Home » Articoli » Live Review » Keith Jarrett alla Fenice
Keith Jarrett alla Fenice
Cenno scostante in direzione del pubblico. Un guizzo del corpo. Le mani che scattano ad artigliare la tastiera. Keith Jarrett apre il suo concerto al Gran Teatro La Fenice col piglio di chi sottintende ‘oh sì… vi stupirò’.
Prima di capire se il pianista abbia poi mantenuto o meno questa promessa, occorre tuttavia compiere un passo indietro di circa undici anni e mezzo e qualcosa come trecento chilometri.
Sì perché per comprendere il Jarrett de La Fenice 2006 conviene ritornare per un attimo al Jarrett de La Scala 1995.
Situazioni assai simili. La celebre performance solitaria, un teatro di illustrissima tradizione, la prospettiva di un’importante registrazione discografica, soprattutto il Mito di Jarrett e la possibilità di partecipare a un sicuro Evento…
Di mezzo, la lunga malattia; poi il timido ritorno e infine il ritorno dei fasti.
Quali ragioni muovono ad un concerto di Jarrett? Sarà ancora per la musica? per l’emozione? per il brivido che accompagna l’anticipazione del non anticipabile?
Ora non importa, ciascuno ha le proprie inimpugnabili motivazioni.
Per rendere al meglio il mio sevizio, vorrei condividere con il lettore quella che è una delle mie personali motivazioni; la più urgente, quella che più ritengo utile ai fini per cui All About Jazz ha deciso di seguire l’evento, quella che mi ha sottratto ai miei - ben diversi - interessi attuali per ritornare a Jarrett, antico amor.
Ecco perché vorrei ritornare al 1995 e al teatro milanese. Perché quella sera alla Scala accadde qualcosa di veramente importante, a mio avviso; e questo al di là delle preferenze che il singolo ascoltatore ha per questa o l’altra delle esibizioni jarrettiane.
Disco alla mano: prima traccia, trentacinquesimo minuto primo e cinquantaseiesimo minuto secondo. Non vorrei mai dissolvere la poesia di quella musica con questi aridi dettagli cronometrici, ma mi preme sottolineare quel preciso istante perché in quel punto… clic… si apre un parentesi magica che consente a noi aridi analisti musicali di apprezzare la grandezza di Jarrett non solo ad un livello emotivamente immediato.
La decina di minuti che separa quel punto dalla conclusione della prima parte del concerto rappresenta, io credo, il miglior esempio di composizione istantanea jarrettiana che ci sia stato sinora messo a disposizione di un ascolto ripetuto. In quel relativamente breve lasso di tempo, il pianista illustra chiaramente i passaggi, la prassi e l’alchimia che gli consentono di imbastire un movimento compiuto a partire da poche semplici note: compone e scompone, affina e abbandona, taglia e ripassa, apparecchia i dettagli minuziosamente e quando ha tutto sotto controllo esplode finalmente in una gioiosa esposizione definitiva in cui tutto torna e trova la sua giusta collocazione.
Ecco il motivo principe per cui mi trovavo a Venezia il 19 luglio 2006, portando idealmente con me il lettore. Per quell’arido ma illuminante minutaggio milanese.
Il quale - ora possiamo anche dirlo apertamente - non ha ahinoi trovato un suo corrispettivo veneziano.
Cenno scostante in direzione del pubblico. Un guizzo del corpo. Le mani che scattano ad artigliare la tastiera. Keith Jarrett apre il suo concerto al Gran Teatro La Fenice col piglio di chi sottintende ‘oh sì… vi stupirò’.
E in effetti colpiscono le rapide inconsulte spazzolate con cui il pianista si presenta al pubblico: vigorosi e bruschi saliscendi raggrumano note e accavallano mani scartando accuratamente qualsiasi baricentro. Nessun equilibrio, per quanto precario, appare per ora minimamente ricercato.
Ci troviamo evidentemente in una fase esplorativa. Nessuna traccia di quella sfacciata disarmante sicurezza che ha contribuito a costruire il Mito, quando Jarrett incanta(va) tutti con arabeschi che paiono da sempre chiari e definiti nella sua mente e invece sappiamo essere irrimediabilmente out of the blue.
Poi, altrettanto d'improvviso, tutto si (dis)sesta e si apre. Si scrostano le pareti appena grezzamente intonacate, precipitando fendenti secchi e taglienti evocati da registri sonoramente agli antipodi.
La coda della prima improvvisazione giunge disperatamente evocata, a compimento di un’arrampicata algebrica di progressioni estenuanti interamente giocate su dinamiche d’opposizione, senza mai un appiglio, un conforto, una concessione.
Al limite della spossatezza, infine, l’emozione un poco si scioglie e la vertigine rallenta. Ma è questione di un attimo: è la conclusione, non la trama dell’improvvisazione.
Il pubblico sinora non ha mostrato d’esistere. Rattrappito fino all’immobilità, compresso nelle poltrone, stoicamente trattenuto per paura di invalidare la concentrazione del pianista. Anche questo può il Mito.
Sarà lo stesso Jarrett a concedere munificamente all’intero Teatro di applaudire e di rilassarsi. Jarrett ha bisogno di noi, di sentire la nostra partecipazione… No, Jarrett ha bisogno di tempo per pensare a cosa suonare dopo (sic). Scatta l’applauso, tonante e impenetrabile, e finalmente il pubblico può rilassarsi. Perché al pubblico è concesso: sarà Jarrett a sostenere il carico di tutta la tensione. Sollevati, ci si può concentrare sulla musica anziché sul silenzio.
Di tutto quanto ha contribuito negli anni a costruire il Mito dei suoi piano solo, Jarrett alla Fenice non fa mancare nulla.
