Südtirol Jazzfestival Alto Adige 2021 - Seconda parte

Courtesy G.Pichler

Libero Farnè BY

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Bolzano e dintorni
Varie sedi
1—4/07/2021 [Per la recensione della prima parte del festival clicca qui]

Un assaggio del Südtirol Jazzfestival Alto Adige 2021, avendo partecipato ai suoi giorni conclusivi, ha confermato un'impostazione che ha previlegiato gruppi provenienti da ogni angolo d'Europa, ma comunque giovani, spesso con il loro CD d'esordio all'attivo e disponibili a progetti e collaborazioni inedite. È stata quindi un'occasione per ascoltare nomi, proposte e tendenze che difficilmente si possono incontrare altrove.


Come è ormai consuetudine molti concerti diurni si sono svolti in amene località nei dintorni del capoluogo di provincia. Dall'Estonia è arrivato all'Alpe di Renon il duo formato dalla cantante Kadri Voorand e dal bassista Mihkel Mälgand, il cui primo cd è stato edito nel 2020. Dopo una simpatica e improvvisata presentazione plurilingue, il duo ha inanellato un repertorio prevalentemente di original, alternando brani dinamici e swinganti, vere e proprie canzoni pop intimiste, episodi più contrastati e sperimentali... Quello che ha colpito della Voorand, il cui messaggio era incentrato sul potere pacificante della musica, sulla sua proprietà di suscitare fantasie e curiosità, è stata la capacità di integrare opportunamente la sua voce duttile e arguta con gli interventi sui vari strumenti da lei maneggiati: oltre al violino, e al pianoforte, anche la kalimba e l'elettronica, se pure con moderazione. Mälgand ha costituito una "spalla" perfettamente consonante, sia nell'intonazione che nel timing.

In un bosco a San Genesio il quartetto ungherese András Dés Rangers ha riproposto il materiale del suo ultimo cd, registrato anch'esso a contatto con la natura in una foresta dell'Ungheria. La situazione suggestiva ha esaltato il fascino di un flusso musicale concatenato, giustamente non interrotto da pause. Transitando attraverso spunti tematici diversi, ora lenti, evocativi, evanescenti, ora di marca melodico-ritmica più decisa, il concerto silvestre ha messo in evidenza il puntiglioso senso ritmico e le peculiarità timbriche del leader András Dés alle percussioni. Il valente sassofonista János Ávéd, al tenore e soprano, ha protratto una narrazione inventiva, screziata, circonvoluta, mentre chitarra e contrabbasso hanno aggiunto un colore tenue ed avvolgente. Ne è risultata una musica piuttosto originale, dal respiro naturale, proposta con coesa motivazione.

Fondata nel 2016 dal bassista Martin Brugger, la band Fazer viene invece da Monaco di Baviera. Il concerto pomeridiano nel centrale e storico Parkhotel Laurin ha offerto un jazz leggibile, a tratti danzabile, con sapori ritmici afro o con innesti di altre tradizioni culturali. Nella front line, più che il chitarrista ben poco esposto, è emerso il trombettista Matthias Lindermayr che con la sua sonorità acidula e il fraseggio ben rifinito ma sghembo è sembrato essere la personalità più interessante del quintetto. Onesta e imperterrita la costante scansione tramata dal basso elettrico del leader; pulito, ben articolato il lavoro ritmico svolto dai due batteristi. Il limite della musica proposta è di essere appunto pulita e onesta, lodevolmente accurata, ma tutto sommato prevedibile, carezzevole, incapace di suscitare forti emozioni.

Ma la programmazione più consistente e impegnativa è stata proposta nei concerti bolzanini serali, tutti ospitati nel Parco dei Cappuccini, un ampio spazio recintato, abitualmente disadorno e sottoutilizzato, che per l'occasione è stato invaso da un improbabile e allegro allestimento circense, da cui la denominazione "Kapucircus." Oltre a stimolare continue sorprese, gli anomali e vistosi espedienti adottati hanno convertito il parco in una funzionale cittadella del jazz, in cui il tendone della ristorazione era opportunamente distanziato dall'ampio tendone dei concerti. Come nei primi giorni del festival, anche in questa parte conclusiva una risorsa rilevante è stata rappresentata dai musicisti italiani, impegnati in due formazioni inedite, due produzioni originali propiziate dalla stessa manifestazione altoatesina.

