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Umbria Jazz 2011
Fra le manifestazioni da vedere e ascoltare ci sono appunto i numerosi concerti: gratuiti o a pagamento, di diversi generi, in luoghi e orari diversi. Ma per riuscire a valutare la qualità e l'essenza della musica bisogna acquisire una certa capacità di concentrazione, riuscendo ad astrarsi dalle altre sollecitazioni tangenziali.
Temi portanti di questa edizione del festival erano principalmente due: l'omaggio alle donne (numerose infatti le protagoniste) e la celebrazione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia (ogni gruppo italiano ospitato era invitato ad eseguire una propria interpretazione dell'Inno di Mameli). Comunque questa scelta della direzione artistica possa essere valutata (peregrina o azzeccata), si è assistito ad una carrellata di diverse impronte interpretative: da quelle più rispettose dell'originale a quelle che rielaboravano in modo sperimentale solo frammenti parziali dell'inno.
Nel recensire le prime cinque giornate del festival, cominciamo appunto dai gruppi italiani, diversi per scelte artistiche, ma tutti combattivi e di elevate qualità comunicative.
Di Giovanni Guidi, a capo del suo recente quintetto, bisogna innanzi tutto sottolineare la notevole statura di compositore. I suoi temi, ben congegnati e sempre orecchiabili, coniugano o alternano lo spirito di diversi autori: quello spigoloso e lirico di Coleman, quello evocativo e narrativo, a campi lunghi, di Horvitz, quello sornione, ironico e danzante del miglior Rava, quello tribale e vitalistico dei sudafricani... Tutto questo viene filtrato e rielaborato con inventiva e una vena personale, a cui non manca una sotterranea inflessione malinconica.
Gli sviluppi dei temi comportano insistite progressioni, passaggi lenti e macerati, che tendono al raggiungimento di un apice emotivo ed espressivo. Ai risultati di questo progetto, che dopo una dozzina di date ha maturato una consistenza ed una omogeneità indubbie, contribuiscono i partner: Michael Blake, Gerald Cleaver e soprattutto il prorompente Gianluca Petrella apportano il peso specifico della loro originale pronuncia. Personalmente ritengo che non sia allo stesso livello il contributo del contrabbassista Thomas Morgan, che trovo statico e un po' generico, non sempre in the mood.
Appunto Petrella è stato protagonista di un altro memorabile concerto. Con ognuno dei suoi gruppi degli ultimi tempi il trombonista barese affronta di volta in volta temi diversi, caratterizzandoli e traducendoli sempre nel proprio tipico, inimitabile linguaggio. Con TuboLibre (già su disco) è lo spirito del blues più ancestrale a costituire il nocciolo della rielaborazione. A Perugia, dopo un inno nazionale trasformato in una sorta di marcia funebre alla Ennio Morricone proiettata nello spazio siderale, temi originali che sembravano la parafrasi di "St. James Infirmary" evolvevano in un denso magma sonoro in cui convivevano sperimentalismi elettronici e una greve, terrena concretezza acustica.
La sonorità e il visionario messaggio complessivi sono risultati dall'articolazione e dalla fusione delle quattro voci: il trombone, spesso filtrato elettronicamente, del leader, il sousafono di Mauro Ottolini, quasi sempre nel ruolo di un turgido bordone, la chitarra particolarmente ispirata e bluesy di Gabrio Baldacci, il drumming crepitante e materico di Cristiano Calcagnile.
Ottolini (in questo caso al trombone), assieme a Daniele D'Agaro (al clarinetto), era anche uno dei vertici dell'anomalo trio di Franco D'Andrea: una formazione agile, che tramite un interplay serrato, ma leggero e reciprocamente rispettoso, ha distillato e condensato temperie diverse, anche accese, di alcuni capisaldi del jazz di vari periodi. Si sono succeduti un delicato "'Round Midnight," reso ellingtoniano, un "Misterioso" movimentato da un'improvvisazione free (e da una polifonia New Orleans), un "Caravan" stralunato e cupo. Ed ancora "Naima," "Muskat Rumble," "Turkish Mambo," "Strawberries"... Questi momenti della storia del jazz, con i loro diversi mood, sono stati unificati in una fluida continuità formale e contenutistica, in cui il leggiadro scambio di battute fra i due fiati veniva cementato dalle austere e sapienti armonie tracciate dal pianista.
Totalmente diverso l'approccio e il messaggio di Gabriele Mirabassi, che nella sua annosa e ricettiva esplorazione delle culture del Sud America ha recentemente incontrato la musica argentina e in particolare il trio di Buenos Aires Aca Seca: un pianista, un chitarrista e un batterista, trentenni e tutti anche alla voce. Nel loro sofisticato mondo melodico e armonico, puntigliosamente costruito ma che non esclude un certo grado di improvvisazione, il clarinettista perugino si è inserito da par suo con agilità e evidente partecipazione emotiva. Ne sono risultati brani caparbiamente scandagliati in profondità, dal carattere dolce e forte allo stesso tempo.
