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Ravenna Jazz 2008

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Teatro Alighieri - Ravenna - 25-28.10.2008

Trentacinquesima edizione per il festival Ravenna Jazz: chi ne scorresse anche distrattamente la vicenda, iniziata nel 1974 e collocata nei primi anni dentro la cornice splendida della Rocca Brancaleone, percorrerebbe con meraviglia uno spaccato tra i più significativi della storia contemporanea del jazz. Un vasto mosaico degno della città dai sontuosi monumenti romanici, nel quale spiccano tra gli ori e i lapislazzuli i volti monumentali di Gil Evans, Astor Piazzolla, Dizzy Gillespie, Max Roach, Mal Waldron e Steve Lacy. Tanto per nominare solo alcuni tra i compianti protagonisti che non sono più tra noi.

Ora la programmazione si svolge nel contesto non meno affascinante dell'ottocentesco Teatro Alighieri, la cui fine acustica permette di cogliere nel dettaglio le più piccole variazioni dinamiche, e i due concerti che hanno aperto il cartellone del 2008, sabato 25 ottobre, si sono avvalsi di tale privilegio, offrendo al pubblico le sottili trame e le varianti agogiche di musiche molto differenti, ma accomunate da uno squisito gusto narrativo.

L'apertura del festival è stata affidata a un trio originale, che si incontrava per la prima volta su un palcoscenico: la pianista romana Rita Marcotulli, il sassofonista e clarinettista germanico Michael Riessler, l'armonicista statunitense Howard Levy. Organico strumentale infrequente, considerato che Riessler si limitava in questa occasione al solo clarinetto basso. Tre personalità affatto differenti, che in questo primo incontro a corrente alternata hanno mostrato di poter sviluppare un discorso in cui le diverse componenti si valorizzano e si stimolano a vicenda. Se Riessler e Levy collaborano da tempo insieme in contesti vari, tra l'altro con il fisarmonicista Jean-Louis Matinier, la Marcotulli rappresentava

l'elemento nuovo del sodalizio, e ciò ha molto stimolato la duttile creatività della pianista, che si è addentrata in percorsi complessi, ma sempre governati da solida musicalità, da estroversione, da un senso ritmico gioioso e accattivante. La sua sensibile performance è culminata nella versione in solo del delizioso Koiné. Il senso rigoroso dell'approccio di Riessler, seppure percorso da ironia tagliente, l'esuberanza di Levy, espressa anche al piano in un episodio in duo con il clarinettista, hanno trovato nella presenza della Marcotulli un possibile tessuto di connessione, che potrà avere interessanti sviluppi.

Il secondo set della serata è stato affidato al Love Day Quartet di Richard Galliano, con Gonzalo Rubalcaba al piano, George Mraz al contrabbasso e Clarence Penn alla batteria. Un quartetto in cui le individualità eccellenti si fondono con mirabile equilibrio, in un contesto pressoché acustico, fatto di sottili, precise filigrane. Ne traggono vantaggio la pastosità degli insiemi, la varietà dinamica, il dialogo serrato ma disteso. Molto concentrato e ben focalizzato sotto il punto di vista stilistico, il programma si è dipanato nel clima del nuovo tango e della musette, toccando brani di Galliano quali Aria, Pourquoi?, Bonjour!, un intenso Birds in duo tra fisarmonica e piano, l'inossidabile New York Tango.

La seconda serata ha avuto come mattatrice la vocalist Dianne Reeves, in splendida forma, accompagnata da un brillante quartetto in cui spiccavano la chitarra di Peter Sprague, il piano di Peter Martin e la batteria di Gregory Hutchinson. Tre musicisti che sanno infondere ancora linfa vitale nelle fibre spesso atrofizzate del mainstream moderno. Dotata di spontaneo, a tratti straripante, senso dello spettacolo, la Reeves è certamente lontana dalla raffinatezza di una Sarah Vaughan o di una Betty Carter, ma il suo recital tiene per la vitalità e la solarità, per l'indubbio temperamento con cui affronta una musica variegata, dove si incontrano jazz, gospel, pop, Africa. Della vocalist di classe le manca forse la capacità di dare respiro alla musica, accordando più spazio agli ottimi solisti che le stanno accanto. A Child Is Born è stato uno dei momenti più pregnanti della performance.

Il quartetto di Fabrizio Bosso, pur di grande qualità, ha patito a questo punto la differenza di peso specifico. La proposta si è incentrata sul virtuosismo strumentale del trombettista, in grado di muoversi con disinvoltura dentro tutte le sfumature del bop, ma senza l'audacia di spiccare quel volo in altri spazi compositivi e stilistici che renderebbe giustizia a tale destrezza. Nel classico You've Changed la Reeves si è unita al quartetto, rinnovando la collaborazione che aveva portato a registrare l'album omonimo di Bosso, lo scorso anno.

La terza serata era impostata praticamente a tema, portando sul palcoscenico due storiche formazioni che hanno scritto pagine più o meno autorevoli legate alla fusione tra jazz e rock. The Yellowjackets, che da sempre ne hanno interpretato il ruolo più leggero, popolare, e gli Steps Ahead, più intriganti nel variegato dipanarsi della loro vicenda, attraverso le gli apporti solistici e compositivi di personaggi come Mike Mainieri, Michael Brecker, Don Grolnick, Peter Erskine, Eddie Gomez. Un confronto diretto dunque, dove il primo gruppo si presentava nella forma storica con Russell Ferrante al piano e tastiere, Jimmy Haslip al basso elettrico e Bob Mintzer ai sassofoni, mentre il secondo, passato attraverso camaleontiche varianti della formazione, manteneva una continuità solo nella presenza della sua mente creatrice, Mike Mainieri. Già da questo primo indizio scaturisce il risultato del confronto. Yellowjackets ha presentato la propria musica restando legato nel bene e nel male a quanto svolto nel passato, con un suono di gruppo ben riconoscibile e stilemi consolidati, la cui stabilità, pur ricca sotto molti punti di vista, ha accordato ben poco spazio all'avventura e all'emozione.

La proposta di Mainieri ha dimostrato invece scarsi legami con quanto sviluppato nel passato dal gruppo, se non per quanto riguarda il repertorio, in buona parte formato da brani dello stesso vibrafonista, tra cui Bullet Train e Beirut, e con la bella composizione di Don Grolnick Pools, punto più alto del concerto. Il gruppo mancava di una reale fisionomia, al punto che sembrava forzato mantenerlo sotto l'etichetta di Steps Ahead. Le individualità coinvolte sembravano sfuggire al controllo stilistico di Mainieri, con la sola eccezione del fine sassofonista Donnie McCaslin, il cui nome sta sempre più imponendosi tra quelli degni di attenzione. Il pur bravo chitarrista Bryan Baker, il bassista Etienne Mbappé e il rutilante batterista Rodney Holmes viaggiavano invece su una propria direttrice, e poco poteva fare l'eccellente lavoro di Mainieri per rendere il risultato omogeneo dal punto di vista stilistico.

Foto di Giorgio Ricci (le prime cinque) e Claudio Casanova (le ultime due)

Ulteriori immagini del festival sono disponibili nella galleria dedicata al concerto degli Steps Ahead.


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