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Su Concordu 'e Su Rosario
Per la "Settimana di musica sacra dal mondo", organizzata nei giorni prepasquali dall'Accademia S. Felice di Fiesole nella splendida chiesa fiorentina di S. Stefano al Ponte Vecchio, assieme a numerose suggestive proposte ha trovato spazio anche la rappresentazione, assai infrequente, di un classico quartetto vocale "a concordu": quello della Confraternita del Rosario di Santu Lussurgiu, paese di 2500 abitanti in provincia di Oristano.
La fondazione del coro della Confraternita risale al XV secolo ed ha mantenuto fino ad oggi viva la tradizione, sia sacra che profana. L'attuale quartetto, composto dal "bassu" Giovanni Ardu, dal "contra" (baritono) Mario Corona, dalla "oghe" (voce di tenore) Antonio Migheli e dal "contraltu" Roberto Iriu, si è formato esattamente trent'anni fa ed ha eseguito rappresentazioni - circa 400 - in tutto il mondo, sempre sul repertorio tradizionale ed occasionalmente affiancandosi ad orchestre di varia estrazione.
Il concerto fiorentino era interamente incentrato sul repertorio popolare, e più esattamente sulla specifica interpretazione che si tramanda a Santu Lussurgiu e che si differenzia per vari aspetti da quella propria di altri paesi della Sardegna.
Va ricordato che il canto a "concordu" è ben diverso da quello, forse più noto, a "tenores": mentre quest'ultimo è infatti caratterizzato da sonorità gutturali, quello a concordu è invece un canto di petto, a piena voce, forse più simile ai classici canti sacri, ma anch'esso sviluppato su fitte architetture polifoniche, grazie all'accurato intrecciarsi delle quattro voci.
Il programma ha alternato canti sacri, in gran parte legati alla festività pasquale, e profani, quasi sempre d'amore o nuziali. Da notare che la chiesa sia stata pressoché oscurata nel corso del concerto, cosa che (assieme all'ora in cui il concerto è andato in scena, le 23,00) ha reso particolarmente suggestivo l'emergere delle voci dalla penombra del palco.
Ha aperto il concerto un brano nuziale, rielaborazione di un brano di ampia diffusione nell'isola (una sua versione rielaborata modernamente è stata a lungo un cavallo di battaglia del repertorio di Daniele Sepe). Sono poi stati eseguiti, in latino, il Kyrie, l'Agnus Dei e il Miserere, a cui hanno fatto seguito due "Gozos", laudi ancor oggi eseguite seguendo regole ben precise, codificate nella prima metà del ‘600. Quindi una Novena cantata in sardo, due brani di corteggiamento dell'amata assai diffusi ancor oggi tra la popolazione locale e, in conclusione, un brano composito, la cui rielaborazione recente è dovuta ad un attento studio di una registrazione di vecchi cantanti popolari, effettuata negli anni '50.
Dopo un'ora di concerto, visibilmente impegnativo per le corde vocali dei cantori, il pubblico entusiasta ha richiesto un bis, la cui concessione ha permesso di godere nuovamente dello splendido Agnus Dei, probabilmente il più incantevole dei brani proposti (comunque tutti eccellenti).
Un plauso ai quattro musicisti, sia per la bravura davvero notevole, sia per la serietà e la costanza con cui conservano e ripropongono una tradizione particolarissima e affascinante, ed un encomio anche all'organizzazione per averli portati a Firenze a fianco di più blasonate rappresentazioni classiche. Un modo per proporre un confronto interculturale magari meno "esotico" di quelli con tradizioni transcontinentali, ma alla fine anche meno frequentato, e perciò meno "ovvio".
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