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Nerovivo per A Jazz Supreme, Firenze

Nerovivo per A Jazz Supreme, Firenze

Courtesy Eleonora Birardi

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Nerovivo
Firenze
A Jazz Supreme
Sala Vanni
20.10.2023

Per il cartellone autunnale di A Jazz Supreme, la rassegna fiorentina del Musicus Concentus che con quest'anno è arrivata alla settima edizione, è andato in scena venerdì 20 Ottobre alla Sala Vanni il trio Nerovivo, creato e capitanato da Evita Polidoro. La formazione in realtà era già stata su quel palco nel 2019, quando la giovane batterista era una promessa emergente, ma solo per introdurre con una breve performance il concerto "di cartello"; stavolta invece proprio quello di Nerovivo era il concerto principale, introdotto a sua volta da due giovanissimi artisti cui auspichiamo lo stesso fortunato percorso.

Il duo in questione era composto dalla cantante Irene Lovato e dal chitarrista Edoardo Cian, che hanno presentato quattro brani, in parte su rielaborazione di un testo di Italo Calvino, costruiti intorno a un attento e raffinato dialogo che—facendo pernio sulle pause e sull'intreccio dei suoni—valorizzava sia le qualità vocali della cantante, sia il ricercato fraseggio del chitarrista. Progetto interessante, che aspettiamo di veder crescere.

Nerovivo, che all'inizio del nuovo anno documenterà su disco un lavoro che va avanti da un quinquennio, è formazione piuttosto atipica: dal centro del palco la Polidoro dirige Nicolò Faraglia e Davide Strangio, il cui uso delle rispettive chitarre elettriche è tutt'altro che convenzionale. Le composizioni, nella quasi totalità della leader, sono quasi affatto prive di linee liriche, hanno in prevalenza un andamento sospeso e sognante, su tempi lenti e sonorità lievi, salvo improvvise accelerazioni e incrementi dinamici. Frequente la presenza di celle minimali reiterate, che fungono da elemento portante per il variegato lavoro coloristico effettuato da ciascuno dei tre protagonisti.

All'ascolto, la musica ha trasmesso l'impressione di un'ampia influenza dell'improvvisazione, invitando perciò ad alzare l'attenzione nei confronti dei piccoli dettagli e dei modi in cui ciascun suono, in modo non prevedibile, si raccordava agli altri. La varietà timbrica, a dispetto del limitato ventaglio di strumenti, era considerevole, vuoi per la molteplicità di suoni prodotti dalla Polidoro—impegnata anche su alcuni apparecchi elettronici, tra cui una piccola tastiera—, vuoi per la differenza del modo in cui i due chitarristi affrontavano lo strumento: più incline verso sonorità eteree Faraglia, maggiormente concentrato sul fraseggio serrato Strangio, entrambi comunque mutevolissimi in suoni e forme espressive. Della Polidoro, oltre alla fantasia coloristica espressa lavorando con sensibilissima levità e al modo sicuro e telepatico con cui dirigeva i compagni—che a momenti ricordava il Jim Black di AlaNoAxis—, da sottolineare anche gli interventi vocali, alcuni solo per aggiungere timbri ai già molti messi in gioco nelle trame musicali, altri invece a interpretare vere e proprie canzoni, dal clima sostanzialmente pop, ma eccellentemente calate nel clima della formazione.

A una performance sicuramente originale, interessante sotto molti punti di vista e infatti apprezzata dal pubblico presente in numero anche sorprendentemente folto (era anche una delle prime giornate di copiosa pioggia, in una città che in questi casi si blocca), si può fare in conclusione solo un parziale appunto: una certa uniformità, di tempi e di dinamiche, che tendeva a nascondere la reale ricchezza di variabili e la complessità delle strutture. Probabilmente una scelta stilistica—del resto comune ad altre formazioni e perfino adottata da molti importanti compositori contemporanei—che però, a parer di chi scrive, penalizzava lievemente un progetto di indiscussa qualità.

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