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Tommaso Iacoviello, la poliedrica identità di un giovane trombettista
Se non hai ben chiare le ragioni per cui hai scelto la musica come veicolo di espressione e il tuo strumento come mezzo di tale espressione, perché mai dovresti continuare a fare un lavoro dove non c’è orario, non esiste stipendio fisso e quando torni a casa devi lavorare duramente perché se non studi comunque si sente subito e la gente pretende che tu sia perfetto?
Tommaso Iacoviello
All About Jazz: Dopo molte collaborazioni interessanti, Birds è il primo lavoro a tuo nome, ma non è un disco d'esordio qualunque, bensì un progetto piuttosto singolare. Come ci sei arrivato?
Tommaso Iacoviello: Tutto è iniziato dall'ascolto di un disco sui paesaggi sonori, risultato di una ricerca condotta da Gianni Pavan, direttore del dipartimento di Bioacustica dell'Università di Pavia. Il lavoro conteneva le registrazioni di paesaggi sonori specifici per diversi tipi di uccellini, ripresi a quote diverse, bassa, media e alta.
AAJ: Come erano realizzati?
TI: Con delle audiotrappole, installate opportunamente, che registravano i canti per una settimana. Quando ho sentito per la prima volta queste registrazioni su disco, fatte direttamente nel Parco naturale della Valsolda, sono rimasto stupefatto: c'erano chiamate e risposte, sembrava già di sentire un concerto... Erano dieci minuti e li ho passati come se ascoltassi una traccia di un disco di improvvisazione: facendo attenzione a tutto quello che accadeva, perché erano cose interessantissime. La cosa mi ha colpito a tal punto che per i miei trent'anni mi sono fatto regalare un'audiotrappola e poi ho registrato i suoni del mio giardino! Così, ho preso quel disco, mi sono messo le cuffie e ho passato quasi un anno a trascrivere le cose più interessanti.
AAJ: Per esempio?
TI: Certi ritmi che gli uccelli facevano ripetendo i loro versi. Ovviamente, li ho trascritti così come li sentivo, senza essere troppo didascalico o troppo preciso: il mio orecchio sentiva che quel canto si muoveva su un determinato BPM e io me lo sono scritto in quel modo, sia per il ritmo, sia per le parti melodiche. Anche se per queste ho dovuto rallentare moltissimo la traccia, perché erano praticamente irriproducibili. Anzi, assieme ai musicisti abbiamo dovuto aggiustarli, perché per esempio Niccolò Faraglia mi diceva che anche rallentati erano ineseguibili sulla chitarra, e Nazareno Caputo che era fisicamente impossibile raggiungere contemporaneamente le note sul vibrafono; così, provando e riprovando, abbiamo assemblato i clusters riproducibili e quelli modificati in modo che si potessero suonare. In seguito ho contattato direttamente Gianni Pavan che mi ha passato altri dischi, frutto di ulteriori ricerche: uno dedicato alle garzaie, riprese in volo e nei nidi; uno che si chiama Uccellande, che è anche il titolo di un brano del mio disco; un altro tutto registrato al parco naturale della Valsolda, dove è stato anche allestito un percorso sonoro, una specie di trekking con cartelli che riportano cosa puoi sentire, in che stagione, a che quota sei e tutto quel che può servirti.
AAJ: Ma tu come ci hai lavorato?
TI: Prima ho trascritto ritmi e canti a orecchio; poi ho assegnato a ogni strumento un animale diverso; infine ho aggiunto un groove, assegnandolo alla batteria, così che ci fosse sempre un'idea di tempo e non sembrasse tutto troppo astratto e aleatorio, per coinvolgere l'ascoltatore. Un tempo strano, che cambia, ma che può far muovere il corpo, lasciando che attorno succeda altro. Poi questo in certi pezzi è servito e in altri no: in "Garzaie," per esempio, il paesaggio sonoro è l'ambiente dove vivono questi uccelli, un lago fermo dove non succede niente e si sentono solo loro; infatti anche nel pezzo non succede niente e la cosa più importante è il canto, che ora appare, ora scompare.
AAJ: Cosa ti ha colpito di più mentre trascrivevi?
