Home » Articoli » Live Review » Jazz&Wine of Peace 2026
Jazz&Wine of Peace 2026
Courtesy Michele Grimaz
Teatro Comunale e varie altre sedi
Cormons (GO)
22-25 ottobre 2026
Dopo alcune anteprime nei giorni precedenti, la ventinovesima edizione del festival Jazz&Wine of Peace, tutta all'insegna delle proposte giovani e, in particolare, femminili, si è aperta alla cantina Jermann, la mattina di giovedì 22 ottobre 2026, per l'appunto con una pianista emergente di casa nostra, Esmeralda Sella, con il progetto in trio Magma (con Pierluigi Foschi che sostituiva Giovanni Nardiello alla batteria). Un concerto al quale non siamo riusciti ad assistere, ma di cui i presenti ci hanno parlato molto bene né c'era da dubitarne, conoscendo l'artista.
Il primo pomeriggio, presso il Castello di Spessa, anch'esso sede di un'azienda vinicola, è stata la volta di un altro trio di giovani, di base a Berlino e capitanati dal violoncellista sloveno Gal Golob, affiancato dal sassofonista russo Efim Braylovskiy e dal batterista tedesco Florian Fischer. Una formazione fresca e originale, a baricentro variabile, con ciascun musicista che, a turno, si faceva protagonista, assistito dagli altri. Più melodico il sax, dal timbro piuttosto singolare per un contralto; ora creativo e aggressivo, ora melodico il leader, che si avvaleva dell'elettronica; dinamicamente vario il batterista, a momenti intensissimo e colorato. I temi erano spesso reiterati e minimali, attingendo in alcuni casi a ritmi popolari balcanici, reinterpretati tenendo lunghe le note. Il tutto in un clima cameristico, ma screziato di elettronica e sperimentazione, con una cifra di grande libertà. Molto apprezzabile.
Altra protagonista femminile, stavolta più affermata ma comunque raramente nei cartelloni dei festival italiani, la trombettista inglese Laura Jurd, alla testa del suo quartetto Rites & Revelations, formazione ancora una volta piuttosto singolare che mescolava in modo tutt'altro che scontato jazz e folk. Gran parte dei brani proposti contenevano infatti temi tratti dalla tradizione irlandese messa in scena senza troppi filtri dal violista Ultan O'Brian ma erano sciolti entro posture musicali, suoni e ritmi jazzistici e perfino rock proposti dagli interventi del batterista Corrie Dick e, soprattutto, della bassista Ruth Goller, autrice anche di un un paio di soli dinamicamente equilibrati ma dalle forme piuttosto "dure." La Jurd, dal canto suo, trasformava radicalmente le melodie proposte dalla viola attraverso un approccio alla tromba molto libero, sperimentale ed espressivo, dipingendo atmosfere morbide e frammentate, che si ponevano in virtuoso contrasto tanto con quelle liriche di O'Brien, quanto con quelle più tese della ritmica. Il risultato è stato, come accennato, un set molto personale, sempre spiazzante e godibilissimo, molto apprezzato dall'ampio pubblico presente.
La giornata che, come le altre, includeva anche alcuni concerti di piccole formazioni, con degustazione, per la rassegna Jazz Taste si è conclusa al Teatro Comunale di Cormons con una delle figure più attese dalla rassegna, il giovane ma già molto affermato sassofonista afroamericano Isaiah Collier, con un omaggio a John Coltrane in occasione del centenario della nascita. E di vero omaggio si è trattato, perché il quartetto del chicagoano con Liya Grigoryan al piano, Conway Campbell Jr. al contrabbasso e Tim Regis alla batteria ha fatto il possibile per emulare quello di Coltrane, riprendendone in buona sostanza la struttura e le modalità interpretative, così che in particolare il sassofonista e la pianista sono sembrate repliche del maestro di Hamlet e McCoy Tyner: tecnicamente molto bravi, artisticamente nascosti però dietro gli originali.
