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Jazzfestival Saalfelden 2006

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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24-27.08.06

Dopo un anno di sosta dovuta a difficoltà economiche, ha fortunatamente ripreso i suoi appuntamenti il Jazzfestival di Saalfelden, una delle più interessanti e storiche rassegne europee. La 27a edizione ha però visto una trasformazione significativa dell'organizzazione: abolito il tradizionale "tendone" montato appena fuori dall'abitato, gli spettacoli del mainstage si sono svolti tutti nella Congresshaus al centro del delizioso paese tra le montagne austriache del salisburghese. Ciò ha reso la cosa un po' meno freak e ha diminuito i posti disponibili, creando qualche problema, soprattutto perché la nuova sistemazione necessitava di un'indispensabile rodaggio. Al tempo stesso, però, la distribuzione dei tradizionali punti ristoro e dei mercatini nelle piazze e nelle vie del centro ha avvicinato la musica alla vita cittadina ed eliminata quella leggera sensazione di "ghettizazione" che si respirava in passato. Inoltre, la fruizione della musica, in una sala acusticamente ben più adatta di quanto non fosse il tendone, si è senz'altro rivelata migliore: la musica, e non altro, è in fondo la regina che si festeggia in un festival.

Venendo dunque proprio alla musica, il Jazzfestival ha confermato la sua tradizionale vocazione per il versante sperimentale, elettrico e tendente (forse un po' troppo smaccatamente) verso il rock, ma ha come sempre mantenuto anche la presenza qualificante di grandi interpreti di altre, più tradizionali correnti della musica improvvisata.

Shortcuts

Come nelle altre edizioni, la rassegna si è aperta il giovedì sera con gli Shortcuts, tenutisi alla KunsthausNexus, poi proseguiti nel primo pomeriggio del venerdì e del sabato. Protagonista degli Shortcuts è stato l'austriaco Christof Dienz, presente al primo concerto di tutte e tre le giornate con formazioni diverse. Dienz, polistrumentista dedito allo zither (cetra da tavolo tirolese), al fagotto e all'elettronica, si è segnalato soprattutto come compositore, nella cui veste attinge poliedricamente e con molta cura ad ambiti diversi, dall'avanguardia classica al pop, ovviamente passando per il jazz. Proprio per questo, delle tre performance la più convincente è stata la prima, con il suo quintetto, mentre il suo trio con Zeena Parkins all'arpa e Bo Wiget al violoncello (il venerdì) ed il suo duetto con Andreas Patton alla voce (il sabato) sono apparsi un po' troppo astratti e poco coinvolgenti. Il quintetto Dienzstag, incentato su chitarra e contrabbasso alla ritmica, ance e violino come front line e il leader come battitore libero, ha invece persuaso con una musica cameristica, sperimentale, molto (forse troppo) scritta. Gli incastri tra le sonorità dei vari strumenti ne costituiscono lo stigma, mentre l'ossatura è data da una scrittura frammentata, ritmata, che sfrutta le particolarità degli strumenti, specie del contrabbasso di Alexandra Dienz e delle ance dell'ottimo Florian Bramböck. È quest'ultimo a illuminare le scene migliori, con rigogliosa fluidità al sax contralto, con nervosismo al clarinetto basso, con perizia tecnica al sax soprano (brevi fraseggi, colpi d'ancia). Per un concerto stimolante, a momenti anche bello.

Assai stimolante anche il successivo set del giovedì, con il trio postmoderno denominato ironicamente Johnny La Marama, dominato dall'esperto contrabbassista statunitense Chris Dahlgren e completato dal finnico Kalle Kalima alla chitarra elettrica e dal tedesco Eric Schaefer alla batteria. Programma eclettico, includente anche declamazioni poetiche sovrapposte e dissonanti, momenti di grande caos elettronico, improvvisi cambi di passo. Tutto ben fatto, anche se forse un po' troppo rumoroso.

