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Jazz & Wine of Peace 2008
È arrivato alla undicesima edizione il Jazz & Wine of Peace di Cormons, apprezzato festival al crocevia tra Italia, Slovenia e Austria, frequentato da un affezionato pubblico internazionale. E proprio da uno degli stranieri affezionati, il finlandese Markku Salo, è stata condotta la tavola rotonda (clicca qui per leggerne un resoconto) che, con le interviste di Pino Saulo e Antonia Tessitore a Marc Ribot e William Parker, ha costituito il momento di “riflessione” che ha quest’anno affiancato gli spettacoli.
La rassegna si è come al solito avviata il giovedì sera (23 ottobre), con due concerti di grande spessore: il duo di Michel Portal con Jacky Terrasson, e gli Zooid di Henry Threadgill.
Il cosmopolita Terrasson ha messo in luce una tecnica straordinaria, grande inventiva e voglia di stupire. Dopo un’introduzione classicista, nella quale ha mostrato un controllo dinamico impressionante, si è produtto in una scoppiettante “Caravan”, cosparsa di pause e percussioni, rimbombi e passaggi neoclassici: l’ideale prologo per l’ingresso di Portal.
Dopo un pezzo di bravura al clarinetto e due brani nervosi al clarone, il musicista francese ha imbracciato il soprano, con uno splendido brano lirico prossimo al latino. Qui, nuova prova maiuscola di Terrasson, con un riff battuto per metà brano e poi fatto esplodere nell’assolo e amplificato ancor più al rientro di Portal. A seguire, un duetto paritetico che è un vero gioiello, con Portal al clarinetto e Terrasson a lavorare sulle note alte, costruendosi il basso con la mano sinistra.
Una musica sofisticata e infuocata, anche se un po’ troppo cerebrale, con due musicisti straordinari in bella evidenza
Nel secondo set, il sassofonista e compositore Henry Threadgill con i suoi Zooid ha giocato sui contrasti distendendo, come suo solito, una fitta trama (molto scritta, poco improvvisata e affidata ai suoi quattro partner) decisamente monotona e tendenzialmente minimalista, ancorché ritmata e fortemente dinamica, nella quale si è inserito come una lama con i suoi strumenti.
L’effetto è riuscito molto bene con il contralto - al quale Threadgill possiede indubitabilmente una delle voci più espressive non solo di oggi, ma dell’intera storia dello strumento - ma molto meno al flauto - con il quale il musicista non risulta altrettanto espressivo e il cui suono meno intenso e articolato non è sufficiente a rompere la monotonia della partitura.
Si aggiunga a questo il fatto che Threadgill, come gli accade ormai da tempo, è stato di fatto molto “avaro” di se stesso e si è concesso lunghe pause sul palco, nonché il fatto che le sue composizioni marcano una certa, quasi bruchneriana, incompiutezza, e si spiegherà quella lieve delusione lasciata da un concerto comunque notevole, grazie alla voce - e che voce! - di Threadgill, che è pur sempre un’esperienza (ri)ascoltare.
Il giorno successivo lo spettacolo si è riaperto alle undici del mattino nella suggestiva chiesa di S. Giovanni, con il duo norvegese di Trigve Seim e Frode Haltli, freschi di uscita per la ECM. I due hanno espresso una musica di afflato fortemente naturalistico, fatta di elementi folklorici armoniosamente inseriti in una sofisticata struttura cameristica. Il tutto si è avvalso dell’affiatamento tra i due e della splendida tecnica, così da rimanere coerente anche quando il materiale tematico proveniva da classici del pop (Bob Marley)o da autori lontani dal nord (G.I. Gurdjieff) e perfino quando, in conclusione, i due si sono spinti in improvvisazioni radicali.
Se di Seim si conoscevano bene le qualità, una menzione particolare merita Haltli, originalissimo, poliedrico e straordinariamente espressivo alla fisarmonica.
Nel pomeriggio, dopo il vivace dibattito sul superamento dei generi nel jazz a cavallo tra anni '60 e '70, si è esibito il trio tedesco del batterista Wolfgang Haffner. Una musica corretta, ma francamente priva di qualsivoglia spunto creativo che la innalzi dall’aurea mediocrità. E certo non potevano bastare i passaggi ritmici in stile techno o l’uso di martelletti da bambino, stratagemmi messi in scena dal leader, per effettuare il salto di qualità.
Il concerto della serata, molto atteso, vedeva in scena il trio di Marc Ribot, con il leggendario contrabbassista Henry Grimes. Dei tre, però, il più convincente è parso il batterista Chad Taylor, davvero sensibile e abilissimo, perché Grimes è sembrato spaesato e poco coerente, Ribot rumoroso come il suo solito - uno stile che ha i suoi estimatori ma che chi scrive non riesce ad apprezzare. Non ha giovato il fatto che fosse annunciato uno spettacolo in omaggio ad Albert Ayler, viceversa sostituito da tutt’altro repertorio.
Inizio di buon mattino anche il sabato, con la tradizionale visita oltre frontiera, nel piccolo teatro di Medana, frazione di Dobrovo, in Slovenia. Di scena Piirpauke, storico gruppo finlandese (il concerto festeggiava il 35° anno di attività) dalle ispirazioni eclettiche: dal free alla fusion fino a momenti latin. Intensa l’interpretazione, con il poliedrico multistrumentista Sakari Kukko, eccellente al sax tenore, l’esplosivo (e un po’ troppo rock) chitarrista elettrico Hasse Walli e, soprattutto, l’ottimo contrabbassista Antti Hytti, autore di uno splendido assolo sul notevole brano conclusivo, richiamante i canti “politici” del jazz fine anni ‘60.