TI: Una delle cose più affascinanti era la ripetizione. Da qualche parte ho letto che la bellezza, nella musica, è data anche dalla ripetizione, Gli uccellini ripetono il loro canto sempre nello stesso modo per un certo tempo, oppure lo alternano con una pausa di silenzio e poi lo riprendono uguale, e questo, anche se è una ripetizione, crea comunque un ritmo, uno sviluppo, una melodia complessa attraverso il sovrapporsi dello stesso canto. Per cui trascrivere il canto delle garzaie, ripeterlo, montarlo pur con tutti gli aggiustamenti, per me era dargli valore, mostrare come incarnasse la mia idea di ritmo e di musica.
AAJ: Tutti i brani del disco seguono questa logica?
TI: Quasi tutti. In alcuni sono invece andato a recuperare altre parti di me stesso. Perché io ho fatto un percorso molto diversificato ho prima studiato classica, poi sono passato al jazz, quindi mi sono buttato sull'improvvisazione, ma al tempo stesso suono sulle navi da crociera e questo ha fatto sì che la mia personalità sia oggi composta di tanti "pezzettini" diversi. Fanno tutti parte di me e non ce n'è uno che possa privilegiare, abbandonando gli altri. Certo, c'è il rischio che alla fine uno faccia male tutto; ma per me ogni pezzetto alimenta l'altro, lo stimola e lo migliora, e tutti assieme descrivono chi sono. Ecco, questa è una cosa molto importante, alla quale non rinuncerei, a prescindere dai giudizi degli altri. È per questo che quando mi sono trovato a scrivere pezzi come "Valsolda" o "Tottavilla," che sono quelli un po' più ritmici e "agitati," più simili a standard, ci ho messo dentro anche cose diverse: il giro degli accordi di "Valsolda" assomiglia a "Inner Urge," in "Tottavilla" c'è un ritmo che ricorda il funky, e così via.
AAJ: Un lavoro complesso.
TI: Infatti ha avuto una gestazione abbastanza lunga, perché abbiamo provato tanto per mettere a punto tutti gli incastri. Abbiamo registrato da Antonio Castiello, al Jambona Lab di Livorno, e volutamente abbiamo evitato le stanze separate, per avere un suono di gruppo. Dopo il primo giorno non mi piaceva niente, avrei buttato ogni cosa e l'avrei finita lì; invece il secondo giorno, grazie all'aiuto di Castiello che non solo è bravissimo con i master, i mixing e in sala di registrazione, ma ti sa mettere a tuo agio abbiamo tenuto tutte le prime takes senza mettere mano praticamente a niente, aggiustando solo i livelli. Questo dà ai pezzi più realtà, più verità, una cosa di cui secondo me c'è anche un po' bisogno, oggi che si fanno registrazioni sempre perfette, cancellando ogni difetto o errore, ma poi si ascoltano con dispositivi inadeguati a cogliere le sfumature... Io invece ricerco qualcosa di vero, dove magari c'è una stonatura, una stecca, un errore, però c'è anche qualcosa di proprio, che arriva e cattura.
AAJ: È un'idea di composizione davvero originale: sembra che tu abbia preso spunto dal canto degli uccellini come se fossero già un testo musicale, che hai solo arrangiato per gli strumenti della tua formazione.
TI: Un po' è quel che ho fatto, anche se poi questo può essere controproducente rispetto al mercato: quando ho inviato le proposte ai locali, anche quelli che fanno improvvisazione, mi è stato risposto che se la mia era una ricerca sui paesaggi sonori, beh, quelli non si sentivano! In altre parole, avrebbero voluto che mettessi il paesaggio sonoro così com'è, per poi suonarci sopra, perché adesso piace così... Una ricerca d'altro tipo, più innovativa, non era interessante. Io comunque non demordo e alla fine ho avuto risposte da canali lontani dalla musica e dal jazz: infatti abbiamo fatto una data nella laguna di Orbetello!
AAJ: Com'è stato possibile?
