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Time in Jazz 2006
Berchidda 10-15 agosto 2006
Eccolo, è quasi pronto, il grande palco che ti accoglie quando arrivi in paese, occupando con allegra invadenza piazza del Popolo per ospitare come di consueto i concerti serali del festival.
Ma si tratta solo di uno dei tanti scenari che fanno da cornice alla musica, certo il più evidente, nel borgo sardo ai piedi del monte Limbara, certo il più frequentato per numeri, ma sicuramente non l'unico e forse nemmeno il più centrale, dato che, come è consuetudine a Time in Jazz, la musica avviene e prende corpo in luoghi che, se sei qui per la prima volta, ti possono forse sembrare marginali e periferici, ma che negli anni, come scopri mano a mano, si sono conquistati un loro spazio ben definito e per nulla secondario.
Magari all'inizio pensi che il festival si giochi tra centro e periferia; poi però ti rendi conto che, se così è, i ruoli potrebbero essere stati scambiati, e che forse la dimensione più sentita e amata è proprio quella delle chiese di campagna e degli scenari naturali del monte Limbara, se non quella dei "non luoghi" per eccellenza - stazioni ferroviarie, aereoporti, treni, navi - sui quali la musica ti arriva viaggiando.
E in fondo, pensi, la contrapposizione o l'inversione del rapporto tra centro e periferia ti si offre come un filo rosso con cui seguire le proposte musicali di questa edizione, per le formazioni tra cui spazia (duo, trio, quartetto, quintetto, big band, passando per i dialoghi monostrumentali tra contrabbassi, pianoforti, chitarre, o ancora tra cantanti e musicisti, tra voci narranti e strumenti, tra teatro e musica), e per le tradizioni musicali coinvolte - reinterpretate vicendevolmente, proprio come il vino che dall'Europa giunge alle Americhe e poi di nuovo ritorna al vecchio continente, in un percorso simile per certi versi a quello del jazz, come scrive il direttore artistico Paolo Fresu spiegando il connubio tra musica, vino e cibo che dà il tema a questo pre-ventennale.
Inizia, il festival, proprio in uno di questi luoghi lontani dal paese, la tenuta di De Andrè a Tempio Pausania (collaborazione inaugurata nella scorsa edizione, e che quest'anno ha visto un'ancor maggiore affluenza di pubblico) con Maria Pia De Vito e Rita Marcotulli a rendere omaggio, applauditissime, proprio alla musica del cantautore genovese; e prosegue, il giorno seguente, appena lasciato il paese, a Montalvu sul Monte Limbara, con una formazione - un 'manipolo' di batteristi (Francesco Sotgiu, Carlo Sezzi, Gianni Filindeu, Roberto Pellegrini, Pier Franceso Loche, Alessanadro Garau e Luca Piana, riuniti in memoria dell'amico batterista "Billy" Sechi) - che non ti aspetteresti certo per un concerto all'alba! Ed invece l'appuntamento si snoda nel segno della leggerezza, con lievi, sottili giochi percussivi su bicchieri e utensili da cucina che si alternano a calibrati e progressivi ingressi a mosaico delle batterie. Echi mimimali che si insinuano nel silenzio, interrotti qua e là da episodi dinamici in crescendo, a risvegliarti frizzanti.
Inizia dunque con ritmo, il festival, entrando nel vivo del fitto cartellone di concerti ed eventi che si susseguiranno per cinque giorni; cominci a vedere più gente (nel frattempo è arrivato da Cagliari, accolto dalla banda cittadina, il treno che ospitava la performance "Suoni in transito") ed il gruppo di ascoltatori mattutini che ancora sapevi riconoscere - le tre amiche che da Cagliari, Bolzano e Valtellina si ritrovano qui, il sardo-argentino che vive in Giappone, la signora che ti ospita a casa sua - è andato aumentando fino ad occupare ogni più piccolo spazio del prato che circonda la chiesa di San Michele a Pattada per il primo concerto pomeridiano, "Suoni di-vini". Atmosfere intime, protette dal muretto e dagli alberi che delimitano a semicerchio il prato, e Paolino dalla Porta che con il suo contrabbasso detta e accompagna i percorsi alla chitarra di Bebo Ferra (il quale il giorno successivo si esibirà in un suggestivo duo col fratello Massimo), ispirandolo e incalzandolo con garbo.
