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Stockholm Jazz Festival 2007

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Stockholm Jazz Festival

17-21.07.2007

Ad un anno dalla futura tappa del venticinquennale, l’edizione 2007 del festival della capitale svedese - cinque fitte giornate svoltesi tra lo splendido scenario dell’isola cittadina di Skeppsholmen, due parchi, il tradizionale Konserthus ed il piú mondano luna-park Gronalund, per finire a tarda notte nel jazz club Fasching - si conferma senza dubbio come uno dei maggiori eventi musicali del paese scandinavo; un motivo in piú per gustare le proposte della manifestazione, a cui non manca certo la risonanza internazionale.

Prosegue la direzione già intrapresa sin dagli anni '90, il festival di quest’anno, snodandosi su piú assi direttrici: formazioni americane ed internazionali di valore indiscusso, una vetrina di quanto di meglio si trovi sulla scena svedese - musicisti affermati e nuovi talenti - ma anche apertura (che piaccia o meno), tipica peraltro di molti festival jazz in tutta Europa, a soul, R&B, pop e rock.

Ogni giornata la manifestazione offre cosi' - ad un pubblico estremamente variegato per gusti e per età (non pochi nemmeno i bambini, per i quali sono organizzate con intelligenza delle sessioni interattive ad hoc) un grande nome del panorama musicale internazionale, e poco importa se si tratti di jazz, di un suo superamento, o di un altro genere tout court. Steely Dan, la nuova stella del soul India Arie, Randy Crawford con Joe Sample, Ziggy Marley, Blood, Sweat & Tears, e The Commitments, non mancano di entusiasmare l’uditorio del main stage - variamente miscelato a seconda della star di turno -, che risponde calorosamente alle interlocuzioni musicali e verbali degli artisti.

Piú familiari al pubblico locale, i musicisti svedesi che si susseguono giorno dopo giorno sul grande palco sono ugualmente accolti con trasporto: così vediamo ad esempio il versatile Nils Landgren - l’uomo dal trombone rosso - affiancare la NDR Big Band di Amburgo, sotto la direzione di Magnus Lindgren, che si cimenta anche nel flauto traverso. Il primo dei due - al suo attivo numerose collaborazioni dentro e fuori dal jazz (si veda la sua vasta produzione per la ACT) - interagisce con fluidità con la sezione fiati della band che si muove tra jazz e funky; mentre il secondo (conosciuto anche con il suo quartetto e come compositore) dà un’ottima prova di sé al flauto traverso, nella serrata interazione con il connazionale trombonista ed in un solo dagli spazi dilatati che evocano atmosfere nordiche.

Il giovane sassofonista Klas Lindquist - già vincitore nel 2006 del concorso “Brussels Jazz Orchestra International Composition Contest” - presenta invece, al Fasching, il suo nonetto di fiati ed un approccio jazzistico godibile, muovendosi tra atmosfere soffuse e romantiche, o briose e ritmate, senza peró allontanarsi troppo da terreni familiari.

Più stimolante per la ricerca musicale risulta la formazione PAAVO, un gruppo di nove elementi fondato dalla pianista Cecilia Persson e dalla cantante Sofia Jernberg; un progetto che si fa strada tra atmosfere scure e lunari, rarefazioni sonore e incursioni melodiche, in tempi quasi sempre veloci all’insegna di un’improvvisazione spinta, e forse un po’ di ripetitività nell’impianto armonico e nei colori. Molto personale l’uso della voce da parte della Jernberg, energetica e raffinata l’interazione tra sezione ritmica - con l’impronta della brava pianista che regala intensi momenti anche lirici - e sassofoni, in un discorso musicale tra composizione ed improvvisazione che sembra non esplodere mai: climax trattenuto forse volutamente, per un gruppo di giovani musicisti, considerato uno degli astri nascenti della scena musicale svedese, che varrà senz’altro la pena tenere d’occhio in futuro (e che si può ascoltare al loro sito: paavopaavo.com).

Quasi a fare da contrappunto ai PAAVO, che aveva peraltro affiancato, il sassofonista e polistrumentista (clarinetto, flauto) Nils Berg, di recente vincintore del premio “Jazz in Sweden”, ritorna in scena con il suo quintetto Nils Berg 5 (sassofono e clarinetto, vibrafono, violoncello, basso, batteria) con pezzi dall’ultimo album (Nils Berg Quintet: Jazz i Sverige 2007, Caprice Records) ed una linea melodica a tratti piú distesa e luminosa, ma mai banale. Mix musicale che spazia dallo swing a liriche ballad, che gioca ad evocare e lievemente distorcere atmosfere cinematografiche western (“Gaucho Skiing”, in cui spicca l’armonica a bocca) o a rimanere più vicino ad un jazz luminoso (“Sunny Side”): una buona prova di interplay di gruppo, e della voce personale dell’ottimo leader, ora pacatamente vellutata, ora armonicamente piú ardita - per un concerto che lascia una sensazione di leggerezza ed evanescenza pur nella compiutezza della proposta sonora.

