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Ornette Coleman Quartet
Arena del Mare - Genova - 21.7.2010
"Speriamo che suoni i pezzi vecchi, perché è un po' che non fa granché," ammoniva uno dalla platea (gremita, ma non del tutto) prima dell'inizio del concerto. E non era dato sapere se il punto di demarcazione fosse rappresentato da In All Languages, o se si dovesse risalire decisamente fino a Something Else!!!... "Non ce la fa più," sentenziava un altro. Certo: in marzo Ornette Coleman, il grande padre del jazz libero, con Sonny Rollins il più grande fra i grandi sopravvissuti alle tante intemperie, ha compiuto ottant'anni. E tuttavia l'altra sera, nel concerto inaugurale della rassegna genovese e del suo breve tour italiano (quindi San Marino escluso, dove ha fatto tappa il 19), ci ha dato decisamente dentro, come ai bei tempi, soffiando nel suo contralto bianco (ben più di rado, e solo in avvio, nella tromba, mentre il violino è stato impugnato in un'unica occasione) per una buona ora e mezza di fila, senza risparmiarsi; rispetto a un tempo, anzi, non godendo neanche di quelle oasi di silenzio/riposo che i soli dei compagni (che si chiamavano Don Cherry, Charlie Haden, e via discorrendo) gli aprivano davanti.
Oggi Ornette mette in bocca il suo sassofono e soffia. Non sempre dita e labbra sono perfettamente sincronizzate, ma anche solo l'attacco, lo strumento in bocca, mette i brividi. E' il suono, il soffio - come per tutti i grandi: come il sordinato di Miles, il ringhio rapsodico di Rollins, l'urlo di Gato - a contraddistinguerlo. Un suono come un tempo morbido, rotondo, ma al tempo stesso appuntito, lacerato, doloroso, proprio come il lirismo che attraversa i suoi inconfondibili temi, che l'altra sera a Genova ha snocciolato uno a uno, anche qui con estrema generosità (e quella mite, signorile gentilezza che è propria di Ornette come di tanti che pure hanno fatto la rivoluzione), fino all'inevitabile bis conclusivo sulle note di "Lonely Woman".
Il gruppo si è rivelato sempre all'altezza. In Tony Falanga, anzitutto, i cui cascami classicheggianti (il magistrale archettato, soprattutto) hanno costituito per tutto il concerto il contraltare ideale alle evoluzioni ornettiane. E poi Al McDowell, il cui basso elettrico tende a muoversi lungo coordinate squisitamente chitarristiche (anche e soprattutto per registro), generando una griglia, appunto con Falanga, ricchissima di sfumature. Denardo non è più il bambino prodigio di Crisis, anno di grazia 1969 (lui ne aveva tredici, di anni), ma neppure il batterista che molti malignavano fosse lì in quanto figlio del capo. Oggi (da molto) fa in pieno la sua parte, spesso appena avvertibile, come a dire che sta al gioco senza vacue ubbie protagonistiche così tipiche di chi siede dietro i tamburi.
Una serata memorabile, insomma, che speriamo abbia uno, tanti seguiti. A dispetto di quel tizio che insinuava, sì, che Ornette - in piedi solo per il primo brano, poi sullo sgabello/trespolo di rito - fa fatica (ben ripagata, peraltro). E che pur tuttavia, alla fine, si è alzato pure lui, a tributare la sacrosanta standing ovation a un gigante. Magari esile e malfermo, ma gigantesco per come riesce ancora a portare in giro la sua arte.
Foto di Roberto Cifarelli.
Ulteriori immagini di questo concerto sono disponibili nella galleria immagini.
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