Ne è così venuto fuori un concerto del quale era da ammirare principalmente la maestria esecutiva dei protagonisticon un Collier da questo punto di vista persino mostruoso per la capacità di prodursi in torrenziali assoli di parecchi minuti senza interruzione e per essere riuscito a emulare, di Coltrane, persino il timbro del sax soprano , ma che, complice anche la lunghezza di circa due ore, ha a un certo punto stancato. I brani di Coltrane, da "Giant Steps" ad "Alabama," passando per "My Favorite Things," "Olé" e "Naima," tutti del periodo "classico," sono infatti stati riproposti esaltandone l'elemento più esteriore, cioè l'irruenza e l'intensità dinamica, ma lasciandone da parte l'anima, cioè la ricerca del nuovo, dell'inaudito, una cosa che si è potuta percepire in particolare negli assoli più lunghi, quando Collier, inevitabilmente, si è talvolta trovato a dover prendere "fiato mentale," ripetendo più volte alcune troppo semplici frasi ascendenti o discendenti. Nel complesso, comunque, un concerto senza dubbio interessante e un artista, il sassofonista, da seguire attentamente perché dotato di capacità decisamente fuori del comune.
La seconda giornata del festival s'è aperta, come da tradizione, nella splendida cornice dell'Abbazia di Rosazzo, ove vengono sempre collocate proposte che possano valorizzarne le particolarità acustiche e scenografiche. In questo caso era di scena l'arpista e cantante svizzera Julie Campiche, che ha proposto una musica difficilmente etichettabile, in equilibrio qual era tra classica, folk, elettronica e ambient. Il progetto prevedeva brani, originali e non, che rendessero omaggio a figure femminili, in parte cantati, in parte strumentali, eseguendo i quali l'artista s'è ampiamente avvalsa anche dell'elettronica, campionandosi, modificando e aggiungendo suoni. Pur nella bellezza e nella suggestione complessiva, amplificata dall'ambiente, il concerto è però parso esile, a causa del modesto sviluppo dei temi e dell'impasto non molto coinvolgente.
Nel primo pomeriggio, presso la Fondazione Villa Russiz, è stata la volta di Raw Fish, primo concerto dell'artista in residenza, il trentatreenne chitarrista danese Teis Semey, che nei giorni del festival ha tenuto anche un workshop con alcuni studenti del conservatorio Tartini di Trieste, i cui esiti artistici sono poi stati presentati il sabato sera in apertura dell'ultimo concerto al Teatro Comunale di Cormons. La formazione, che ha base ad Amsterdam, è un trio completato da due musicisti italianiMarta Arpini a voce, tastiere, elettronica e Giovanni Iacovella alla batteria e mescola molti generi diversi, dal punk, rappresentato dallo stile aggressivo ed esplosivo del chitarrista, al pop indie, apporto della cantante, fino all'improvvisazione più spinta, di cui è portatore il batterista. Gli esiti non hanno però convinto, soprattutto per la limitata varietà stilistica e tematica di Semey e dell'Arpini, quest'ultima apparsa modesta nell'uso tanto della voce, quanto delle tastiere, spesso ridotte a esprimere banali riff minimali. In tutto questo, però, brillava l'inventiva e la varietà timbrica di Iacovella, la cui performance ha parzialmente salvato il concerto.
Giusto il tempo di spostarsi a Mossa, qualche chilometro in direzione di Gorizia, e a Villa Codelli è andata in scena la formazione forse più attesa di tutta la rassegna, il duo di Craig Taborn e Peter Evans, autori di un concerto strepitoso. Il pianista ha sfornato costruzioni sorprendenti, ora di estrazione classica, ora maggiormente ritmiche, ora rarefatte e oblique; il trombettista ha alternato fraseggi lirici a rumoristica espressiva. Il concerto si è inizialmente sviluppato per quaranta minuti senza soluzioni di continuità, ma in una incessante variazione sia dinamica, sia di scenari. È poi proseguito in un clima analogo per circa un altro quarto d'ora, prima con uno scenario di rumori sulle corde toccate direttamente da Taborn, accompagnato da soffi e sciocchi della pocket trumpet di Evans, poi con un'altra parte interamente scritta, ma ricca di invenzioni espressive. Un terzo brano, più ritmico e mosso, ha concluso lo spettacolo. Fantasia e virtuosismo, libertà espressiva al servizio di composizioni in gran parte scritte, straordinaria e telepatica intesa tra i musicisti, alternanza di rarefazioni meditative ed esplosioni espressive, tecnicismi sui rispettivi strumenti perfettamente inglobati in un discorso musicale compiuto: una performance poetica di livello assoluto alla quale non è mancato niente. Neppure, alla sua conclusione, la consegna al pianista, giustamente considerato oggi uno dei massimi interpreti internazionali dello strumento, del "Premio Mauro Bardusco," in ricordo dello scomparso fondatore e direttore artistico del festival, da parte dell'Associazione Controtempo e di Enrico Bettinello, che di Bardusco è oggi il successore. Probabilmente il concerto migliore del festival.