TI: Grazie ad Adriano Argenio, del WWF di Orbetello: è stato lui a pensare che il progetto potesse trovare una collocazione naturale al Casale della Giannella, che è immerso nella natura: in effetti, un contesto in stretto legame con i paesaggi sonori che lo ispirano. Abbiamo fatto una presentazione, praticamente l'anteprima del disco, registrando anche un video, che poi abbiamo pubblicato. Per i canti degli uccellini era il posto ideale! È talmente piaciuto che a luglio dovremmo avere una data al Parco Naturale di San Rossore, a Pisa, con la collaborazione di Mariotti di Toscana Produzione Musica. Appuntamenti di questo tipo non realizzano solo il mio desiderio di promuovere la formazione e sviluppare la musica, ma anche quello di trovare posti diversi dove suonare, nei quali la musica non sia la cosa principale che vi succede, ma che offrano l'occasione di fare concerti come il mio, legato ai paesaggi sonori, in maniera acustica, in mezzo alla natura e in diretta relazione con il silenzio. È un approccio diverso alla musica, sia per chi suona, che la porta in luoghi bisognosi di un certo rispetto, sia per chi ascolta, che deve prestare attenzione non solo a quel che suoni, ma anche a ciò che sta succedendo attorno.
Del resto a me piace il suono reale, a cominciare da quello del mio strumento: faccio fatica a suonare gli effetti con la tromba, infatti non ho una pedaliera. Anche per questo amo suonare nel bosco: perché esalta il timbro degli strumenti, quello a cui non si è più abituati, perché le amplificazioni e le registrazioni lo alterano. La tromba, per esempio, non ha il timbro scuro e ricco di riverberi che conosciamo dai dischi: se la usi nel bosco suona più povera, più secca, tanto che tra chi ha ascoltato dal vivo il gruppo di Birds c'è chi ci ha rimproverato per il suono poco appariscente: perché l'orecchio si abitua a certi timbri e non riesce più ad apprezzare quelli naturali. Che però a me piacciono!
AAJ: Come lo spieghi?
TI: Forse perché ho iniziato a suonare la tromba perché la suonava mio zio nella banda di Cecina: ricordo l'emozione che provavo quando faceva un assolo mentre sfilavano in mezzo alla città o suonavano in una piazza. E ricordo quel suono lì, senza riverbero, perché il suono ricco di riverbero è nell'immaginario collettivo, ma se fai una nota per strada il suono casca lì. Sembra più esile, ma è la natura del suono data dal contesto. È proprio un'altra concezione timbrica. Anche se poi la tromba e me ne sono innamorato proprio per questo è uno strumento molto fisico, che restituisce quel che dà il tuo corpo: è una cosa che si attenua man mano che si studia, perché si riesce a gestirla meglio; però io ancora oggi, quando mi sveglio e comincio a suonare per studio, oppure la sera che ho un concerto, mi devo resettare, perché ogni giornata è unica, il labbro risponde in modo diverso, magari mi sono svegliato più stanco, o respiro un peggio, o ancora ho qualche difficoltà, perché la realtà è difficile e non tutti i giorni ti senti nello stesso modo. Ma lo strumento lo sente, e lo fa sentire.
All About Jazz Italia: Dicevi prima che suoni sulle navi...
Tommaso Iacoviello: Sì, sono appena tornato, due mesi in crociera a suonare per Royal Caribbean. Facevamo una settimana alle Bahamas e una sulla costa del Messico: vita piuttosto "militare" su una nave gigantesca duemila membri di equipaggio e quattromila passeggeri con regole molto rigide, cabina piccola e bagno condiviso, l'ispezione, l'uniforme... Senza contare che devi interagire con gli ospiti. Le prime due settimane volevo fuggire e tornare a casa, poi piano piano mi sono abituato, per cui alla fine è andata bene: ho fatto molta esperienza, ho potuto studiare, ho visto un sacco di posti, ho allenato un po' l'inglese, mi pagavano bene. E soprattutto ho suonato tanto, capendo molte cose, anche sullo strumento: ero la seconda tromba dell'orchestra, con set da big band e funky, un po' di soli, tutto all'impronta, senza prove e con lettura a prima vista. Posso mettere una X su "esperienza fatta."
AAJ: Di dove sei?
TI: Sono nato a Cecina, ma adesso vivo a Vicopisano. È un bel posto, molto tranquillo, in campagna tra i sentieri. Unico difetto, mi manca il mare.
AAJ: Hai iniziato con la classica. Perché poi ti sei avvicinato al jazz?
