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Tortona: Jazz Fuori Tema

Piazza Arzano - Tortona - 29.06-01.07.2007

I grandi festival annaspano, tra grandi nomi visti e stravisti, cartelloni simili tra loro in quanto basati sui famigerati “pacchetti”, e aperture a personaggi poco affini al jazz che forse si portano in dote un pubblico numeroso, ma che spesso hanno proposte musicali raccapriccianti.

Meglio allora puntare su piccoli centri di provincia, su festival che hanno un filo conduttore, che cercano di proporre qualcosa di originale. E' questo il caso di Tortona e del suo Jazz Fuori Tema, rassegna giunta alla sua quarta edizione, che quest'anno aveva come tema l'arte tra l'800 ed il '900. Tema vastissimo, che gli artisti presentati hanno ulteriormente ampliato interpretandolo lungo molteplici direttive. Lo scambio dei ruoli, il dialogo autistico, il rapporto tra ciò che è e ciò che sembra. Sempre sul filo dell'ironia.

Nella prima serata abbiamo ascoltato il bassista (ma non solo) Andrea Rossi Andrea, impegnato nel progetto "Decimo Stato" (omaggio a Pellizza da Volpedo), artista locale di cui quest'anno si celebra il centenario della morte. Iniziato come un concerto tradizionale, in modo volutamente banale (stratificazione di loop e armonizzazioni al limite della new age), lo spettacolo con il passare dei minuti ha virato decisamente in direzione della performance visivo-gestuale grazie agli interventi di quattro attori (sarà corretto definirli così?) non in programma, e quindi inattesi e sorprendenti.

Sul palco, sono infatti saliti anche il pittore Pietro Bisio (autore di numerosi omaggi al Pellizza), ed Alberto Bazzurro (il direttore artistico della rassegna). In platea, a suonare mescolati tra il pubblico, c'erano invece Stefano Pastor al violino

e Stefano De Agatone al sax. Come si può facilmente intuire, una configurazione strumentale e logistica inusuale, resa ulteriormente intricata da un massiccio uso dell'elettronica. Il suono di sax esce dallo strumento di De Agatone, oppure via MIDI dal basso di Rossi Andrea? Il violino è reale o una base campionata? O è forse un flauto? E a cosa ci rimandano i segni tracciati sulla tela da Bisio, o gli anagrammi vergati da Bazzurro? Così è, se vi pare.

Più tradizionale nella forma (un concerto tout court) ma assai elaborata nei contenuti anche l'esibizione del quartetto Ulysses, con Daniele D'Agaro al clarinetto, Massimo De Mattia ai flauti, Mauro Ottolini a trombone, tuba e boccina, Denis Biason alla chitarra. Un quartetto creato appositamente per questa occasione, e che omaggia Trieste, Joyce, il tema del viaggio. Anche qui, nulla è come sembra. Il fado di Amalia Rodrigues si mescola ad echi di melodie dell'est. Un blues di Duke Ellington ad improvvisazioni collettive ed esplorazioni strumentali.

D'Agaro ha trascorso molti anni in Olanda e si sente. Il sound del gruppo è più vicino a quelle esperienze che ai languori mediterranei del jazz nostrano. La bella melodia è certo presente, ma l'esplosione graffiante, l'ironia pungente, lo sberleffo sardonico sono sempre in agguato. Con quel gusto, tipico di quel nord-est da cui provengono i quattro musicisti, per il sorriso, per la vita, per l'impegno serio ma mai serioso.

Chiusura di festival con Borah Bergman al pianoforte e Stefano Pastor al violino. Un duo di recentissima formazione che si è esibito qui in prima assoluta, e che a breve registrerà un album per la Soul Note. In programma standard, frammenti della storia del jazz (Round Midnight, Chase the Trane) e composizioni dello stesso Bergman. L'impostazione musicale è quella tipica del pianista, con la melodia sempre ben esplicitata, ed affiancata da percorsi magmatici, destrutturazioni, deflagrazioni impreviste.

Pastor, dal canto suo, ha sviluppato di volta in volta percorsi complementari alle linee del pianoforte anche se, talvolta, ci è sembrato un po' compresso e sacrificato dall'irruenza, dall'energia (e talvolta anche da un certo autismo solistico) che Bergman, nonostante l'età, profonde ancora nella sua musica.

Nel complesso comunque un concerto denso ed intenso, che ha raggiunto il suo culmine quando, sui brani dedicati a Bud Powell e ad Arrigo Polillo, Bergman si è abbandonato ad una sincera commozione, che ha coinvolto tutti i presenti.

Foto di Alberto Bazzurro


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