Assai diverso, ma anch'esso notevole, lo spettacolo offerto la sera al Teatro Comunale di Cormons dalla Subtronic Arkestra di Goran Kajfes, trombettista svedese di origini serbe. La formazione, che raccoglie eccellenti strumentisti svedesi, attinge a numerosi repertori dai Balcani al Sudamerica, dall'Africa al Medio Oriente e si rifà a molteplici modelli, uno dei quali, fin dal nome, è l'Arkestra di Sun Ra, della quale riprende l'energia e, pur non sfoggiando costumi colorati, la fantasiosità sulla scena. Nella prima metà del concerto era all'opera un settetto con la ritmica di Johan Berthling, basso elettrico, e Lars Skoglund, batteria, la chitarra di Robert Östlund, le tastiere di Jesper Nordenström, i sassofoni di Per "Ruskträsk" Johansson e Jonas Kullhammar, più il leader, battitore libero alla tromba, ma anche ai tamburi e ad altri oggetti.
Qui la musica ha spaziato dal latin al balcanico, con molto jazz, grande dinamismo, festosità e ottimi assoli dei tre fiati, in particolare di Johansson al baritono e soprattutto al sopranino, suonato in modo incredibilmente musicale. Ma la vera svolta è stata l'ingresso della cantante curda Avin Omar, autentica fuoriclasse sia per la splendida voce, calda e dalla grande estensione, sia per il modo in cui dialogava con gli altri strumenti. In sua presenza l'Arkestra ha eseguito quasi esclusivamente brani della tradizione curda, che la cantante ha interpretato eccellentemente nelle parti liriche, con grande modulazione espressiva della voce; ma al loro interno non è mancata la possibilità di improvvisare, allontanandosi anche significativamente dalle melodie originali, e qui gli improvvisatori della formazione hanno dato il meglio di loro stessi e la Omar ha duettato con ciascuno di loro, in alcuni casi doppiandone la voce mentre improvvisavano. Uno spettacolo unico, con momenti da brivido, e un altro dei concerti più belli del festival.
Non è stata comunque da meno l'apertura del sabato, la mattina del quale, tra le botti della cantina dell'azienda agricola Livon, si è esibito L'Antidote, trio multinazionale composto dal violonellista albanese da molti anni residente in Salento Redi Hasa, dal pianista libanese Rami Khalifè e dal percussionista iraniano Bijan Chemirani. Sulla base di una musica originale ispirata al Medio Oriente, dal piglio spesso danzante, ma anche aperta e ricca di invenzioni, il concerto ha inanellato una serie di brani l'uno più affascinante dell'altro che hanno conquistato il pubblico. Hasa ha suonato il proprio violoncello in ogni modo possibile, con l'arco, pizzicato, come una chitarra e modificandone o raddoppiandone il suono facendo uso dell'elettronica; Chemirani, che aveva numerosi e particolari oggetti percussivi, ha creato suoni coloristici accanto all'apporto ritmico; Khalifé ha mostrato una fantasia pianistica molto personale, con la quale arricchiva originalmente i temi lirici, e uno straordinario controllo della dinamica. Le qualità del pianista si sono potute apprezzare in particolare quando i due compagni lo hanno lasciato da solo per un lungo e affascinante brano, nel corso del quale ha modificato i timbri dello strumento, anche con l'elettronica, e utilizzato una molteplicità di stilemi diversi. Concerto forse ai confini del jazz, ma davvero molto bello, premiato da più richiami per i bis.