Le ultime due giornate di festival propongono, dal main stage di Skeppsholmen, ulteriori band che completano la prospettiva sulla Svezia: tra queste, accanto ai Jobalites (il cui concerto porta impronte fortemente ska e dub), godibili si rivelano le due sorelle tromboniste Karen e Mimmi Hammar con la formazione Sliding Hammers, in cui sono

affiancate dalla sezione ritmica, presentando composizioni originali e brani tratti dall’American songbook, con arrangiamenti propri o presi dal leggendario duo di trombonisti Jay&Kai, a cui Karen e Mimmi si ispirano (il CD A Beautiful Friendship. Honouring Jay & Kai, di cui propongono alcuni pezzi, ne è un esempio). Un concerto pulito senza sbavature, ma non per questo privo di vigore, in cui le due musiciste si muovono con agilità tra episodi veloci ed energetici e le atmosfere piú malinconiche delle ballad, cantate in svedese.

L’inglese ritorna invece nelle canzoni della trentaduenne Victoria Tolstoy, popolarissima in Svezia ma affermata anche al di fuori del confini nazionali. Di provenienza pop, la cantante si muove all’interno dell’idioma jazzistico senza dimenticare le allusioni al folk scandinavo, con una voce che certo non è paragonabile a quella delle ladies afroamericane del blues e del jazz, ma che viene usata non senza raffinatezza.

Il festival, che si regge su un buon mix tra nazionale e internazionale, non manca di regalare emozioni forti e performance memorabili, prima tra tutte quella di Dave Holland e del suo consolidato quintetto (Chris Potter al sax, Robin Eubanks trombone, Steve Nelson vibrafono, Nate Smith batteria), con brani tratti principalmente dall’ultimo CD Critical Mass. Musica davvero di gruppo, quella della band, per il fluido e intenso interplay all’interno della sezione ritmica, e tra questa ed i fiati; una coesione che non viene mai meno, riflessa anche nei coinvolgenti, raffinati, preziosi, elaborati spazi solistici - solistici, e proprio per questo collettivi - dei membri del gruppo; gran bel concerto, da ascoltare e da vedere.

Attesissimi, e applauditissimi, anche i Bad Plus, il trio che, come notano in molti, “suona il jazz come se suonasse il rock” - e non c’è da dispiacersene - , e che forse proprio per questo riesce a far presa, seducendo un pubblico quantomai vario, con cover e composizioni originali (specie dall’ultimo album Prog), e muovendosi tra il suono asciutto del pianista Ethan Iverson, il contrabbasso di Reid Anderson che fa il verso al basso elettrico e il percussionismo fantasioso e spiazziante di David King. Standing ovation.

E a coronare il tutto, per lo zoccolo duro del pubblico festivaliero, le due serate che al Fasching ospitano Don Byron prima e Joshua Redman poi. Byron continua a Stoccolma il suo percorso - uno tra i tanti del clarinettista e sassofonista newyorchese - di feconda reinterpretazione di maestri e di generi (pensiamo ai lavori su Ellington e Stravinsky, ma anche su Sly Stone e Earth Wind & Fire) proponendo “Don Byron Plays Junior Walker” in cui si cimenta con il soul del leggendario cantante e sassofonista Motown (1931-1995). La formazione (Byron al clarinetto e al sassofono, David Gilmore alla chitarra, Kyle Koehler all'organo Hammond B-3, Brad Jones al basso, Will Calhoun batteria, e il vocalist/chitarrista/attore Chris Thomas King), la stessa dell’album Do the Boomerang che documenta il progetto (2006, Blue Note), è davvero notevole, e marcia con vigore, dando vita ad un concerto di grande intensità ed impatto emotivo, grazie anche allo straordinario vocalist/attore King con la sua voce che sembra premere, impellente, per essere finalmente liberata, e al bravo David Gilmore alla chitarra di memoria anche hendrixiana. Un progetto che ancora una volta coglie nel segno, in una fusione di riferimenti sonori, stilistici e culturali senza soluzione di continuità, magma fluido che riscalda scanzonato, sfrontato, scuro, viscerale, che ti cattura.

Tutt’altro discorso musicale - composto e ‘serio’, e forse meno incline, a nostro parere, a far vibrare con intensità corde emozionali ed intellettuali inaspettate o inquiete - è invece proposto da Joshua Redman e dal suo trio, che ha incontrato peraltro il favore del vasto pubblico che gremiva all’inverosimile il jazz club della capitale.

A chiudere simbolicamente il cerchio dei percorsi jazz made in USA, un ultimo concerto dal main stage nel pomeriggio di sabato 21: con Al Foster, batterista e band leader di una formazione di tutto rilievo (Eli Degibri sassofono, Aaron Goldberg piano e rhodes, Douglas Weiss basso acustico, Eddie Henderson tromba) si ritorna a Miles Davis, con il quale Forster aveva collaborato per tredici anni e dal quale viene ricordato, nell’autobiografia, per la sua capacità di stabilire e portare avanti un groove (“He knocked me out because he had such a groove and he would just lay it right in there. That was the kind of thing I was looking for. AI could set it up for everybody else to play off and just keep the groove going forever.")

Brillante, tecnico e al contempo caloroso, Foster è il pilastro vitale e gioioso del quintetto, che reinterpreta con bravura e fantasia classici brani davisiani e composizioni orginali dello stesso leader, regalando al pubblico un concerto coinvolgente e di grande qualità.

Foto di Klaus Muempfer (Landgren, Tolstoy), Claudio Casanova (Holland, Byron), Susa (Foster)


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