In Mynd, quartetto per due quarti di area trentina, si uniscono le forze di giovani dalla decisa personalità. Nella loro musica una concezione compositiva ben strutturata in temi evocativi, reiterazioni, stop e cambi di direzione, si è saldata con un sound peculiare e suggestivo, pieno ma alonato. Il che è stato prodotto soprattutto dalle tastiere e dall'elettronica azionate da Manuel Marocchi, che è anche l'autore di tutti i brani. Il vibrafonista Mirko Pedrotti e il batterista reggiano Daniele Cavalca hanno dato il loro valido contributo utilizzando all'occorrenza minuti accessori elettronici. Al sax tenore ha invece svettato la voce pastosa e fluida del trentottenne bergamasco Massimiliano Milesi, che ha ben modulato le parti più improvvisative, raggiungendo marezzate strozzature nel registro alto dello strumento. È evidente che la natura di un simile progetto deriva forse più dall'ambito rock che dal jazz, arrivando a esiti di concreta e convinta densità sonora e dinamica.

Ovviamente penalizzato, ma non più di tanto, dalla concomitanza con la partita Italia—Belgio, il gruppo Ghost Horse ha portato a realizzazione una sua idea nata anni orsono, ma messa a punto solo ora grazie all'ospitalità del festival, che ha permesso di effettuare le prove adeguate. La formazione è stata denominata in modo forse un po' scontato Ghost Horse & Kill The Vultures; il noto gruppo italiano (Dan Kinzelman, Filippo Vignato, Glauco Benedetti, Gabrio Baldacci, Joe Rehmer, Stefano Tamborrino, tutti indispensabili) si è fuso infatti con il duo hip- hop di Minneapolis Kill The Vultures, formato dal vocalist Crescent Moon e dal produttore e compositore Anatomy. Ne è risultato un esperimento di sovrapposizione di due codici ben marcati e di condizionamento/stimolo reciproco. Gli spunti improvvisativi, il fitto interplay, il ricco impasto sonoro tipici di Ghost Horse, di cui sono stati ripresi un paio di brani, hanno assunto la cadenzata fissità delle metriche reiterate dalle declamazioni di Crescent Moon, pronunciate però con un'apprezzabile varietà di inflessioni. Quest'ultimo per contro ha beneficiato enormemente della variegata e vitale pronuncia del gruppo italiano alle sue spalle.
Non era sempre facilmente decifrabile invece l'apporto sonoro di Anatomy, seduto immobile in posizione yoga dietro al suo computer. Eppure risulta essere proprio lui il "deus ex machina" dell'operazione, l'autore di buona parte dei brani eseguiti, basati su caratterizzati impianti melodico-ritmici, con l'inclusione perfino di telegrafiche citazioni tratte da composizioni della musica classica. In definitiva questo tipo di connubio, non certo nuovo nella storia del jazz, è risultato coraggioso, interpretato con grande motivazione e denso di esiti interessanti.

Nella penultima serata del festival si è conclusa la programmazione al Kapucircus con due gruppi assai diversi fra loro, ma ugualmente singolari e ragguardevoli. I giovani membri del settetto del batterista israeliano Guy Salamon, il cui cd d'esordio è uscito nel 2019, provengono da Spagna, Danimarca, Scozia, Olanda e Inghilterra. Si sono tutti rivelati strumentisti di valore e hanno contribuito a concretizzare la visione transculturale del simpatico leader, tesa a fondere "gioia e tristezza, caos e silenzio." In effetti nell'apparizione bolzanina è apparso molto composito l'intreccio degli umori su cui si regge questa musica: in alcuni momenti si è quasi scaduti in un funny jazz folcloristico e ammiccante; rischio che però è stato controbilanciato da notevoli brani decantati e malinconici, da estrose e sfrenate marce collettive, da improvvise deviazioni, da pregevoli sortite solistiche...

La conclusione della serata è stata affidata alla radicalità francese più estrema e sfrenata, impersonata dal trio Abacaxi, un'emanazione del collettivo Coax, formato dal chitarrista Julien Desprez, dal batterista Francesco Pastacaldi e da Jean-Francois Riffaud al basso elettrico. Questi ultimi due hanno portato alle estreme conseguenze la tecnica dei rispettivi strumenti, anche se il loro lavoro di matrice rock tende comunque a realizzare una funzione ritmica, per quanto pervadente e alienante. Il vertice veramente creativo del trio si è incarnato nella figura di Desprez, personaggio ormai noto, che recentemente ho avuto modo di citare due volte su questo sito: nell'articolo Rinascita di primavera e nella recensione del festival di Torino.
Sebbene l'arco narrativo che egli si prefigge in questo contesto sia diverso, meno compatto rispetto a quanto riesce a produrre nelle sue solo performance, anche in questa esibizione hanno sorpreso e fortemente colpito l'ampiezza e la potenza delle sue invenzioni sonore, l'esasperata e schizofrenica crudezza dell'incedere dinamico, l'inaspettata gamma delle soluzioni improvvisative con l'inclusione di nuclei melodico-ritmici ben stagliati. A tale proposito è doveroso ricordare che proprio il Südtirol Jazzfestival Alto Adige già nell'edizione del 2014, dedicata alla nuova sperimentazione francese, ci permise di ascoltare per la prima volta i membri del collettivo Coax e in particolare Julien Desprez.

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