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Joe Lovano Us Five
Il nuovo progetto di Joe Lovano, Us Five, è molto avventuroso, sia nelle modalità di lettura della musica di Charlie Parker (registrate in Bird Songs), che nell'organico: è un quintetto, ma al posto di due fiati propone due batteristi, uniti dallo swing ma distinti nell'approccio, con il cubano Francisco Mela a offrire timbri afro e latini al fianco del drumming schiettamente jazz di Oscar Brown Jr.
La strategia di Lovano si può riassumere nel aver filtrato Bird attraverso l'esperienza di Coltrane e Coleman. Se il primo è la sua influenza più palese, Ornette è ben presente nell'approccio ai blues, nelle modalità di interazione del gruppo e nella frammentazione tematica, assai evidente in "Birdyard Suite" dove brani famosi di Parker appaiono in forma di schegge all'interno di un discorso notevole per fluidità e gusto contemporaneo. Spesso Lovano, col suo timbro così originale e insolito, resta nella sola compagnia dei batteristi, un dialogo che è il cuore del progetto e potrebbe procedere anche in maniera del tutto svincolata da contrabbasso e pianoforte. Il ruolo del primo, nel disco affidato a Esperanza Spalding qui all'ottimo Petar Slavov, è discreto ma centrale nel creare un riferimento armonico saldo all'interno di un discorso che vive la straordinaria libertà offerta dalla concezione del leader, esemplare nel fondere assoluta padronanza della tradizione e capacità di dare senso contemporaneo alle innovazioni del free e del modale. Al pianoforte, James Weidman ha lavorato con molta sensibilità, trovando una sintesi originale fra i voicing di McCoy Tyner e uno stile discreto e cesellato che fa pensare a Red Garland.
I brani, tutti molto estesi, alternavano estratti dal disco e composizioni non legate a Parker. Fra le prime si segnala "Yardbird Suite," col tema eseguito in forma di lento recitativo, alla maniera del coltraniano "After the Rain". In più occasioni è salito sul palco Adam Nussbaum, due giorni dopo impegnato nel tributo a Michael Brecker, immettendo nel concerto un'atmosfera giocosa di jam che non ne ha alterato la concentrazione, combinazione coerente con l'approccio fisico di Lovano, al contempo meditativo e ludico. Oltre al sax tenore lo abbiamo apprezzato mentre suonava l'insolito straight alto e un sax soprano di legno, dal timbro affascinante. Il bis di chiusura, "Four in One," ha messo voglia di sentire gli Us Five alle prese con il songbook di Monk.
Segnaliamo il workshop sull'improvvisazione che Lovano ha tenuto il giorno dopo sempre alla Casa del Jazz e dobbiamo lamentare l'infausta sovrapposizione di troppi eventi nella stessa serata (Sheila Jordan gratis a Villa Carpegna e il gruppo Douglas-Rava-Caine al Parco della Musica): Lovano è stato così seguito da un pubblico entusiasta ma ridotto, certo non all'altezza del suo nome e questo in un'estate romana povera di jazz.
Foto, di repertorio, di Antonio Baiano.
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