Convincente infine anche il concerto finale degli Shortcuts, il secondo del sabato: di scena lo scoppiettante e provocatorio quartetto d'archi Ethel, impegnato su molteplici fronti musicali, che ha comunque dato il meglio si sé, come si dirà, nel concerto di gruppo con i Gutbucket, nel corso del mainstage.

Mainstage - Prima giornata

L'onore di aprire la ricchissima rassegna ufficiale, la sera del venerdì, è spettato al trombettista austriaco Lorenz Raab ed al suo ottetto :Zoë, con un set "alla moda": strumenti raddoppiati (due batterie, due contrabbassi, zither accanto ad arpa e dulcimer, tuba), molti rumori, elettronica a iosa, atmosfera, quasi nessuna linea melodica. Purtroppo, però, anche ben poche cose da dire. Nel frastuono delle due batterie, non solo apparivano sprecati arpa e zither (meramente coreografica la presenza di Zeena Parkins, molto più produttrice di rumori e piroette che suonatrice d'arpa), ma perfino la tuba era difficile da percepire. Così, alla fine, fuori dal rumore restavano solo la tromba del leader - a dire il vero, neppure tanto espressiva - e, qua e là, il bel suono del contrabbasso di Oliver Steger. Insomma, musica di livello tutt'altro che trascendentale.

Il secondo set, all'insegna di un latin jazz con l'accento fortunatamente sul secondo termine del binomio, ha visto di scena l'Absolute Quintet del batterista cubano, ma ormai attivo a New York, Dafnis Prieto, allargato in metà dei brani a sestetto per la presenza di Henry Threadgill. Il set ha dimostrato la veridicità di un vecchio e banale pregiudizio: che i fuoriclasse fanno la differenza. Il sassofonista titolare, Yosvany Terry, ha infatti messo in mostra nei primi brani indubbie qualità, ma l'ingresso di Threadgill ha testimoniato implacabilmente la differenza: l'inventiva, l'espressività, il timbro del vecchio leone sono imparagonabili a quelle del giovane compagno, che al rientro in formazione, al suo fianco, è apparso migliorato, quasi assorbisse dal Maestro energie e idee. Threadgill, in veste di sideman di lusso, privo di responsabilità direttive e compositive, è apparso straordinario, come personalmente da tempo non si aveva il piacere di ascoltare. Un sassofonista epico, degno davvero dei Grandi della musica afroamericana, tal che il concerto è senz'altro risultato uno dei migliori della rassegna, se non il migliore, nonostante un parziale deficit di misura di Prieto, certo bravo, ma forse un po' troppo "picchiatore".

Se il jazz scandinavo subisce sovente l'accusa pregiudiziale di essere freddo e vuoto, lo spettacolo offerto dal quartetto finlandese InneRadio non può che aver aggravato il problema. Il gruppo ha sostanzialmente sprecato la presenza in organico dell'ottima arpista e pianista Iro Haarla, per produrre una musica profondamente impregnata di techno ed elettronica, sulla quale Tapani Rinne alle ance, Juuso Hannukainen alle percussioni e la stessa Haarla non hanno aggiunto quasi niente, lasciando trasparire solo la noia di suoni ripetitivi e inespressivi. Ogni tanto i musicisti dovrebbero ricordare di avere tra le mani strumenti musicali e che il loro essere improvvisatori non gli esime dallo sfruttarne almeno un po' le potenzialità. Unica eccezione, il conclusivo duetto tra arpa e soprano ricurvo, un po' poco per riscattare un concerto vuoto.

Quarto set con il quartetto di Christian McBride. Purtroppo le onnipresenti tastiere elettroniche non hanno risparmiato neppure questo concerto, che pure avrebbe meritato, vista la bravura del leader al contrabbasso, la purezza dell'acustico; invece, persino lo stesso McBride ha propinato al pubblico un assolo di contrabbasso con eco elettronico (sic!). Così, complessivamente il concerto di neobop sviluppato dai quattro è risultato piuttosto insipido, così come slavati sono apparsi i due musicisti tecnicamente più dotati, cioè il sassofonista Ron Blake e lo stesso McBride.

