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Pescara Jazz 2007
Programma variegato, per quest'ultima edizione di Pescara Jazz. Dopo un avvio interlocutorio, caratterizzato dall'intrattenimento elegante di Natalie Cole, il festival è entrato nel vivo con il concerto del SFJazz Collective. Un ottetto formidabile, i cui membri meritano di essere menzionati tutti: Joe Lovano, Dave Douglas, Miguel Zenon, Andre Hayward, Renee Rosnes, Stefon Harris, Matt Penman, Eric Harland. Come si vede, tutti musicisti eccellenti, alcuni stelle internazionali di prima grandezza. L'attività dell'organico si muove lungo due binari. Da un lato, la lettura del repertorio di grandi del jazz (quest'anno l'attenzione del gruppo è stata rivolta a Thelonious Monk). Dall'altro, la proposta di brani originali. L'autore della partitura diventa, per quello specifico brano, il leader di fatto dell'ottetto, che si configura dunque come un autentico collettivo.
Nella prima parte del concerto sono stati presentati brani di Renee Rosnes, Miguel Zenon, Andre Hayward e, appunto, Thelonious Monk. Abbiamo ascoltato un'ottima band, con significativi contributi da parte dei singoli musicisti, molto originale nelle parti scritte, forse un po' troppo legata a schemi tradizionali nelle parti solistiche. Sui tre movimenti della San Francisco Suite, brano a firma di Dave Douglas, è però avvenuto il miracolo. Non solo perchè la scrittura di Douglas (peraltro qui piuttosto distante dai suoi schemi abituali) è molto originale e strutturalmente diversa da quanto fino ad allora proposto dal gruppo. Ma anche perchè, con il passaggio del testimone della direzione musicale a Douglas, il suono dell'ottetto ha subito un'autentica metamorfosi, facendosi molto più scuro e tormentato. Ed anche se i musicisti hanno meno libertà di movimento, è netta la percezione che dietro quanto suonato ci sia un'idea forte. Senza per questo trascurare un certo gusto per il divertimento, materializzatosi in un pedale ternario su cui Lovano ha costruito un solo mozzafiato.
Dopo un concerto così intenso si avrebbe voglia di riflettere con calma su quanto ascoltato. Ma è purtroppo consuetudine dei festival proporre il doppio appuntamento. E quindi, sotto con il quartetto di Ornette Coleman (Tony Falanga al contrabbasso, Al Macdowell al basso elettrico, il figlio Denardo alla batteria), per l'occasione integrato da un ulteriore contrabbasso, quello di Charnett Moffett. L'inserimento di Moffett, cui è affidato il ruolo del contrabbassista “tradizionale” (sia pure con ampio uso di slap ed effetti) altera, a mio avviso in positivo, gli equilibri del gruppo. Falanga è più libero di creare tappeti e trame sonore con l'archetto, mentre MacDowell si muove sul registro alto dello strumento, assumendo un ruolo quasi chitarristico.
Detto questo, la musica di Ornette è ormai un atto di fede. O la si ama o la si odia. E' inutile, oggi, disquisire sulle strutture utilizzate, sul modo assolutamente atipico di porgere il tempo di Denardo, sull'asciuttezza di un suono che rasenta l'aridità, sull'uso a fini puramente coloristici che Coleman fa della tromba e del violino. C'è chi nel concerto ha visto molti cliché. Chi si è entusiasmato. E chi come il sottoscritto, sia pure a fasi alterne, ha trovato il concerto interessante e si è sinceramente emozionato nell'ascoltare la voce di quel sax percorrere, tagliente come una lama affilata, la melodia di Lonely Woman. Ed è commovente vedere Coleman, settantasette anni suonati ed una storia musicale come la sua, emozionarsi ancora quando un fan, dopo il concerto, va a complimentarsi con lui. Una lezione di disponibiltà ed umiltà di cui molti, musicisti e non, dovrebbero fare tesoro.
La serata successiva è stata dedicata interamente al quartetto di Pat Metheny e Brad Mehldau, con Larry Grenadier al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria. Devo confessare di essere arrivato al concerto con molti pregiudizi: temevo il classico “marchettone”. Ai primi brani, nei quali sul palco erano presenti solo Metheny e Meldhau, ho dovuto ricredermi. Buona musica, suonata con impegno, concentrazione, serietà. Dopo circa tre quarti d'ora, Metheny e Meldhau sono stati affiancati dalla sezione ritmica. Tutto bene per un paio di brani. Poi, sulla prima scansione ternaria della serata, che avevo salutato con gioia dopo un'ora e mezzo di 4/4, tutti i miei timori della vigilia si sono materializzati. Metheny ha imbracciato la chitarra synth, ed utilizzando il suo consueto ed ormai molto datato timbro, ha eseguito un solo grossolano e banale. Lo sprofondamento nel kitsch è poi proseguito con un brano vagamente orientale, eseguito in duo con Meldhau, nel quale Metheny ha utilizzato la sua famosa (famigerata?) chitarra “Picasso”. Il rientro sul palco di Grenadier e Ballard ha riportato il concerto su binari più accettabili, ma ormai la frittata era fatta. Peraltro, il brano di chiusura ha segnato un altro dei momenti più bassi della serata, con Metheny di nuovo impegnato al synth. Il vero ago della bilancia del quartetto è dunque il chitarrista. Quando il nostro utilizza lo strumento in modo tradizionale, la musica resta su territori più che dignitosi. Musica che può piacere o non piacere, con qualche concessione di troppo alla platea (in particolare l'utilizzo di pattern ripetuti e fitti di note), ma suonata divinamente. Quando invece Metheny utilizza il synth, si cade in una fusion di bassa lega che trascina nel vortice anche Meldhau, paraltro non particolarmente brillante in questa serata.
Il quartetto si è poi parzialmente riscattato in un fuori-programma al Marni (un locale di Pescara che durante le serate del festival ha ospitato le jam sessions del trio di Tony Pancella), suonando un paio di standard in modo delizioso e lasciandoci intuire che questi musicisti potrebbero dare vita a ben altra musica, se solo riducessero di un soffio le proprie ambizioni commerciali e seguissero un percorso artisticamente più integro.
La chiusura del festival, che purtroppo non abbiamo potuto seguire, è stata invece dedicata alle big band. Prima il Lars Sjosten Octet, con Gianni Basso come ospite, con un progetto sulla musica del baritonista svedese Lars Gullin. A seguire la Big Band di Charles Tolliver, che getta le sue radici negli anni '60 ed è ormai una delle più importanti al mondo. Personalmente prediligo le piccole formazioni, ma è indubbio che gli amanti dei grandi organici saranno rimasti molto soddisfatti dalla serata.
Parallelamente al festival, infine, Pescara è stata anche teatro di “Jazz in Città”, iniziativa con il lodevole obiettivo di dare spazio e visibilità a gruppi e muscisti locali. In particolare: gli Speakin' Four, il Panjeazz Quartet, il duo Marco Di Battista - Marcello Sebastiani, gli A24, il Giuseppe Continenza Quartet, il Trio Mowgli.
Foto di Sergio Ron Ulteriori immagini di questo festival sono disponibili nelle gallerie fotografiche dedicate ai concerti di : Charles Tolliver e Ornette Coleman
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