Nel pomeriggio si è potuto assistere al concerto migliore della rassegna, quello del trio [EM], guidato dal giovane pianista tedesco Michael Wollny. Un trio “autentico”, ovvero non scontatamente schiacciato sul pianista. Questo nonostante che Wollny sia realmente straordinario alla tastiera, capace di accelerazioni ritmiche e flessioni dinamiche, cambi di stile e citazioni, percussioni e classicismi, senza soluzione di continuità, ma anche senza sfoggio di virtuosismo.
Fitto il dialogo del pianista con l’ottimo batterista Eric Schaefer; perno dell’equilibrio del gruppo la contrabbassista Eva Kruse, poco appariscente ma viceversa essenziale per il trio. Momenti di grande musica, talvolta da brivido, messa in scena da un trio che sembra già maturo per essere uno dei più importanti della scena internazionale e che ha infatti riscosso l’unanime consenso del pubblico. Presente tuttavia in misura minore rispetto ad altri appuntamenti, a dimostrazione del peso che, anche in questa musica, hanno i pregiudizi - immancabili, nei confronti di un trio jazz “tedesco”...
Il pubblico che mancava allo splendido concerto degli [EM] era invece presente all’evento forse più atteso, quello dell’ottetto di William Parker “The Inside Songs of Curtis Mayfield”. Una performance che ha francamente deluso, nonostante l’indiscutibile qualità di alcuni musicisti - splendido come sempre Parker, eccellente il duo vocale tra Leena Conquest e Amiri Baraka.
Le ragioni della delusione stanno in parte nel progetto, in parte nella formazione. Il primo è sembrato in sostanza poco più che un sofisticato soul ben arrangiato, neppure parente di quanto visto pochi mesi prima a Udin&Jazz con “Raining on the Moon” (clicca qui per leggere una recensione del concerto udinese). La seconda difettava nelle ance - poco significativo Darryl Forster, quasi impresentabile Sabir Mateen - e peccava nella sottovalutazione del genio di Hamid Drake, che ha finito per essere offuscato.
Ovviamente, si trattava di musica di alto livello, con alcuni momenti anche entusiasmanti, ma incompiuta e con numerose pause e ridondanze.
Anche la domenica, ultima giornata, s’è aperta con un concerto mattutino, quello di Odwalla, composito gruppo di percussioni pensato e diretto da Massimo Barbiero. Sofisticate trame tra occidente d’avanguardia e Africa, con inserti scenici offerti da ballerine, per una musica aldilà di ogni genere. Splendido un brano interpretato dal percussionista senegalese Doudù Kwateh, con furiosi ritmi africani che hanno trascinato le più sofisticate trame degli altri partner. Una musica e uno spettacolo originalissimi, dagli equilibri delicati.
La chiusura del festival era assegnata ad un doppio set pomeridiano, la prima parte del quale spettava al quintetto “Transylvanian Grooves” di Nicolas Simion, allargato a sestetto grazie all’ingresso non annunciato di un trombettista polacco. Nonostante (o forse proprio a causa de) la presenza di ben cinque musicisti provenienti da diversi paesi
esteuropei (oltre il romeno Simion e il trombettista polacco, c’erano il violinista ungherese Zoltàn Lantos, il fisarmonicista bulgaro Martin Lubenov e il contrabbassista macedone Martin Gjakonovski), le atmosfere sono apparse solo parzialmente esteuropee, forse per la pervasività dei ritmi imposti dalla batteria dello statunitense Steve Davis.
Un concerto interessante, con alcuni bei momenti - certe sinergie dei due fiati, gli assoli di Simion al tarogato su una danza popolare ungherese - e che ha toccato gli apici negli assoli di Lubenov, probabilmente il più genuino portatore di cose nuove dall’est e non ancora assuefattosi alla produzione di una musica meramente “esotica”. Cosa nella quale sembra purtroppo caduto lo stesso Simion, che dieci anni orsono - cioè prima che il successo gli arridesse - aveva una vivacità e un’originalità che oggi si faticano a rintracciare. Ma allora, peraltro, era spesso accompagnato da un certo Mal Waldron...
Gran finale con il trio di Randy Weston, con lo straordinario Alex Blake al contrabbasso e Neil Clarke alle percussioni. Musica di incredibile intensità, tra temi etnici africani, brani di Gillespie (“African Sunrise”, “A Night in Tunisia”), standard rivisitati e brani rollinsiani (“St. Thomas”). Il tutto con percussività (tanto del pianista, quanto del contrabbassista, che ha suonato lo strumento quasi sempre percuotendone le corde), continui cambi di scenario, strettissimo interplay, gioco incessante di pause e ritmi.
Una performance entusiasmante, con invenzioni continue da parte di tutti e tre i protagonisti, capaci anche di aprirsi l’un l’altro spazi in solitudine e di rientrare in gruppo non solo con i movimenti giusti, ma anche con le tecniche ogni volta più opportune.
Certo, c’è della spettacolarità fine a se stessa in certi assoli un po’ troppo circensi (specie da parte di Blake) e in certe risposte telefonate, fatte per strappare l’applauso. Ma il jazz è anche questo, non lo dimentichiamo, e i musicisti - Weston in testa, un vero Maestro della tastiera - erano straordinari e non si sono risparmiati.
Dunque, grande festa alla conclusione, con il rituale brindisi con il “Vino della Pace”, prodotto unico dei vigneti di Cormons, e l’arrivederci all’anno prossimo.
Foto di Luca D'Agostino
Altre immagini tratte da questo festival sono disponibili nel foto-racconto ad esso dedicato.
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