Qualche ora più tardi concluderai la prima giornata 'esterna' del festival berchiddese sul sagrato di un'altra chiesa, quella di N.S. di Monserrato a Ozieri, che in notturna ti farà conoscere la tromba, suonata quasi a ricalcare il shakuhachi, del norvegese Arve Henriksen, i suoi interventi vocali tra falsetto e bassi di quasi tibetana memoria, accompagnati dalle campionature e dai contributi ritmici di Jan Bang (sampler), che, come Arve, ha collaborato con nomi di spicco del nu jazz nordico quali Nils Petter Molvaer, Sidsel Endresen o Bugge Wesseltoft. Il vento inclemente impedirà all'uditorio di abbandonarsi veramente ai paesaggi sonori di forte impatto evocativo creati dal duo, ed è davvero un peccato, ma tanto basta per farti entrare, almeno per un po', negli spazi dilatati fino ad aprirsi al vuoto che i due ricercano, in una musica che, come sottolinea lo stesso Henriksen, sfugge alle etichette ("non è jazz, e nemmeno qualcos'altro, noi la intendiamo come musica in qualche modo universale, dove prendiamo quello che amiamo da diverse tradizioni, compresa quella classica").
E di tradizioni il trombettista norvegese non ha mancato di esplorarne, tra flauti di ogni sorta (quelli indiani, ad esempio, o il duduk armeno), musica sami e 'etnica' di vario genere, affascinato inizialmente "da questa cassetta di flauto giapponese che mi aveva dato, assieme a molta altra musica, Nils Petter Molvaer, il mio idolo, sai, quando studiavo al conservatorio… uno strumento di cui mi sono innamorato immediatamente, per il suo timbro e il suo spettro sonoro, (…) e che, alla ricerca della mia 'voce' personale, del mio sound, mi sembrava potesse essere trasformato e adattato alla tromba, perché era un modo completamente diverso di pensare allo strumento (…). Quello che mi attira della musica giapponese è il silenzio, la calma, il senso di tranquillità in cui ti ritrovi immerso… è una musica in un certo senso 'ritirata', è energia trattenuta, ma che racchiude molta tensione in sé, e questo mi piace, in fondo è un po' quello che cerco di fare anch'io, è molto diverso ad esempio dal free jazz dove hai tutta questa esplosione di suono…".
Non soffia più il vento a disturbare la performance, e dopo poche battute esplorative - come esplorativa e certo inconsueta è la formazione che apre la seconda giornata del festival, nel suggestivo Santuario di San Paolo l'Eremita a Monti -, i contrabbassi di Paolino Dalla Porta, Furio di Castri, Ares Tavolazzi e del più giovane Salvatore Maltana, comunicano fluidi come annunciato nel titolo della produzione originale ("Il principio dei bassi comunicanti"), passandosi l'un l'altro tempi e melodie, trattenendoli, rilasciandoli e rilanciandoli; si rincorrono, si accompagnano, si guardano negli occhi e si avvicinano con corpi e strumenti, i musicisti, tra allusioni ed improvvisazione, tra estro giocoso e tentativi simulati di strappare una lacrima all'uditorio, in un 'esperimento' che potrebbe sicuramente meritare un seguito.
Time in Jazz non è però solo musica, quanto piuttosto la ricerca di un confronto trasversale tra arti e cultura; e la prima sera in piazza del Popolo ne abbiamo un assaggio - metaforico e letterale - con la messa in scena della preparazione di un piatto tipico da parte di una coppia litigiosa, che cucina sul palco mentre a Paolo Vinaccia, batterista italiano che da tempo vive ad Oslo, si uniscono Henriksen e Bang. Un progetto che viaggia bene, con esilaranti battibecchi a metà tra italiano e sardo, a cui a tratti musica e voce rifanno ironicamente il verso; sonorità che avevamo già conosciuto la sera precedente, e che ora si accompagnano alla vigorosa batteria di Vinaccia, presenza forte che trascina e convoglia il canto di Henriksen (uno strumento in più, la voce, usata con slancio pulito) e le manipolazioni elettroniche di Bang. Musicisti di cui sarà stimolante seguire i percorsi, in quel fermento creativo che si agita nel Nordeuropa da qualche tempo, contraddistinto come ricorda "l'italo-norvegese" Vinaccia da grande libertà di interazione tra chi fa musica all'insegna dell'improvvisazione, e che gode fortunatamente di un deciso sostegno pubblico.
Il concerto del P.A.F. Trio (Paolo Fresu-Antonello Salis-Furio Di Castri) che segue viene invece 'segnato' dalla penna elettronica dell'artista Alex Pinna, che interpreta visivamente su uno schemo alle spalle dei musicisti il susseguirsi delle rivisitazioni di arie operistiche in tema, proposte con questo "Vino all'opera" dalla formazione ormai più che decennale dell'enfant du pays Paolo Fresu. Produzione originale che bene interpreta il tema enogastronomico del festival e nel cui tessuto solare si insinuano, magistralmente, alcune ombre nervose tra la fisarmonica e il pianoforte di Antonello Salis.
