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Umbria Jazz 2006
Dopo un distacco di più di trent'anni, quindi, da dove cominciare per descrivere quel mostro (nel senso latino) che è oggi Umbria Jazz? Appunto dal pubblico che, oltre che assai numeroso, è più giovane rispetto a tanti altri festival jazz. Indipendentemente dalla frequentazione dei concerti, una folla sterminata satura le vie e le piazze del centro storico fino alle ore piccole: una massa giovanile diversa, forse più eterogenea, indubbiamente più danarosa e meno radicale di quella di trent'anni fa. È evidente che nel corso degli anni si è raggiunto un nuovo equilibrio, una certa convivenza fra la città e gli "invasori del jazz". A ben vedere questa ineludibile presenza giovanile, che non coincide necessariamente con il pubblico della capiente Arena Santa Giuliana e tanto meno con quello dei Teatri Morlacchi e del Pavone, meriterebbe un'approfondita analisi sociologica che ne chiarisse la provenienza, la composizione anagrafica e culturale, i consumi e le motivazioni (ricordo per inciso che una simile indagine, finanziata dalla Regione Emilia-Romagna e dai risultati interessantissimi, fu condotta nel 2004 fra i frequentatori dei concerti jazz di quella regione).
Umbria Jazz, sostenuto da sponsor consistenti e da un'imponente macchina organizzativa, costituisce quindi un evento unico in Italia ed anche con pochi paragoni nel mondo, dove esistono tanti altri festival kolossal, ognuno dei quali è però caratterizzato da proprie situazioni, climatiche, storiche, logistiche ed anche artistiche. A Perugia si fa musica dalla mattina a notte fonda in teatri, piazze, arene, club, prevedendo anche la presenza di musicisti "residenti" che si esibiscono più volte. Le proposte di alto livello artistico certo non mancano, ma sono da ricercare in un mare di spettacolarità spesso un po' generica e forzata (se spettacolo deve essere, che sia eccessivo, fantasmagorico, ubriacante come quello di Salomon Burke e di James Brown, che hanno animato la Soul Night a Santa Giuliana).
Per quanto riguarda la recensione dei concerti, pregevole quello di Brad Mehldau, presenza ormai istituzionale a Umbria Jazz. Il pianista si è presentato col suo collaudato trio, completato da Jeff Ballard e Larry Grenadier, il cui basso purtroppo non era amplificato alla perfezione, dando conferma che la sua musica rappresenta una delle espressioni più classiche del jazz attuale: la tradizione del trio jazz viene infatti attualizzata da spunti melodici prelevati dal pop, da macerati sentimentalismi, da sottigliezze armoniche, da spumeggianti risvegli dinamici, da voli rapsodici.
Se Mehldau ha incarnato il classicismo lirico, il quartetto di Wayne Shorter (con Perez, Patitucci e Blade) ha dato corpo ad altre modalità del jazz: la libertà, la concretezza, l'energia. In un set senza interruzioni, il leader ha concesso molto spazio ai suoi partner, che, accomunati da un tocco granitico e percussivo, hanno originato un contesto sonoro particolarmente denso. Temi fantasma non hanno vincolato gli sviluppi di strutture estremamente aperte, in cui si alternavano tese progressioni e distensioni. Su queste trame il sassofonista si è sovrapposto con un fraseggio frammentato, con una sonorità tutt'altro che aerea, com'era un tempo, ma piuttosto cava, concreta, perfino abrasiva e dissonante. Un set quindi imprevedibile, del quale spesso non era facile vedere un centro, un senso logico, ma avvincente per il coraggio e la creatività con cui è stato impostato l'interplay.
Con Ron Carter è comparsa un'altra qualità del jazz: la personalizzazione del sound. Il contrabbassista, per quanto danneggiato da un'amplificazione rimbombante, ha giganteggiato all'interno di un trio, paritario sulla carta e stranamente assortito, completato da Mulgrew Miller e Russell Malone (piano e chitarra). I tre hanno proceduto con prudenza, cercando di integrarsi; soprattutto il chitarrista si è esposto con misura, evitando l'estroversione un po' ribalda e qualunquista di altre occasioni. Nei momenti migliori la loro compassata eleganza ha ricordato il Modern Jazz Quartet, ma nel complesso il sodalizio non è parso particolarmente motivato.
Fra i momenti più alti del festival sono da annoverare i concerti di Bill Frisell e di Carla Bley al Morlacchi. Graditissimo il ritorno del chitarrista dopo anni di limitata esposizione, discografica e concertistica, almeno in Italia. Nella musica del suo quintetto tutto è risultato coerente, tutto funzionale ad una precisa visione del leader: i passaggi di astrazione informale fra un brano e l'altro, l'impalcatura ritmica, fornita dagli impeccabili Tony Sherr e Kenny Wollesen, gli spunti solistici (con un maturato Greg Tardy ed il sempre sensibile Ron Miles). Quanto a Frisell, la sua grandezza come strumentista è consistita, come sempre, soprattutto nella capacità di amministrare ed esasperare le pause. Un timing pigro e rilassato ha spesso generato atmosfere diafane e sospese, che a poco a poco hanno acquisito una concretezza sostanziosa, mai greve.
