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Vicenza Jazz 2026
Courtesy Brutal Agency
Varie sedi
1518 maggio 2026
"Dalle trombe di Gerico al divino Miles": questo era il sottotitolo della trentesima edizione del festival di Vicenzadal 2014 in collaborazione con il Teatro Comunale -nell'anno che celebra la nascita di Miles e Trane, due dei giganti che hanno condizionato tutta la storia del jazz, e non solo, a cominciare dalla seconda metà del secolo scorso fino ad oggi. Tanti gli appuntamenti che dal 15 al 25 maggio si sono svolti nelle più svariate sedi: in primis il Teatro Olimpico e vari spazi del Teatro Comunale, ma anche la Basilica Palladiana e un gran numero di locali privati, fino a dislocare un concerto all'alba a Villa Capra "La Rotonda" ed uno a mezzanotte al Cimitero Maggiore.
È stato dato largo spazio ovviamente ai trombettisti e ai sassofonisti, che hanno tributato omaggi variamente concepiti ai due inarrivabili maestri sopra ricordati, ma non sono mancati spettacoli in cui si coniugavano jazz e danza o jazz e cinema. Una delle finalità perseguite inoltre dallo storico direttore artistico Riccardo Brazzale, in sintonia con la denominazione New Conversations che connota la manifestazione vicentina, è stata anche quella d'investigare alcuni dei punti d'incontro possibili fra jazz ed esperienze di musica colta del Novecento, invitando protagonisti di primo piano a proprio agio in questo tipo di repertorio. Nelle prime quattro giornate del festival, che ho avuto modo di seguire, ho assistito a concerti che non avrebbero potuto essere più diversi fra loro e che hanno ospitato soprattutto leader-batteristi, quasi per ricollegarsi al tema principale dell'edizione dello scorso anno.
Il festival è stato inaugurato nella Sala del Ridotto del Teatro Comunale, in collaborazione con Puglia Sounds, dalla formazione che nel 2025 ha vinto l'Olimpico Jazz Contest: il VMV Trio, pilotato dal batterista Vito Tenzone e completato dal chitarrista Marco Cutillo e dal contraltista Vincenzo Di Gioia. Il trio barese, nato tre anni fa, ha riproposto propri original che filtrano influenze diversificate in una sintesi compositiva mirata che di volta in volta delinea visioni tematiche e sonore circoscritte. Il primo brano, cresciuto lentamente su se stesso, è stato caratterizzato da un tema evocativo, esposto dalle note staccate e lunghe del sassofonista, avvolte dal contesto riverberante fornito dal chitarrista e dal drumming continuo ma morbido tramato dalle mazze feltrate del leader. Altrove atmosfere molto tese e incalzanti, propugnate sempre da chitarra e batteria, hanno sostenuto il fraseggio scattante e visionario del contraltista, per poi smorzarsi in una conclusione abbastanza repentina. Se i singoli membri di questo anomalo trio si sono rivelati strumentisti ferrati e personali, quello che più ha colpito è stata la fusione espressiva (sonora, timbrica e dinamica) che la loro comunione d'intenti è riuscita a creare.
La serata è proseguita con un altro batterista leader e compositore: il quarantaduenne Makaya McCraven, figlio d'arte trasferitosi a Chicago nel 2007, dove si è fatto strada come esponente di spicco di un'estetica del tutto attuale, incrocio di culture, poetiche e mezzi tecnologici di diverse origini. Non so se si possa riconoscere la dimostrazione di una tendenza in atto a livello internazionale, ma la musica del trio pugliese ha presentato qualche analogia con quella più ricca ed esuberante del quartetto statunitense; in quest'ultima esperienza, tutto (gli svolgimenti tematici, i crescendo di tensione, gli sviluppi dinamici e ritmici...) è risultato più esteso, protratto, dilatato, portando ad esiti sempre coinvolgenti, ora tribali, ora evocativi, ora lisergici.