Intimo e di grande suggestione anche il solo che Pasquale Mirra ha dedicato al poeta sloveno Srečko Kosovel, del quale quest'anno ricorre il centenario della morte. Ospitato a mezzogiorno e mezzo in una suggestiva e antica "cripta" d'invecchiamento vini, ricavata su una collinetta di fronte all'azienda Russiz Superiore, il concerto s'è avvalso della particolarissima acustica lasciando che gli spettatori, in piedi, si muovessero tra le colonne che costellavano lo spazio, alla ricerca delle eco che cambiavano le sonorità. Le quali, peraltro, lo stesso Mirra mutava in continuazione, aggiungendo oggetti e tappetini al suo vibrafono, passando ai tamburi, ai vari oggettini di cui si compone la sua tavolozza timbrico-percussiva, e sviluppando in tal modo una sorta di ode sonora, in più sezioni, che illustrava la breve e tormentata vita del poeta. Nel commosso silenzio degli spettatori.
Giusto il tempo di mangiare qualcosa e via di corsa in Slovenia, al Kulturni Dom di Nova Gorica (una sala davvero invidiabile per spazi e acustica) dov'erano di scena gli Shake Stew, settetto austriaco che festeggiava il suo decimo anniversario, ma da noi ancora poco noto. Guidata da Lukas Kranzelbinder, estroverso bassista che si è a lungo rivolto al pubblico descrivendone la storia e i brani, la formazione ha basato la sua performance sul dinamismo e la festosità, non facendo mancare anche in questo caso stilemi e sonorità provenienti dal rock e dal punk, ma guardandosi bene dall'appiattire tutto su quello. Anzi, se il leader, che ha suonato anche il guembri (senza però cambiare l'approccio rispetto al basso elettrico...), l'altro bassista Oliver Potratz e i due batteristi Niki Dolp e Herbert Pirker hanno contribuito a creare uno sferico e intenso volume di suono, i tre fiati lo hanno decostruito suonandovi al suo interno fraseggi complessi e raffinati che, lungi dallo scomparirvi, ne venivano esaltati. E se il tenorista Johannes Schleiermacher ha assecondato l'intensità della potente ritmica, il trombettista Mario Rom e soprattutto la notevolissima contraltista Yvonne Moriel, una delle promesse della scena austriaca, sono invece andati decisamente controcorrente, fungendo da poli di attrazione per gli ascoltatori trasportati dal sound complessivo dalla band. Anche in questo caso, tra i concerti migliori del festival.
Nella giornata più densa di appuntamenti, il tardo pomeriggio al Nuovo Teatro Comunale di Gradisca è stata la volta di Carolina Bubbico con il suo progetto Vocalia, uscito per l'etichetta statunitense GroundUp, per il quale era accompagnata al basso dal fratello Filippo Bubbico e alle percussioni dal brasiliano Gabriel Prado. Alla cantante, compositrice, arrangiatrice e multistrumentista non si possono negare grandi qualità, tuttavia ci è difficile parlare del concerto, che è parso un po' fuori contesto: perlopiù composto da brevi brani dal gusto cantautoriale, molto "televisivo" anche nelle modalità comunicative e sceniche, ha avuto il suo vertice in un bel brano di Jobim interpretato con grande maestria e in alcuni pezzi di bravura della Bubbico, ma per il resto non ha comunicato molto a chi cercasse qualcosa di più della canzone, sacrificando un po' anche il percussionista.
Il concerto conclusivo della giornata, l'ultimo al Teatro Comunale di Cormons, è invece stato per chi scrive la delusione più cocente. Dopo la breve esibizione del gruppo di allievi del conservatorio di Trieste che avevano preso parte al workshop di Semey, era di scena il quintetto del tastierista britannico Alfa Mist. La formazione che prevedeva il sax tenore di Sam Rapley, la chitarra di Jamie Leeming, il basso elettrico di Flo Moore e la batteria di Jamie Houghton prometteva un jazz influenzato dall'hip-hop e dal soul, ma ha invece proposto poco più che un piatto jazz moderno, privo sia di originalità, sia di qualità improvvisative. Né Mist, che si alternava a pianoforte e tastiere, né Rapley, né Leeming hanno infatti sviluppato soli degni di nota e il concerto è scorso via senza infamia e senza lode.