TI: Quand'ero ancora piccolo, verso i tredici-quattordici anni, ho avuto la fortuna di avere un professore al Conservatorio, Marco Nesi, che mi ha dato un'infarinatura di tutto quello che era possibile fare con il mio strumento e non solo esercizi per tromba classica, che era il percorso che avevo scelto: dalla tromba barocca al jazz, persino con le basi dell'Aebersold. Poi, quando nel 2009 mi sono diplomato al Conservatorio, mi sono ritrovato a studiare per le audizioni, ma quel che ascoltavo era soprattutto jazz: i primi dischi di Wynton Marsalis, il dixieland, Louis Armstrong, e tanto altro, che sentivo mentre studiavo classica. Così, dopo un'annetto, mi sono chiesto come mai mi preparassi per suonare della musica che non ascoltavo, riflettendo pure sul fatto che se non ascolti non ti prepari neanche bene, perché non capisci il contesto nel quale devi suonare.
E allora hanno preso il sopravvento le esperienze che comunque avevo fatto fin dall'età di diciassette anni, prima del diploma, suonando con la Street Band Magicaboola: a quell'epoca le Marching Band lavoravano tantissimo, noi facevamo anche novanta date l'anno, con quindici giorni al sud, d'agosto, girando tutte le sagre. Io ero adolescente e un'esperienza del genere era entusiasmante; anche se non mi azzardavo a fare i soli, un po' di linguaggio e di movimento del corpo li avevo appresi. E allora mi sono detto: vabbè, mi butto e provo! Così sono finito nella New Talent Jazz Orchestra, di Mario Corvini, la big band romana dove ho suonato per quasi cinque anni, facendo avanti e indietro da Cecina una volta a settimana, con Riccardo Tonello, un trombonista di Orbetello: andavamo lì la domenica mattina, il lunedì c'erano le prove e poi si tornava indietro. Tutte le settimane, una faticaccia, ma anche una bella scuola, dopo la quale sono andato al primo anno di Siena Jazz University, dove ho conosciuto tanti dei musicisti che adesso sono miei amici e con i quali suono: Tobia Bondesan, Giuseppe Sardina, Francesco Fiorenzani e molti altri. Del resto Siena Jazz è un centro di gravità del jazz unico.
AAJ: La funzione di centro di aggregazione Siena Jazz la svolge da sempre, tanto che molti musicisti sembrano avere legami nati allora e conservatisi in seguito.
TI: Per me suonare con chi ho un legame è fondamentale: in tutti i gruppi nei quali ho deciso di continuare a stare non c'è solo da fare le note giuste al posto giusto, ma esiste un'amicizia che spinge a creare qualcosa anche senza strumenti. Poi non saprei dire se questo si senta da fuori a livello musicale, ma certo io lo sento, perché quando suono con quei musicisti sono felice. E lo sono perché trovo amici con i quali posso parlare serenamente ed essere me stesso, cosa che invece nelle prime esperienze nella musica classica non avevo trovato. Se ho smesso di suonare in orchestra per scegliere la strada che poi ho fatto, è perché quello era un ambiente freddo, asettico, industriale: tutta l'estate a preparare produzioni di musica classica, poi, per due settimane, quattro ore d'opera vestito in divisa, senza vedere i miei amici che uscivano, facevano le feste, mentre io ero a fare Aida... Certo, ero adolescente, ma mi prendeva il mal di stomaco, ed è lì che mi son detto che non lo volevo più fare. Solo il settembre scorso, dopo quindici anni, ho riprovato, rientrando in punta di piedi perché non sapevo come mi avrebbe fatto stare: assieme a mio fratello gemello, trombonista, siamo stati a Sibiu con Cavalleria rusticana e ho potuto suonare "in buca" con lui e stavolta è stato bello, forse perché sono cresciuto, forse perché l'ho presa con un'altro spirito.
AAJ: La svolta, comunque, è stata Siena.