La cultura musicale del leader, che al Teatro Comunale ha riproposto in parte il repertorio del suo ultimo lavoro discografico, Off the Record, attinge dal jazz più trasversale, intriso di umori metropolitani, di atteggiamenti interetnici, di problematiche sociali ed ecologiche che oggi si manifestano a livello globale. McCraven però non affronta queste tematiche con i toni di una protesta esplicita, ma piuttosto secondo una consapevolezza ponderata, che tende ad una composizione pacificata, perfino entusiasta e gioiosa, delle tensioni. L'espressione jazzistica, e in genere la funzione dell'arte e della musica, vengono intese come esperienza di vita collettiva, che riescono a sollecitare il dialogo e la speranza. La comunicativa diretta, anzi immediata del quartetto, mai particolarmente sperimentale, è nata da alcuni aspetti strettamente correlati fra loro: la semplicità dei temi che vengono appunto ribaditi e reiterati, la pronuncia prevalentemente netta, rotonda, mai spericolata della tromba di Marquis Hill, le sonorità liquide, deformate, evanescenti delle tastiere elettroniche di Mike King , la pulsazione rassicurante, duttile e levigata del basso elettrico di Junius Paul, la conduzione ritmica arroventata e frastagliata, non muscolare più di tanto, del leader... I contributi dei singoli hanno dato corpo a un interplay disteso e incalzante, di sicura efficacia. Quasi mai, se non da parte del tastierista, questi improvvisatori sono andati alla ricerca di un virtuosismo sorprendente o di un esibizionismo smaccato (e questo è un attributo positivo), per perseguire un costante amalgama sonoro ed espressivo del collettivo, basandosi su una "normalità" esecutiva piana e onesta.
Tre sere dopo, nella gremita Sala Maggiore del Teatro Comunale, all'attualità di McCraven ha fatto riscontro il mitico Billy Cobham, un capostipite della contaminazione fra jazz e rock. Il suo quintetto ci ha fatto risalire alle origini di un fortunato fenomeno d'innovazione stilistica del linguaggio jazzistico, proponendo una musica compatta e luminosa allo stesso tempo, ricca di sonorità sature, rigogliose, corroboranti. Dall'alto della sua postazione centrale, di fronte ad un drum set non più imponente di altri di questo genere musicale, composto da due grancasse e più di mezza dozzina di tamburi oltre a quattro piatti, il leader ha controllato con autorevole risolutezza l'incedere della performance. Quanto alla sua impostazione batteristica, un suo lungo assolo ha messo in evidenza un'articolazione e una visione compositiva di logica stringente, curando l'aspetto melodico oltre che ritmico della parabola narrativa. La consistente e ariosa (sembra un ossimoro) semplicità tematica di brani dell'altro ieri e più recenti, tratti anche dal recente Times of My Life, ha spinto i quattro funzionali partner a dare il meglio di sé: particolarmente apprezzabili le vampate allucinate del chitarrista Rocco Zifarelli, di marca tipicamente rock, e la fissità incantatoria e propulsiva, mai invadente, del basso elettrico di Victor Cisternas Soto. Di sicuro effetto, anche se talvolta un po' risapute e di dubbio gusto, sono risultate le staccate progressioni del tenorista Bjorn Arko, inerpicate in stentorei crescendo verso il registro acuto, e le veloci, effervescenti gragnole di note del tastierista Gary Husband. Personalmente ho apprezzato la grande professionalità e l'irriducibile convinzione che l'ottantaduenne batterista ha profuso nel ribadire un messaggio musicale inventato in tempi lontani, ma che conserva tuttora un'indubbia validità.
Nella seconda serata, al Teatro Olimpico, si è assistito alla prima italiana del duo Barbara HanniganBertrand Chamayou, proposta coraggiosa per il fatto che la loro musica, etichettabile come colta contemporanea, non ha nulla a che vedere con il jazz. Fin dalla prima composizione affrontata, Chants de Terre et de Ciel, scritta da Olivier Massiaen nel 1938 con propositi autobiografici, il sodalizio fra i due comprimari, abbastanza recente e messo a punto nel 2024 durante un lungo tour americano, ha dimostrato di reggersi su un'evidente sintonia ed unità d'intenti. Il volume, il vibrato, l'intonazione, il timing, le modulazioni della Hannigan hanno dimostrato un controllo assoluto, penetrando nell'interpretazione dei testi con rigore e palpabile partecipazione allo stesso tempo; si sono così alternate soste introspettive e malinconiche, impennate irose, inflessioni evocative o confidenziali... Il supporto complementare ed infallibile del pianista ha contribuito a dare corpo ad un'esperienza d'ascolto drammatica ed emozionante.