Riguardo alla "Suite for Malcolm" del Tinissima Quartet di Francesco Bearzatti ho poco da aggiungere o modificare rispetto a quanto scritto pochi giorni fa nella recensione del Südtirol-Altoadige Jazz Festival. Al fresco pungente della serata bolzanina o al caldo pomeridiano del Teatro Pavone di Perugia, la musica è risultata ugualmente tesa, di imperiosa potenza, convinta e pienamente convincente. Nel concerto perugino mancava però la proiezione delle tavole di Francesco Chiacchio, che, oltre ad essere belle e pregnanti, costituiscono una didascalica sottolineatura della successione dei dieci movimenti della suite.
Per concludere la carrellata sulle presenze italiane, è da sottolineare la prova di Mattia Cigalini, uno dei nomi emergenti. Il contraltista ventiduenne, nato in provincia di Piacenza, ha avuto l'intelligenza e l'ambizione di presentarsi come musicista completo: compositore, strumentista e leader di un quartetto completato da Mario Zara, Yuri Goloubev e Tony Arco. Della sua suite Res Nova , già su disco, ha eseguito il 1°, 2° e 4° movimento (intitolati "Natura," "Forza" e "Casualità"), ognuno dei quali suddiviso in due sottomovimenti.
La musica ben strutturata, in cui la pronuncia jazzistica viene irreggimentata da una puntigliosa scrittura, a tratti quasi accademica, si è articolata in tensioni e distensioni, in soste, momenti di passaggio e riprese, in duetti e trii... Come strumentista Cigalini ha palesato una voce pulita e calibrata, attentamente amministrata, che ha saputo accendersi in guizzi relativamente spericolati. Avremo modo sicuramente di riparlare in futuro di questo nuovo protagonista, capace fra l'altro di promuoversi adeguatamente.
Fra la nutrita rappresentanza femminile la palma va sicuramente alla cantante chicagoana Dee Alexander, che è stata invitata ad Umbria Jazz per la terza volta, dopo aver partecipato due anni fa alla residenza del folto gruppo dell'AACM e dopo essere stata, ad Orvieto nello scorso inverno, protagonista di una serie di concerti col suo Evolution Ensemble. Gli organizzatori puntano molto su di lei: non potrebbe diventare una star internazionale - affermano - come è capitato a Diana Krall e Brad Mehldau, che al festival umbro vennero valorizzati, anticipando il loro riconoscimento mondiale?
Certo la cantante ha molte frecce al suo arco: esperienza e carisma, solide radici nella cultura afroamericana e aperta comunicativa. Quanto alle doti vocali, possiede la naturalezza dell'eloquio, un timbro morbido e sensuale, un vasto registro, modulato in toni ora drammatici, ora sereni, ora ludici. Inoltre la Alexander ha l'intelligenza di guidare un gruppo anomalo e ben assortito, l'Evolution Ensemble appunto, in cui tre archi (violino, violoncello e contrabbasso) si affiancano alla batteria. Infine è in grado di affrontare un ampio repertorio in cui composizioni sue o dei colleghi di Chicago, moderatamente sperimentali e ben strutturate, non escludono la rivisitazione di standard o di brani di Jimi Hendrix.
Alla musica di quest'ultimo è stato dedicato il suo acclamato concerto all'Arena Santa Giuliana nella serata inaugurale del festival, che io purtroppo non ho potuto seguire. Con la medesima formazione la cantante ha sostenuto altri cinque concerti mattutini all'Oratorio Santa Cecilia, avendo modo di dispiegare l'ampia gamma delle sue possibilità espressive. Forse per diventare una stella di prima grandezza nel firmamento delle cantanti la Alexander dovrebbe rinunciare in parte alla sua purezza culturale e ricorrere a qualche furbizia accattivante e preconfezionata, ma dubito che il suo orgoglio personale glielo consentirà.
C'era attesa per il "Tribute to Miles," prodotto e coordinato da Marcus Miller, che ha chiamato a raccolta ex collaboratori del trombettista del calibro di Herbie Hancock e Wayne Shorter, affiancati dal trombettista Sean Jones e dal batterista Sean Rickman, entrambi assai apprezzabili. Su un repertorio davisiano prevalentemente degli anni Sessanta, su arrangiamenti piuttosto aperti e sulle robuste griglie fornite dalla sezione ritmica, si è dipanata una performance abbastanza discontinua. Fasi svogliate e scoordinate, con occasionali, brevi spunti personali (a tratti è riapparsa la classe del pianista), si sono alternate ad altre più compatte e sostenute.