TI: Sì, ci sono arrivato acerbo e mi sono trovato a studiare con gente come Giovanni Falzone e Marco Tamburini, che in tre anni mi hanno dato materiale per lavorare per una vita infatti ancora oggi studio sulle cose che mi dicevano loro. Siena Jazz, per come l'ho vissuta io, era un percorso di socializzazione e scambio di esperienze. I docenti sembravano dirci: io ci sono arrivato così, ora ti faccio vedere come ho fatto, così puoi farlo anche tu. Anche gli esercizi più tosti, come eseguire il blues in tutte le tonalità senza la base, battendo il piede sul due e sul quattro, che ci faceva fare Tamburini, oppure gli arpeggi di tutti gli accordi con le scale relative, che ci faceva fare Falzone, erano cose che si dovevano fare, sì, ma erano anche un gioco, qualcosa che ti rendevi subito conto che ti sarebbe servito, perché sentivi che anche per gli insegnanti erano importanti.
AAJ: Una condivisione di pratiche quotidiane...
TI: Sì, esatto. Del resto io oggi insegno e l'esperienza me lo conferma: gli allievi magari vorrebbero che dassi loro una "pillola," qualcosa di immediato che funzioni subito, e anche a me piacerebbe dargliela... ma non c'è! Non esiste, perché ognuno ha la propria conformazione di denti e labbra, il proprio modo di approcciarsi allo strumento, il proprio tempo da dedicare alla pratica. E quindi puoi far vedere loro la tua esperienza, quello che ha funzionato nel passato per te o per quelli che hai conosciuto, e poi puoi provare a guidarli nei loro tentativi di adattare a loro stessi quelle possibili soluzioni. Non di più.
AAJ: La prima volta che ti ho visto dal vivo è stato in Tabula Rasa di Stefano Battaglia, il laboratorio d'improvvisazione. Come c'eri arrivato? E come ci sei tornato, visto che quest'anno eri nuovamente presente?
TI: Battaglia l'ho conosciuto seguendo un corso d'improvvisazione per Siena Jazz. È un personaggio particolare, con un'interpretazione della musica molto personale, tanto che all'inizio ero po' scettico. In realtà mi sono poi reso contro che era uno dei pochi, là dentro, che faceva le domande giuste. Ricordo che a una delle prime lezioni ci dette un foglio da compilare con domande tipo: perché hai scelto di far musica? Perché hai scelto il tuo strumento? Perché continui a farlo? E ci disse che se volevamo intraprendere la carriera del musicista dovevamo tener sempre presenti questioni di questo genere. Io allora ero giovane e, forse, quel foglio l'ho anche compilato un po' alla leggera, ma in seguito mi sono ritrovato spesso di fronte a scelte, dubbi, fatica, incertezze, problematiche per le quali è fondamentale dare risposta a domande di quel tipo.
Se non hai ben chiare le ragioni per cui hai scelto la musica come veicolo di espressione e la tromba come strumento di tale espressione, perché mai dovresti continuare a fare un lavoro dove non c'è orario, non esiste stipendio fisso, la gente pretende che tu sia perfetto e quando torni a casa ti devi fare un mazzo perché se non studi si sente subito? Meglio un lavoro dove fai le tue ore, poi vai a casa e stacchi da tutto. Se invece tieni presente le risposte a quelle domande, cambia tutto: ritrovi la motivazione e la forza per superare gli ostacoli. A me prima sembravano cose frivole, ma oggi capisco che la vita è fatta di priorità e se uno si lascia andare a deciderle è il caso: arrivano tante scuole? Faccio l'insegnante. Arriva tanto lavoro in un certo settore? Mi specializzo in questo. Ma se invece sei consapevole delle tue priorità, se ne conosci le ragioni, allora sei tu che scegli sulla loro base, che le metti avanti a tutto il resto. E le domande a cui ci fece rispondere allora Battaglia sono importanti perché mettono a fuoco le priorità.
AAJ: Le tue quali sono?
TI: L'amore per la musica e per il suono del mio strumento. È in base a quelle che scelgo quanto tempo dare alle diverse cose che posso fare: insegno, perché mi piace, ma poi mi piace e mi serve anche suonare con Nico Gori nel Swing Tentet, fare improvvisazione con Nazareno Caputo o con Stefano Battaglia, suonare un po' di classica con mio fratello, persino suonare sulle navi. In questa molteplicità mi oriento e doso tempo ed energie grazie alle mie priorità.
AAJ: Con Battaglia come hai proseguito?