Ha in parte rialzato il morale l'ultimo set, a notte fonda (oltre le due!), con i Gutbucket dello scatenato sassofonista Ken Thompson, letteralmente mescolati sul palco con il quartetto d'archi Ethel. La musica era ancora una volta di derivazione rock (pare che dell'esistenza della musica popolare e classica non si ricordi più nessuno...), ma messa in scena con realistica foga, spirito iconoclasta, creatività, sentimento. Inoltre, l'incontro/scontro delle sonorità del sax e della chitarra di Ty Citerman con quelle del quartetto d'archi creava atmosfere di grande originalità e suggestione. Un bel concerto per andare a letto, poco prima dell'alba, soddisfatti.

Mainstage - Seconda giornata

Nella cornice generale della rassegna erano inseriti anche concerti gratuiti all'aperto, con la novità, quest'anno, di alcuni set presso malghe sulle alture circostanti. Tra questi, il sabato ha spiccato quello del progetto Alpine Aspects di Wolfgang Puschnig, nella piazza centrale di Saalfelden. Un concerto talmente spettacolare che in molti hanno rimpianto molto che non fosse stato inserito nel mainstage e, soprattutto, che sia stato programmato per le dieci del mattino - quando i più erano andati a dormire non prima delle quattro... - così che il pubblico era composto più da passanti che da appassionati. Passanti comunque appassionati, va detto, perché Pusching qui è di casa, e perché il progetto vede impegnato un quartetto ornettiano (accanto al sassofonista, Herbert Joos alla tromba, Reinhardt Winkler alla batteria e nientemeno che Jamaladeen Tacuma al basso elettrico) assieme alla banda di ottoni di Amstetten, diretta dal Kappellmeister Robert Pussecker. Nell'ignoranza dei più, questo progetto ha una vita ormai più che quindicennale - l'austriaca Universal ha appena ripubblicato su CD un eccellente disco uscito nel 1991, quando della formazione faceva parte anche la cantante Linda Sharrock - ed è perciò da considerarsi l'antesignana di quegli oggi molto frequentati progetti di collaborazione tra organici jazzistici e bande popolari. Va detto che Alpine Aspects mette in scena il confronto in modo molto ben studiato e ottimamente gestito, alternando momenti guidati dalla formazione jazz ad altri condotti dalla banda, e fondendo entrambi gli organici in passaggi - i più affascinati - corali e magmatici, che ricordano, con sfumature del tutto originali, Big Band d'ambito free. Anche perché, in mezzo ad un repertorio composto per lo più da rielaborazioni di brani della tradizione locale, compaiono a sorpresa anche composizioni di Ornette... Così, il concerto di Alpine Aspect è stato, a detta di molti, tra le cose in assoluto migliori della rassegna, con Puschnig come al solito bravissimo al contralto, Tacuma sorprendente a dettare col suo basso elettrico i tempi di una banda di paese, e il tutto, finalmente, a testimoniare in modo pulsante che si può fare jazz, e in modo innovativo e originale, anche senza pensare solo al rock.

Di ottima qualità anche il concerto di apertura del secondo giorno del mainstage, protagonista il quartetto del tedesco Klaus Gesing - ben noto in Italia per la sua collaborazione con Glauco Venier. Fresco di uscita del primo CD - Heart Luggage, come il titolo del concerto - il gruppo ha proposto una musica fluida e dinamica, dal ricchissimo fraseggio e su atmosfere sempre impregnate di aspetti melodici. Grazie al valore di tutti i musicisti - Gwilym Simcock, ventiquattrenne pianista inglese forse ancora un po' acerbo, ma con una fluida tecnica pronta a spingersi in molteplici direzioni, Yuri Goloubev, virtuosistico contrabbassista russo residente a Milano, e Asaf Sirkis, sensibile batterista israeliano, giovani e poco noti, ma davvero molto promettenti - il concerto ha confortato chi nel giorno precedente aveva patito l'assenza di frasi ed espressioni, troppo spesso sostituite da lancinanti urla elettroniche e pantomime senz'anima.