Dispiace soprattutto aver visto uno Shorter appartato e demotivato, a confronto delle esaltanti apparizioni del suo quartetto degli ultimi anni. Su tutto sono emerse la ricercatezza e la baldanza un po' esteriore di tromba, basso e batteria... Insomma, ci si è trovati di fronte la confezione patinata ma un po' vuota di sostanza, cioè di un'autentica esigenza espressiva, che spesso caratterizza le operazioni di questo tipo.
Preferibile allora l'inappuntabile professionalità di Branford Marsalis, il cui set ha presentato due facce. In duo con Joey Calderazzo al piano, il repertorio scelto e il compunto piglio interpretativo sono stati quelli propri del concertista di musica classica. Nei veloci brani in quartetto invece (quando sono entrati in scena Eric Revis e Justin Faulkner) si è ascoltato forse il jazz più canonico, sostanzioso e autentico di queste serate: temi-riff spigolosi hanno innescato efficaci sviluppi improvvisativi del collettivo e dei singoli. Il concerto si è chiuso con un plateale "St. Louis Blues," in cui si è aggiunto Stefano Di Battista al contralto.
Numerosi i pianisti ospitati nella prima metà del festival. The Trio Project della giapponese Hiromi Uehara ha racchiuso in sé e triturato (in dosi massicce o minime) numerose esperienze del passato e del presente: Dave Brubeck, Emerson, Lake & Palmer, The Bad Plus, Gershwin, Erroll Garner... Il tutto, centrifugato energicamente assieme ad una verve scanzonata, un virtuosismo sfavillante, un istrionismo sfrenato e un po' Kitsch, ha dato vita a questo trio sensazionalistico, completato dai superprofessionali Anthony Jackson e Steve Smith (veri e propri fuochi d'artificio e acrobazie da giocoliere da parte di quest'ultimo).
Hiromi, che nel 2002 a Umbria Jazz Winter aveva visto il suo esordio italiano patrocinata da Ahmad Jamal, è tornata ora come fenomeno consacrato del momento. Di fronte al suo vulcanico esibizionismo sarebbe superfluo porsi domande sul genere musicale, sui contenuti, sulla profondità o misura espressiva; sta di fatto che le sue performance, forse da fruire più come un concerto di rock che di jazz, producono divertimento puro, stupore ed eccitazione. Ben comprensibile l'ovazione del pubblico.
Subito dopo, sul palco dell'Arena Santa Giuliana è salito proprio Ahmad Jamal ed è evidente che, anche nella personalissima riproposizione di classici del jazz, la coerenza estetica, la classe, la concisione, la personalità sono risultate totalmente diverse. All'accumulazione forsennata della giapponese è subentrata la sintesi dell'esperienza, ma ugualmente estroversa è stata la comunicativa e più autentica la vitalità. Sotto l'autorevolissima regia del pianista la compatta formazione era completata da James Cammack al contrabbasso, Herlin Riley e Manolo Badrena, rispettivamente batteria e percussioni.
In definitiva a 81 anni Jamal, che l'agosto prossimo sarà la star a Time in Jazz di Berchidda, è apparso ancor più energico, motivato e generoso che in altre apparizioni degli ultimi anni. Una nota tecnica (che forse può assumere risvolti di contenuto non marginali): mentre Hiromi ha suonato su un gran coda Yamaha, Jamal ha preferito uno Steinway.
Hiromi ci serve come pietra di paragone anche nei confronti di Chihiro Yamanaka, un'altra pianista giapponese, più o meno coetanea: trentaquattro anni, premi prestigiosi e dodici CD per la Verve al suo attivo, ma finora praticamente sconosciuta in Italia, la Yamanaka è da annoverare fra le piacevoli sorprese del festival. Rispetto all'estrosa leggiadria di Hiromi, la Yamanaka possiede una caratura jazzistica relativamente più classica e una diteggiatura più corposa e composta, ma altrettanto esuberante e veloce. In questa prima apparizione italiana la pianista era sostenuta dal bravo (e sottovalutato) Aldo Vigorito al contrabbasso e dal pertinente drumming di Mickey Salgarello.
Ma si sa, Umbria Jazz è anche (anzi soprattutto) spettacolo: 7.500 paganti (con biglietto unico a 50 euro) hanno sancito il successo, prevedibile, di Carlos Santana. L'immancabile sequela di sue hit storiche ha inglobato anche un apprezzabile omaggio a Coltrane, con la riproposizione di "Naima" e di un movimento da "A Love Supreme". Una girandola di chitarre diverse nelle mani del carismatico leader ed un folto stuolo di collaboratori, che si sono via via succeduti sul palco, hanno garantito un evento spettacolare di indubbia professionalità, che ha gratificato ed eccitato la sterminata platea.
Foto dei musicisti di Riccardo Crimi.
Ulteriori foto di Umbria Jazz sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Hiromi, del Branford Marsalis Quartet e di Antonello Salis "Giornale di bordo".
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