TI: Dopo averlo avuto come docente a Siena Jazz ho continuato a fare i suoi laboratori, tanti, almeno per quattro o cinque anni. Alcuni li abbiamo anche registrati, da Stefano Amerio, e adesso stanno uscendo per l'etichetta Centripeta: dove c'ero anch'io è uscito Tetraktys, per violoncello, arpa, piano e tromba. Sono state tutte bellissime esperienze, dalle quali ho imparato tanto. Quando ho iniziato per me l'improvvisazione era quasi uno sfogo: andavo lì una volta al mese e per tre ore facevo impro, libero da ogni schema, da ogni richiesta, solo perché mi faceva star bene. Poi ho iniziato a praticarla in altri contesti, suonando a casa e improvvisando con altri; quindi ho iniziato a interessarmi di più al genere e ad ascoltare i trombettisti di quell'ambito, così mi sono innamorato anche di questo e l'ho incluso nei miei tanti "pezzettini." Quando è nata la collaborazione tra Siena Jazz e la Chigiana che ha dato vita al primo ensemble Tabula Rasa, Stefano mi ha chiesto di partecipare e ci sono andato. Dopo qualche anno di pausa, ho ripreso da poco.
AAJ: Cosa trovi di particolare nell'improvvisazione rispetto ad altri approcci musicali?
TI: C'è una concezione diversa della musica. Ciascuno di noi, sia da ascoltatore, sia quando sale su un palco, si crea un'aspettativa che va poi a determinare il giudizio. Ma quell'aspettativa è un costrutto socio-culturale e dipende dal tipo di contesto: non ti poni l'aspettativa della corretta intonazione se stai assistendo a una danza della pioggia in Sudan; della nota stonata puoi tener conto a un concerto qui in Europa, non in Libano, dove lavorano sui quarti di tono. Questo però significa che esiste anche la possibilità di liberarsi del tutto delle aspettative e degli schemi, ed è proprio quel che avviene nell'improvvisazione. In realtà io questa cosa l'avevo intuita presto, grazie a mio padre che, appassionato anche di contemporanea, ogni tanto faceva ascoltare a me e a mio fratello qualcosa di inusuale; una volta ci fece vedere in TV un'esecuzione del Quartetto per archi ed elicotteri di Karlheinz Stockhausen, realizzata a Roma in una chiesa senza tetto. Io allora ero piccolo, non capivo il senso di una cosa così, era tutto strano; ma in seguito quelle esperienze mi sono tornate molto utili. Oggi credo di aver trasportato quella libertà anche nella mia scrittura, per esempio in pezzi del disco come "Rigogolo" o "Tottavilla," per quali ho attinto dal Catalogue d'oiseaux di Messiaen, che sono sue trascrizioni per pianoforte dei canti degli uccellini e che sono andato a riascoltarmi mentre trascrivevo. Diciamo che "Uccellande," "Valsolda" e "Garzaie" derivano dalle registrazioni dei paesaggi sonori mentre "Rigogolo," "Tottavilla" e "Assiolo" prendono più spunto dall'ascolto dei quei di Messiaen.
AAJ: Dopo Birds, che immagino prossimamente ti impegnerà molto, che altri progetti hai?
TI: Oltre al Nico Gori Tentet, c'è Siphonoforo, formazione di Marco Pasinetti di cui è da poco uscito il primo disco per Flying Robert. Anzi, appena tornato dalla trasferta sulle navi con un doppio volo Houston-Amsterdam-Roma, sono andato direttamente a Bergamo senza passare da casa, perché avevamo dei concerti di presentazione proprio di quel disco. Marco è un amico che frequento da tanto tempo e il gruppo esiste da oltre tre anni; lui ha messo a punto una formazione senza basso, con me, Luca Tapino al trombone e Pierluigi Foschi alla batteria. Quando abbiamo delle date ci vediamo e facciamo un po' di prove per sviluppare il progetto. Stavolta abbiamo fatto quattro concerti, uno dei quali a Bergamo Jazz. Certo, suonare in un gruppo senza basso è un po' strano, sembra di essere sempre un po' "in aria," perché il tempo sembra sempre fluttuante. Però è bello, perché tutta la gamma di bassi che manca si può occupare con i suoni: infatti usiamo un sacco di sordine, ci sono tanti momenti di improvvisazione ed è anche il primo disco in cui mi sono buttato a suonare dei flautini etnici, tipo bansuri, e anche questo mi piace, perché lo faccio volutamente senza uno studio specifico, affrontando lo strumento che non conosco in modo istintivo e la cosa mi fa tornare un po' bimbo... Come dire? Ritrovo quel divertimento che offre uno strumento nuovo, e allora sorrido, anche perché vedo che altri questa cosa piace e offre loro stimoli nuovi.