La magia non si è interrotta, passando con una scelta di repertorio estremamente opportuna e consonante, a due composizioni per pianoforte solo di Alexander Scriabin. Se in Poème-nocturne Op. 61 (1911) hanno prevalso atmosfere sospese, di trattenuto misticismo, in Vers la flamme Op. 72 (1914) sono stati raggiunti toni di un turbinoso parossismo pianistico, sorretto da una diteggiatura granitica. Con il ritorno in scena della cantante è stato affrontato Jumalattaret, scritto nel 2012 da John Zorn basandosi su frammenti dal poema epico finlandese Kalevala, e la performance ha preso vie movimentate e imprevedibili, a tratti estreme. In alcuni episodi iniziali la parte pianistica poteva sembrare un accompagnamento un po' piatto e scontato, salvo poi riaccendersi in accenti bluesy, in escursioni rapsodiche e perfino in masse sonore di densità hard core. L'emissione vocale della Hannigan era invece forzata perennemente verso acrobazie linguistiche, accenti lancinanti, soluzioni sperimentali di ogni tipo; il tutto eseguito sempre con una capacità comunicativa ed espressiva strepitose, compresa la sofisticata presenza scenica che ha potenziato la componente vocale. Allo sfoggio di difficoltà e di sorprendenti invenzioni zorniane, tuttavia, le mie preferenze sono andate alla coerenza macerata e alle atmosfere intime o drammatiche della composizione di Messiaen.
Sempre all'Olimpico, anche Uri Caine, uno dei beniamini del festival, ormai all'undicesima partecipazione a Vicenza (questa volta invitato per celebrare i suoi prossimi settant'anni), si è misurato con un repertorio di musiche del Novecento; in questo caso però, a differenza del concerto del duo Hannigan & Chamayou, il pubblico non disponeva di un programma di sala. Tenendo sul leggio un voluminoso fascio di spartiti, che venivano sfilati una volta eseguiti, senza dare al pubblico il tempo di applaudire, il pianista ha imbastito un'unica e composita suite, attenendosi soprattutto alle strutture melodico-ritmiche delle varie composizioni. Dapprima si è addentrato in una sorta di madley da lui ideata in cui si alternavano a più riprese pezzi di Béla Bartok (fra cui due delle Danze popolari bulgare), Arnold Schonberg (tre dei sei Piccoli pezzi per pianoforte) e tre brani di Gustav Mahler (fra cui l'Adagietto dalla Sinfonia no. 5). Sempre senza interruzioni hanno fatto seguito estratti dall'Uccello di fuoco di Igor Stravinskij, per finire con la Rapsodia in Blu di George Gershwin. Pur tenendo quasi sempre gli occhi fissi sulle partiture, nell'interpretazione di Caine non potevano mancare deviazioni, rimandi e libertà improvvisative. Sta di fatto che per circa un'ora e mezza si è snodato un flusso continuo e ubriacante, che ha compreso la quasi totalità degli atteggiamenti pianistici: complessità armoniche esasperate, marcate situazioni danzanti, melodismo malinconico, cristallini arpeggi sul registro acuto, poche aree di sosta poetica, un fraseggiare velatamente bluesy e swingante di origine jazzistica, brevi momenti pausati e trattenuti, quasi meditativi, velocissime ma esplicite citazioni (per esempio di "We Shall Overcome" nel finale del brano gershwiniano), e tanto altro ancora. È prevalso comunque un pianismo ossessivamente cadenzato e percussivo, che ha rappresentato una predominante assoluta della performance, offrendo momenti inventivi e motivati, d'indubbia potenza espressiva, ma nello stesso tempo unificando e appiattendo le potenzialità delle varie composizioni eseguite. Se Caine avesse curato una più mirata selezione del repertorio, concentrandosi su un'interpretazione di volta in volta specifica e finalizzata, avrebbe firmato probabilmente una prova memorabile, che al contrario è risultata prolissa, un po' uniforme e farraginosa.