Chi invece lo aveva apprezzato, ha potuto rifarsi la bocca con il concerto successivo, dell'ancista svizzero Lucien Dubuis, accompagnato da basso elettrico, batteria e - soprattutto - da Marc Ribot. Star attesa, Ribot ha con la sua indiscussa maestria, provato a far funzionare un progetto in sé vuotamente pretenzioso (il clarinetto contrabbasso del leader è stato utilizzato ancora una volta a fini esclusivamente coreografici). In parte c'è riuscito, ma il merito va solo alle sue qualità individuali, che avrebbero forse reso brillante anche un set con I Pooh.

Praticamente al centro della rassegna, su sua richiesta senza la presenza in sala di fotografi, austero e autorevole nel suo suggestivo abito etnico grigio acciaio, Abdullah Ibrahim ha condotto in solitudine un'intima e quasi mistica meditazione con il suo pianoforte. Celebrato ormai come una delle ultime grandi icone del jazz, ponte tra le origini e la modernità, il settantaduenne pianista sudafricano ha, quasi senza soluzione di continuità, inanellato in una medley una serie di suoi splendidi brani, facendoli sparire e riapparire, improvvisando con le sue modalità così caratteristiche, meditando su ciascuno di essi, quasi si trattasse, più che di un concerto, della sentita e sontuosa narrazione della propria esistenza, in musica. Sarà stato l'effetto dell'assenza di applausi tra le composizioni, sarà stato il religioso silenzio che la figura ha imposto senza neppure un cenno, fatto sta che il concerto è stato di enorme commozione. E ben poco importa se, in fondo, di quel che è stato pronunciato dalla tastiera quasi tutto fosse noto: quando si dicono certe cose, e le si dicono così, sentirlo ripetere commuove come se fosse la prima volta. Del resto, non succede così con i Grandissimi, in ogni ambito espressivo dell'umano genere?

Difficile immaginare invece che qualcosa di simile possa mai succedere ascoltando gli svizzeri Ronin, capitanati dal tastierista Nik Bärtsch. Ancora tastiere, ancora celle minimali dai toni bassi, ancora un clarinetto contrabbasso portato in scena per far figura, il tutto per un set tanto lungo, quanto inconcludente e incomprensibile. E pensare che hanno appena esordito per ECM...

Conclusione della giornata dai toni forti, forse anche troppo, con Bobby Previte & The Coalition of the Willing, cioè l'elettricità pura delle tastiere di Robert Walter, del basso di Reed Mathis e della chitarra di Jamie Saft. Niente da dire, il pathos e il sound non mancavano; sorgevano solo domande del tipo: Ma che centra il jazz? Esiste davvero chi sente ancora la mancanza di questo tipo di caos, dopo ormai quasi quarant'anni che lo suonano un po' tutti? È vero, i più lo suonano peggio; però, per favore, proviamo a fare qualche sforzo d'immaginazione e di creatività!

Mainstage - Terza giornata

Giornata conclusiva aperta splendidamente dall'ormai collaudato quartetto di Tomasz Stanko, con i suoi tre giovani compagni polacchi, reduci da un ottimo disco ECM senza il loro nume tutelare. E si vedeva, perché quando l'anziano trombettista si faceva da parte, i tre proseguivano con grande interplay e notevole ispirazione anche da soli. Stanko ha dimostrato ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, di essere oggi uno dei pochi trombettisti capaci di raccontare una storia e di toccare il cuore anche con poche frasi della sua tromba così elegante e sobria da non sembrare neppure una tromba. Il concerto, che presentava in prima mondiale il nuovo lavoro, anch'esso per ECM, condotto sui toni sospesi che caratterizzano il repertorio di Stanko ed ancor più quello di questo eccellente quartetto (che forse qualcuno in più dovrebbe degnarsi di far circolare anche in Italia), è stato un'altra delle perle della rassegna. Unica piccola osservazione da fare, al peraltro bravo pianista Marcin Wasilewski: forse potrebbe prendersi qualche rischio in più e mettere dentro i suoi impeccabili e lunghi assoli un pizzico in più di cuore, condizione indispensabile per fare quel salto di qualità che è alla sua portata, ma che ancora non pare aver fatto.

