni membro è stato chiamato ad apportare un contributo molto preciso e controllato, ha generato diverse aggregazioni sonore. La pronuncia di Tardy, avvolgente e morbida al tenore, è risultata per lo più acuminata come una lama chirurgica al clarinetto. Con entrambi gli strumenti, i suoi interventi hanno fatto da contraltare al fraseggio del leader, che ormai da molti anni predilige note sgranate e nette come perle, differenziandosi da quello dei suoi esordi. Impeccabili i contributi compassati ma onnipresenti di Thomas Morgan al contrabbasso e di Rudy Royston alla batteria, del quale si è potuto apprezzare anche l'asciutto e nodoso assolo; ...ma nella musica di Frisell c'è ancora bisogno di conservare lo spazio solistico del percussionista nella parte finale del concerto, come da tradizione?
Al Morlacchi hanno fatto la loro comparsa anche Hamilton de Holanda e Kenny Barron. Il trio di quest'ultimo, comprendente la sempre più apprezzabile Linda May Han Oh al contrabbasso, ha accolto come ospite la cantante Ekep Nkwelle, dalla voce pastosa e seducente. Il leader ha dato prova della sua classe inossidabile, nonostante i suoi ottantatré anni: nell'interpretazione di un mirato "Songbook," la sua diteggiatura determinata e leggera allo stesso tempo ha tracciato linee bluesy, arricchite da accenni stride e soprattutto da raffinatezze estreme. Quanto al brasiliano cinquantenne Hamilton de Holanda, di cui conosciamo la perizia tecnica che ne fa un maestro del bandolim, a Perugia anziché sfoggiare un vertiginoso virtuosismo ha previlegiato una comunicativa diretta su un repertorio variegato e corposo, lasciando emergere piuttosto il virtuosismo spesso sopra le righe dei suoi due collaboratori.
Oltre ai numerosi concerti gratuiti, a partire dalle due piazze poste alle estremità di Corso Vannucci, che con la sua vita pulsante ad ogni ora del giorno e della notte è la testimonianza dell'indotto portato dal festival, sono da citare altre iniziative collaterali che hanno arricchito, anzi saturato, la programmazione di Umbria Jazz. Basti ricordare in sintesi le quasi giornaliere presentazioni di libri alla libreria Feltrinelli, le Clinics del Berklee College of Music, giunte al 41° anno, la tredicesima edizione del Conad Jazz Contest, destinato ai gruppi emergenti italiani.
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Sono un eclettico, amo ogni espressione artistica. Amo la programmazione e la capacità di sintesi.
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