Poi c'è Solstitium, formazione che nasce dalle esperienze con Battaglia e che ha da poco pubblicato un disco omonimo per l'etichetta Bluering, quella di Tobia Bondesan: ci siamo io, Beatrice Arrigoni, Nazareno e Tobia. È un gruppo nato per realizzare sonorizzazioni, abbiamo iniziato nella chiesa dove aveva lo studio Nazareno, sull'Arno appena fuori Firenze, dove abbiamo registrato il disco, poi abbiamo avuto l'occasione di fare due residenze. La prima in Basilicata, a Rionero, il paese natio di Nazareno, dove abbiamo musicato il paesaggio la campagna, il bosco, la collina, il laghetto facendo anche dei filmati. È stata un'esperienza complicata portare il vibrafono nel bosco e montarlo là in mezzo... ma affascinante: a un certo punto io e Tobia ci siamo trovati in vetta a una montagnola con davanti una vista incredibile e abbiamo suonato al panorama! Ho ricordi davvero stupendi. La seconda era a Udine, per Materis, legata alla promozione di aziende che stanno scomparendo, la nostra era una fabbrica di marmo: siamo andati al suo interno e abbiamo sonorizzato proprio le lastre di marmo, con il macchinario che le tagliava, lentissimo e con un suo proprio ritmo, anche lì fecendo dei video che testimoniano le sonorizzazione. Nazareno non c'era, ma avevano con noi due danzatrici pugliesi, del gruppo Esenco.
AAJ: Basta così?
TI: In realtà c'è un'altra cosa a cui tengo molto, anche se ha un respiro artistico più ampio: più o meno dal 2020, dopo la pandemia, ho conosciuto una compagnia teatrale, Animali Celesti, diretta da Alessandro Garzella, con la quale è nata prima una collaborazione per la musica di scena, poi MAC -Modern Art Collective, un'associazione di musicisti di cui sono presidente e di cui fanno parte anche Nazareno, Omar Cecchi, Pietro Borsò, Alessandro Buonamini e Gianni Valenti. Ancora una volta, arte all'aperto, in mezzo agli animali e al bosco! Anche questa è stata una grande esperienza formativa: in precedenza non avevo mai avuto occasione di mettere in relazione musica e teatro, mentre qui ho potuto non solo scrivere dei pezzi per la scena, ma anche assemblare gruppi per suonarla nel bosco. Tutto questo in un franco rapporto creativo che ci ha permesso di costruire una relazione fiduciaria tra testo, drammaturgia e musica. All'ultimo spettacolo eravamo quattro musicisti (batteria, contrabbasso, sassofono baritono e tromba), nel bosco insieme agli attori che recitavano, ma quasi tutti i brani erano improvvisati, che significa massima attenzione a quel che succede, se si sentono le parole, qual è il volume, inserirsi nei punti giusti, non fare sempre la solita cosa, mantenere sempre un mood in sintonia con la rappresentazione teatrale, e via dicendo.
Per me è stata una rivelazione, perché si può sperimentare qualsiasi cosa: qui un pezzo di musica classica, lì uno standard jazz, poi un po' d'improvvisazione, il tutto in mezzo alla natura... Fantastico! È per questo che mi sono impegnato per far crescere al suo interno l'associazione: perché c'era il massimo della libertà, la possibilità di usare ogni veicolo di espressione senza nessun limite o freno. Grazie ovviamente anche all'intelligenza sia di Sandro, sia degli altri della compagnia, professionisti e gente seria. MAG non ha ancora i requisiti per accedere a bandi, per cui finora abbiamo fatto iniziative estemporanee, come seminari e jam sessions di improvvisazione, prima a Pistoia, poi a Firenze e Sesto Fiorentino, ma presto organizzeremo cose più importanti. Nei due mesi in crociera, durante i quali mi sono ritrovato spesso a pensare alle priorità, mi sono detto: ecco, tra le mie c'è anche questa, e non posso trascurarla.
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