Elegante e ben scritto l'omaggio che il contraltista austriaco Max Nagl ha rivolto alla musica di Robert Wyatt. Per una volta, la presenza quasi obbligata del piano elettrico non ha guastato l'effetto di una musica che è stata riletta in chiave cameristica ed interpretata con precisione e compostezza dal sassofonista, dal tastierista Clemens Wenger e dal batterista Herbert Pirker. Mancava forse l'acuto, e chi di Wyatt ami le dinamiche alte sarà rimasto contrariato; ma il progetto funzionava e se ne percepiva il senso.

Un senso difficile da cogliere nell'ennesimo progetto iperelettrico, quello di Ahleuchatistas - trio chitarra e basso elettrico accompagnati dalla batteria. Come terzultimo concerto del festival e dopo quanto di simile s'era già udito, francamente questo concerto è sembrato quantomeno ridondante.

Negazione di uno degli aspetti fondamentali della musica jazz il pur interessante progetto di Steve Coleman: il rigore che l'ormai cinquantenne sassofonista afroamericano mette nella realizzazione delle architetture e la rigidità con cui pretende da tutti i collaboratori il rispetto della scrittura (esemplari in proposito il netto richiamo fatto ad inizio concerto alla cantante Jen Shyu e l'incredibile metamorfosi di Dafnis Prieto, che non sembrava più lo stesso batterista comparso sul palco due giorni prima) fanno sì che venga meno la libertà di ciascun singolo musicista, imprigionato nella gabbia progettata per iscritto. In questo modo la musica da jazz si fa classica e, com'essa, almeno un po' coercitiva anche per l'ascoltatore. Ma, soprattutto, disperde potenzialità espressive: tromba e trombone suonano sempre in gruppo; il contrabbasso non merita un'assolo; la cantante ha ampio spazio, ma pare congelata su una litania nella quale può intervenire pochissimo, obbligata perfino nella dinamica; soprattutto, anche la splendida voce tesa del contralto di Coleman resta quasi sempre chiusa, essa stessa quasi schiacciata. L'unico ad avvantaggiarsi della situazione è Prieto, che mostra la sua versatilità adattandosi ottimamente al ruolo di batterista lieve e disciplinato. Certo, non si può dire che il concerto non abbia avuto un suo fascino e momenti toccanti; ciononostante, è auspicabile, sebbene improbabile, un ritorno all'improvvisazione!

Finale col botto, grazie al quartetto Bandwagon di Jason Moran, pianista dalla tecnica e dall'inventiva sopraffine, capace di escursioni nei più diversi territori musicali. Nel suo caso, l'inclusione di chitarra e basso elettrici non rinviava quasi per niente al rock ma casomai al blues, radice del jazz, ed era sempre compensata da un tocco pianistico atto a non farsi fagocitare dal suono elettrico. Esemplare la capacità di Moran di disciplinare i partner al passaggio da atmosfere R&B ad altre quasi romantico-espressioniste, nelle quali il ruolo della batteria mutava radicalmente. Nel complesso, fantastici in particolare alcuni passaggi di sviluppo dinamico portati fino al parossismo, dove la tastiera di Moran veniva coadiuvata da basso e batteria, senza mai perdere l'intimo legame col tema. Nel dettaglio, eccellente e inconsueto il bassista Tarus Mateen, splendida - come sempre - la scoppiettante, imprevedibile inventiva di Moran, sia nell'arrembante incedere di gruppo, sia nei siparietti virtuosistici per piano solo. Un festival così denso non poteva concludersi meglio.

Foto di Claudio Casanova [ulteriori immagini sono disponibili per i concerti di Tomasz Stanko, Johnny La Marama, Christof Dienz e Lorenz Raab]


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