L'ultima giornata, la domenica, come tradizione vedeva il primo concerto alla Tenuta Villanova, a Farra d'Isonzo, di scena la fisarmonicista svizzera Lea Gasser. Formazione classica, esperienze in ambito jazz e improvvisativo, l'artista ha presentato il progetto in solitudine che sta sviluppando da qualche tempo e che si accinge a registrare su disco: una serie di composizioni per il proprio strumento, che si avvalevano di un uso discreto di voce ed elettronica. Pur nella sperimentalità, le composizioni facevano sentire il retroterra classico della Gasser, esaltando così le parti in cui balzava in primo piano il suono, bellissimo, del suo strumento, mentre quelle in cui intervenivano maggiormente voce ed elettronica sono parse meno efficaci. L'eleganza della performance e il calore del suono hanno comunque contribuito alla riuscita del concerto.
Nella seconda escursione in Slovenia, a Villa Vipolze, è andato in scena un altro concerto dell'artista in residenza, Semey, che qui era alla testa del quintetto En Masse, con il portoghese José Soares al sax contralto, gli olandesi Jesse Schilderink al sax tenore e Jort Terwijn al contrabbasso, e di nuovo Francesco Iacovella alla batteria. Stavolta il chitarrista danese non ha deluso, guidando un organico ben diversificato quanto a timbri, stilemi e sensibilità, capace perciò di compensare e valorizzare il suo approccio aggressivo di derivazione punk. La formazione vedeva infatti da un lato l'irruenza esplosiva di Semey e Iacovella, dall'altro i ben più morbidi e fraseggianti sassofoni, con il contrabbasso di Terwijn a fare da bilanciere; complice un costante mutamento delle dinamiche e una virtuosamente irregolare turnazione delle prime voci, ne è scaturito un equilibrato impasto di energia ed espressività narrativa, lontano da ogni cliché o modello, intenso e coinvolgente. Un bel concerto, personale, istintivo ma anche con un progetto chiaro.
Quello di Semey è stato di fatto lo spettacolo conclusivo del festival, che in realtà si è chiuso un'ora dopo a pochi chilometri di distanza, nella cantina dell'azienda agricola Gradis'ciutta, con una festa finale, protagonista corto.alto, giovane trio anglosassone diretto dal polistrumentista scozzese Liam Shortall, affiancato dal polacco Mateusz Sobieski al sassofono e da Graham Costello alla batteria. Tra grande uso di elettronica, dub e hip-hop, con il pubblico in piedi sotto il palco all'interno dei capannoni che ospitano i vini e il brindisi finale, la musica è servita soprattutto a ballare e salutarsi, lasciando all'ascolto il segno per i potenti ritmi di basso e per gli assoli di Shortall nei pochi momenti in cui ha imbracciato il trombone.
Un festival, come quasi ogni anno, più che soddisfacente, a dimostrazione che non è necessario riempire il programma di "soliti noti" e "grandi vecchi." E che è terminato lasciando forti aspettative per il prossimo anno, quando si festeggiarà il trentennale di questo festival "di territorio" i concerti sono disseminati in un'area di trenta chilometri di raggio che includono sconfinamenti in Slovenia ma dal pubblico internazionale la maggioranza sono austriaci, seguiti da sloveni e italiani. Unico, ma ogni anno ripetibile, fortunatamente.
FOLLOW Neri Pollastri
and get notified whenever a new article published.
Filosofo prestato alla musica, studio l'improvvisazione non solo dal punto di vista musicale
About Craig Taborn
Tags
PREVIOUS / NEXT
Craig Taborn Concerts
Become a Sustaining Member
Since 1995, All About Jazz has championed jazz as an art form and supported the musicians who create it. Over three decades, it has grown into one of the world's leading jazz resources, serving hundreds of thousands of readers, musicians, presenters and industry professionals each month.
Help Build the Future of All About Jazz
Your support helps us continue building All About Jazz for the next generation—expanding our editorial coverage, preserving jazz history, developing new community features and creating better ways to discover the music and the people behind it.
Become a sustaining member for as little as $20 per year and you'll immediately enjoy an ad-free experience along with access to subscriber features and future articles for a full year.
Together, we're not simply sustaining All About Jazz—we're building its future. Thank you for being part of the journey.