Anche la big band di Carla Bley, organico ben oliato ed emblematico nel panorama degli ultimi decenni, è un'esperienza d'ascolto piuttosto rara nel nostro Paese. A Perugia la filiforme pianista e leader ha ribadito quell'esasperazione dinamica, quel gusto per il grottesco e l'eccesso, quel modo sghembo di esporre i temi e di far crescere i brani, che costituiscono i capisaldi della sua orchestrazione. Poche ma in grande evidenza le voci soliste: i sassofonisti Wolfgang Puschnig e Andy Sheppard, la tromba stentorea di Lew Soloff e soprattutto il poderoso trombone di Gary Valente.
Pat Metheny, alla guida del suo trio (i superlativi Christian McBride e Antonio Sanchez), ha firmato un concerto di perfezione tanto raffinata e generosa quanto patinata (non si può fare a meno di ricorrere a questo termine abusato). La sera seguente il chitarrista è stato l'ospite di lusso del quintetto di Enrico Rava. In questo caso Metheny si è attenuto al mondo espressivo del trombettista, contribuendo con bagliori sgargianti e, molto umilmente, con arpeggi d'accompagnamento. La formazione era completata dagli efficaci Rosario Bonaccorso e Roberto Gatto, dall'umorale Luca Petrella al trombone, dal puntiglioso e misurato Andrea Pozza al piano, oltre che dal leader, regista autorevole ed in ottima forma. È risultata un'elaborazione quasi fastosa, con sviluppi ridondanti e toni affermativi. Personalmente prediligo il trombettista in situazioni più asciutte e colloquiali, com'è avvenuto nel suggestivo e lungo intermezzo in duo con Metheny.
Particolarmente fresca e coinvolgente la performance del PAF Trio (Fresu, Salis e Di Castri), purtroppo relegato al Teatro del Pavone alle quattro del pomeriggio. Nulla d'inedito ovviamente, per chi già li conosceva, eppure il loro libero e franco interplay, con il pianista sempre propenso a trovate spiazzanti, l'andamento di accesa, palpitante partecipazione emotiva, i loro temi mediterranei dai sapori decisi, con un tocco, quanto basta, di ironia hanno ancora una volta colto nel segno, dimostrando la persistente vitalità di questa originale formazione. È molto sintomatico il fatto che la loro musica (da considerarsi, assieme a quelle di Shorter e di Frisell, fra le più sperimentali dell'intero festival) abbia ricevuto una delle più entusiastiche ovazioni da parte del pubblico.
Fra i nomi nuovi, una positiva sorpresa, per i pochi che hanno deciso di essere presenti, è venuta da Miguel Zenon, sassofonista dalla solida preparazione, già membro dell'orchestra di Charlie Haden e della Mingus Dinasty. La sua voce strumentale, pulita e tagliente, ha rivelato varie influenze, da Art Pepper a Steve Coleman, e un tipo di interplay molto attuale lo ha legato ai validi partner del suo quartetto. L'aspetto più originale è stato comunque la sua visione strutturale che, tramite improvvisi stop, ha suddiviso i brani in diverse sezioni, dandone sfaccettature contrapposte e sviluppando l'arco emotivo nella parte centrale.
L'emergente Jamie Cullum è invece un fenomeno da decifrare, certo da non sottovalutare. Come il suo connazionale Django Bates, egli condisce le sue apparizioni imprevedibili e sovreccitate con uno spirito irriverente. I classici standard vengono scardinati e reinterpretati dalla sua voce ruvida, da manate telluriche sulla tastiera, da impennate eccentriche. Peccato che questa vena dissacrante, un po' punk, venga qua e là compromessa da momenti di banalità, da qualche esibizione ginnica fin troppo spericolata, da presentazioni quasi sdolcinate… ma probabilmente anche questi espedienti sono da accettare come parte del gioco.
Queste le perle di una programmazione omnicomprensiva (se si esclude l'avanguardia più estrema), che si è dipanata fra tanti capitoli, molti dei quali meriterebbero un approfondimento: la sublime Paloma di Caetano Veloso e il vigoroso virtuosismo di Edmar Castaneda all'arpa colombiana, lo smaliziato candore di un veterano come Renato Sellani e la verve di giovani talenti (Francesco Cafiso, Claudio Filippini e Giovanni Guidi), l'immancabile gruppo gospel e le dinamiche coreografie della Garth Fagan Dance Company su musiche di Wynton Marsalis, il doveroso omaggio alla città di New Orleans e la sobrietà del trio di Hank Jones con Roberta Gambarini, il pretenzioso sinfonismo di Chick Corea con la Bavarian Chamber Philarmonic e la prolissa inconsistenza del quintetto elettrico di Herbie Hancock…
Foto di Giancarlo Belfiore
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