Le placide ballads d’estenuante languore, una manciata di esili standard jazzistici trasfigurati al solito in maniera ineguagliabile, gli incalzanti vamp e i solidi blues costruiti su più livelli d’apparente inconciliabilità, i fraseggi pastosi fitti di quelle note banalmente appiccicate come per caso che dalle sue mani suonano invariabilmente di una serena giustezza.
E non manca di certo il Rito dentro il Mito: gli esili acuti mugugni, le contorsioni sullo e al di sopra dello sgabello, le passeggiate sul palco intrise di sprezzante divismo. E gli occhiali scuri, gli orridi gilet, le insipide camicie (due: una per ogni set)… Fino al compimento massimo e insuperabile del Mito: il rifiuto sdegnato di seguitare a suonare per colpa di quella sacrilega luce bianca che l’immancabile fotografo (e mitomane) dilettante ha avuto l’ardire di proiettargli contro. Poco male: si sarebbe del resto trattato del quarto bis.
Non manca nemmeno il brivido dell’imprevisto. Poco dopo l’avvio del secondo tempo, nel mezzo di una pedalata oscura impossibile da sbrogliare, il flusso improvvisamente s’interrompe: una mano s’acciacca e Jarrett prende e se ne va domandando scusa. Panico. Mille respiri trattenuti per attimi di anaerobica apprensione. Ma Jarrett ritorna; con uno spartito per sgranchirsi le dita. Anche questo episodio, del resto, è completamente improvvisato, scherza col pubblico, che riprende a ossigenarsi.
Così, una cosa è certa: possiamo ritenerci soddisfatti. Possiamo dire di aver assimilato in questa serata tutto quanto era lecito attendersi dal Mito di Jarrett. O quasi.
Del Jarrett che ricordiamo dal Mito è stato possibile soprattutto ritrovare la puntualità.
Lungo tutto l’arco del concerto Jarrett ha dimostrato di conoscere i tempi alla perfezione: quando accelerare, quando insistere, quando sterzare, quando abbandonare… La trama musicale si dipana senza strappi e senza pieghe, perfettamente calibrata, riassumendo in sé tutte le ombre e le luci, tutte le morbidezze e le asperità di una pluriennale esperienza nell’ambito dell’improvisazione.
Peccato che non impieghi questa conoscenza per costruire, per magnificare la Musica; limitandosi a tratteggiare possibilità subito spazzate via, rincorrendo affannosamente qualcosa di più, qualcosa che sta oltre.
In questa ricerca che consuma la poesia, il desiderio feroce di Jarrett sembra più quello di dare sfoggio della propria indiscutibile e forse inarrivabile perizia di strumentista che, non come un tempo, quello di trattenere il momento di estatica creatività, di far ardere la fiamma fino a consumare.
Ciò che si consuma alla Fenice sono i mille cuori degli spettatori, nell’assetato tentativo di afferrare quei brandelli di calore che Jarrett lascia intravedere ma subito ritrae per passare oltre. Il maestro dei tempi, in grado di riconoscere alla perfezione il momento esatto in cui dosare gli ingredienti, pare aver perso la pazienza di attendere sino al loro armonioso amalgama, col risultato che al gusto finale il risultato malinconicamente stona.
Alla Fenice pare mancare quella componente fondamentale del Mito, che consentiva a Jarrett di creare una musica che l’ascoltatore traduceva direttamente in emozione.
La musica ascoltata è indiscutibilmente la sua. Il pubblico la riconosce, l’acclama. Lo si immagina tendersi verso l’esile figura del pianista, interamente preso in sé, le mani che non si perdono mai troppo di vista, a rincorrersi tra loro e dietro a un’idea che a volte però appare sadisticamente inafferrabile.
In vari momenti, quando si sta già per strappare il biglietto, ché già s’intuisce l’esito nefasto della corsa, la musica guizza improvvisamente elevandosi al di sopra del proprio torpore. Si tinge delle sfumature gospel e bluesy così caratteristiche della visione jarrett-americana del Mito. Si fa sempre più convincente e incalzante e lo stesso pianista - è evidente - ne viene rapito.
Se non che l’abbrivio pian piano si logora e si stempera, si rituffa nel preziosismo di facciata, scostante e a tratti gelido. Perde il senso profondo del Mito: la cantabilità, sempre e comunque; la facoltà di far risuonare milioni di corde all’unisono. Ecco infine cosa manca. Manca e non c’è traccia che ci sia altro a ripagarci.
Il concerto di Jarrett alla Fenice sembra mancare il linguaggio della bellezza per adagiarsi su quello degli abbellimenti. Il Jarrett rigenerato dopo il lungo periodo di silenzio forzato suona un po’ come la rinata Fenice: maestose vestigia di una gloria perduta. Ci auguriamo di non dover vivere semplicemente il ricordo; che il Mito torni a vivere.
FOLLOW AAJ Italy Staff
and get notified whenever a new article published.
Designated author for the AAJ Italy archive.
Tags
PREVIOUS / NEXT
Become a Sustaining Member
Since 1995, All About Jazz has championed jazz as an art form and supported the musicians who create it. Over three decades, it has grown into one of the world's leading jazz resources, serving hundreds of thousands of readers, musicians, presenters and industry professionals each month.
Help Build the Future of All About Jazz
Your support helps us continue building All About Jazz for the next generation—expanding our editorial coverage, preserving jazz history, developing new community features and creating better ways to discover the music and the people behind it.
Become a sustaining member for as little as $20 per year and you'll immediately enjoy an ad-free experience along with access to subscriber features and future articles for a full year.
Together, we're not simply sustaining All About Jazz—we're building its future. Thank you for being part of the journey.