E sarà proprio lo strumentista sardo, il giorno successivo, a regalarci assieme a Stefano Bollani uno dei set più belli dell'intero festival: duo accolto con affettuoso entusiasmo dal pubblico confluito in massa alla Chiesa di Santa Caterina, a pochi chilometri da Berchidda, per un evento acustico che, 'condito' con la verve giocosa di Bollani, esalta l'estro travolgente di Salis tanto al piano quanto alla fisarmonica.
Scherzano assieme e con il pubblico, i due pianisti, giocano con le citazioni, il milanese pare rincorrere con il suo lirismo l'inarrestabile, inventivo e dinamico sardo; musica, voce e corpo sono un tutt'uno, in un'esuberanza, quella di Salis, che è anche urgenza espressiva, e che sa scavare, sa scavarti dentro, mentre tu, quasi ignaro, sorridi a metà tra il rapito e il divertito.
Non sarà comunque da meno, in quanto a maestria, Stefano Bollani, quando gli verrà passato il testimone per altri due concerti, prima con il suo Quintetto - Mirko Guerrini ai sassofoni e flauti, Nico Gori ai clarinetti e sassofoni, Cristiano Calcagnile alla batteria, accompagnati da Ares Tavolazzi al contrabbasso - e poi in solo, giocando a conversare musicalmente con dialoghi cinematografici in tema culinario nel primo, e muovendosi istrionico tra standard, allusioni pop, ispirazioni letterarie (pensiamo ad es. al lavoro sui testi di Fosco Maraini), divertissement linguistici e incursioni tra generi nel secondo.
Gustosi affabulatori (sempre azzeccato il mix di serio e faceto, malizia, felice impertinenza e lieve nostalgia che ne caratterizza l'interazione, musicale e verbale), oltre che squisiti musicisti, si riveleranno anche Luigi Trovesi e Gianni Coscia nei due concerti collocati all'interno del festival, rievocando le atmosfere delle giostre di paese o della Germania di Kurt Weill; nuovi scenari che si aggiungono a quelli, segnatamente italo-argentini, del Trio G.S.M. (Javier Girotto sax, Natalio Mangalavite pianoforte, Peppe Servillo voce), che pure si ispira, a Berchidda, al tema culinario di Cookin' Jazz.
Una scorsa alla tua agenda - che avevi dimenticato da giorni in valigia -, e ti rendi conto che il festival si avvia alla conclusione (quasi non ci credi, ora che eri entrato nel ritmo veloce ma allo stesso tempo dilatato di una manifestazione così fitta di appuntamenti e di luoghi), non prima però di aver 'aperto' lo spazio delle formazioni più ristrette al suono articolato e pieno di respiro della big band, con la notevole Orchestra Jazz della Sardegna a seguire partitura e indicazioni della grande Carla Bley, a Berchidda assieme al bassista Steve Swallow e al sassofonista Andy Sheppard, 'ospitati' per l'occasione dall'Orchestra. Carattere caldo, rotondo, a tratti latin (come in Tijuana Traffic), venato qua e là di trame malinconiche: un'esibizione di Bley soprattutto come compositrice e direttrice d'orchestra, che sapientemente valorizza i diversi colori dell'ensemble sarda, per concedersi invece maggiore spazio nel concerto del giorno successivo, dove ripropone con Swallow e Sheppard il comune "Songs with Legs".
"Crepuscolare", commenta un amico alla fine di questa seconda prova, e non puoi non essere d'accordo, almeno in parte, sentendo quell'inno nazionale (National Anthem) così stranito e inquieto pur se inframmezzato da tonalità ora calde ora giocose, in un dialogo scuro tra pianoforte e sassofono che tuo malgrado ti riporta con la mente all'impero teso e incerto di oggi. Ma anche, note vellutate e misteriose nel piano di Bley, o ancora divertite, e sostenute dal metronomico Swallow (Chicken), prima di lasciarti con un tenue, bellissimo lamento del sax, ricalcato liricamente nella melodia dal basso, che quasi struggono.
E dopo la grande festa in piazza, (non li lasceranno smettere di suonare, i musicisti danzanti della Gangbé, quasi disorientati dall'euforia che li circonda sul palco!) fai passare qualche ora prima di avvicinarti verso le "Radiofrequenze con il cielo" di Rita Marcotulli. Ultimo omaggio all'amico "Billy", con cui si chiude con stile una manifestazione che ha saputo soddisfare un ampio e variegato pubblico, oltre che ad aver continuato il proprio intelligente percorso di coinvolgimento di una comunità e di un territorio, e non è poco.
Foto di Roberto Cifarelli [ulteriori immagini sono disponibili per i concerti del Trio G.S.M. (Girotto, Servillo & Mangialavite) e del duo Bollani / Salis]
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