La solo performance di Caine, in prima assoluta, è stata preceduta dalla prima apparizione nazionale del quartetto Canis Major, formato all'inizio del 2025 da Mary Halvorson. La quarantacinquenne chitarrista di Brookline è una protagonista talmente affermata dell'avanguardia statunitense da potersi proporre anche come talent scout, oltre che nell'abituale veste di compositrice e leader. Se la batteria di questo nuovo quartetto è sempre nelle mani del fedelissimo Tomas Fujiwara, alla tromba e al contrabbasso compaiono rispettivamente Dave Adewumi ed Henry Fraser, entrambi giovani e in possesso delle qualità necessarie, tecniche e soprattutto espressive, per misurarsi con le complesse tessiture strutturali e sonore della leader. La brillante pulizia della pronuncia di Adewumi ha saputo interpretare sia le ardue geometrie d'impronta contemporanea, sia slanci lirici o passaggi di raccolta poesia. Il pizzicato di Fraser invece nei brani più lenti ha presentato un sound severo e un passo compassato, paragonabili a quelli di Thomas Morgan, per raggiungere, nelle fasi più movimentate, una determinazione propositiva e un fraseggio spericolato.
Al di sopra di tutto ha sovrainteso la concezione compositiva della Halvorson, capace di rinnovarsi in ogni occasione e di orientare l'interplay del gruppo; se inizialmente sono prevalse situazione pensose, quasi algide, nella parte centrale e finale del concerto sono intervenute trascinanti progressioni dinamico-ritmiche. Quanto al suo linguaggio chitarristico, ha confermato l'approccio personale che conosciamo, ricco di distorsioni e di un sapiente uso dell'elettronica, ma dispensando anche accordi e arpeggi veloci e sgranati prelevati dal flamenco. Come sempre fondamentale l'apporto di Fujiwara, che nel brano finale si è prodotto in un assolo mozzafiato. Ancora una volta la musicista americana, che ormai siamo abituati a vedere entrare in scena con la sua inseparabile borsetta, si è confermata una delle personalità più creative e irresistibili dell'attualità.
Meritano attenzione anche i giovani italiani della sezione Proxima, soprattutto le formazioni concentrate il 16 maggio alla Basilica Palladiana, dove fra l'altro fino al 26 luglio è allestita l'imperdibile mostra fotografica di Guido Harari. Il quintetto L.F.O. (iniziali di Low Frequency Oscillator) è una formazione senza strumenti armonici appena costituita e capitanata dalla poli-sassofonista Giulia Barba, comprendente giovani musicisti provenienti dalle province di Bologna, Modena e Ferrara. La leader, per l'occasione al contralto e clarinetto basso, non rifiuta a priori che la sua musica venga etichettata come mainstream, anche se le strutture tematiche dei suoi brani, gli arrangiamenti e le movenze interpretative si discostano da quelle tipiche della tradizione jazzistica per orientarsi verso una sintesi del tutto personale e avanzata. I brani eseguiti, tutti brevi, hanno disegnato andamenti ben delineati, per lo più compassati e tenuti sempre sotto controllo, in cui sono emersi gli arabescati intrecci della front line: l'autorevole leader, il cui contralto ha palesato una coloritura scura e ponderata, il giovane trombettista Matteo Pontegavelli, dotato di una sonorità e di un fraseggio molto aggiornati, e Glauco Benedetti, il più anziano ed esperto della compagine, che si è alternato con piglio poderoso alla tuba e al trombone a pistoni e a coulisse. Il contrabbassista Filippo Cassanelli e il batterista Giacomo Ganzerli hanno fornito un misurato e pertinente sottofondo ritmico.
Sarebbero da approfondire maggiormente infine altri due concerti che ho potuto ascoltare solo parzialmente. Nella sua solo performance, il chitarrista Marcello Abate si è rivelato maestro nel manovrare la chitarra classica e quella elettrica, affiancate da un costante e complesso lavoro sulla componente elettronica. Si sono così succedute stratificazioni sonore ora risonanti ora grevi, addensamenti e rarefazioni, cambi di direzione, fino ad approdare a chiare linee melodiche. Run into the Apocalypse è invece un anomalo trio in cui gli original della leader, la batterista Rita Brancato, sembrano proporre un modo scaltro e proficuo per adeguarsi alle complessità di un'apocalisse imminente. L'incontro-scontro fra i clarinetti di Massimiliano Dosoli e il sax tenore di Andrea Leone hanno dato una possibile risposta, ora più concreta ora reticente, all'obiettivo perseguito dalla leader.
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