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Jazz & Wine in Montalcino 2026
Courtesy Marco Iacoboni
Castello Poggio alle Mura, Fortezza
Montalcino (SI)
2026 luglio 2026
Sette sere, due palcoscenici, e un unico filo rosso che da quasi trent'anni tiene insieme le colline del Brunello e il linguaggio più libero della musica. Anche nel 2026 Jazz & Wine in Montalcino conferma la propria identità di Festival "di famiglia," nata dall'incontro fra l'Alexanderplatz Jazz Club di Roma, la cantina Banfi e il Comune di Montalcino, rafforzando la propria vocazione a un jazz popolare senza essere mai banale, capace di far ballare la platea una sera e di ammutolirla la successiva. La direzione artistica è affidata a Eugenio Rubei, che raccoglie l'eredità del padre Giampiero, e per questa edizione ha costruito un cartellone che partiva dagli omaggi a Miles Davis seguendo le traiettorie più aperte del jazz definito europeo e più contemporaneo, e passando per il piano trio, il free e anche il cosiddetto mainstrem e latin jazz.
Prima di entrare nel merito dei concerti, vale la pena riportare lo spirito con cui Rubei stesso, intervistato a bordo palco proprio mentre si preparava il set conclusivo, ha raccontato questa edizione. Un'edizione, con un "bel crescendo" di alta qualità artistica e di pubblico che, sera dopo sera, si è lasciato coinvolgere sempre di più. Un discorso, il suo, che si è presto allargato dalla qualità del palco alla condizione stessa dell'impresariato musicale indipendente in Italia, rivendicato come un argine, insieme a poche altre realtà storiche, alla progressiva istituzionalizzazione del jazz all'interno di fondazioni e piattaforme più o meno pubbliche. Un tema che torneremo a toccare in chiusura, perché racconta il retroterra culturale da cui nasce il Jazz & Wine in Montalcino, anch'esso legato ad una Fondazione, la Fondazione Banfi.
Ad aprire l'edizione numero ventinove è la Kenny Garrett Electric Band con "Tribute to Miles Davis." Un sestetto allargato del sassofonista di Miles Davis Kenny Garrett, con Keith Brown al piano, Eric Wheeler al basso, Rudy Bird alle percussioni e Michael Ode alla batteria. La voce prevista di Melvis Santa non era presente, ma non se ne è sentita la mancanza. Va detto subito che di elettrico, in questo tributo, c'è meno di quanto il nome della band lasci intendere. L'ensemble guarda semmai, con lucidità, alle aperture improvvisative dell'ultimo John Coltrane più che al Miles del periodo vissuto da Garrett in prima persona. Una musica fortemente caratterizzata dall'uso delle percussioni e della voce con attitudini sciamaniche di Rudy Bird. Il sestetto entra in territori in cui Sketches of Spain si fonde con A Love Supreme, alternati da momenti quasi pop costruiti su un ritmo soul-funky trascinante.
Ogni brano è aperto dalla voce del sax di Garrett, un suono ruvido, riconoscibile, quasi una voce rap in certi momenti, che trascina gli ingressi dei suoi compagni di viaggio. I sei suonano strutture che restituiscono vita a un suono al tempo stesso standard e estremamente moderno. Perfetto l'interplay fra Keith Brown e la sezione ritmica, con Garrett che non si risparmia sui lanci della band, passando con naturalezza dal contralto suonato per l'intero concerto, lasciando il soprano sul piedistallo a prendere polvere, all'uso del piano elettrico con sonorità Rhodes, che Garrett usa per controllare dinamiche e sviluppi di alcuni passaggi improvvisativi. Con lo stesso atteggiamento di Miles in quei contesti elettrici anche Garrett usa durante i live richiamare i suoi compagni all'improvvisazione e al solo, o ad inserire riff ostinati su cui l'intero gruppo converge in un crescendo che confonde gli stili e le inclinazioni. Così la batteria di Ode in alcuni momenti offre attitudini quasi metal-rock.
Sul finale, la deriva verso il be-bop e l'hard-bop, con gli omaggi a Sonny Rollins e al suo memorabile trio sax-basso-batteria, dove si inserisce un lunghissimo assolo, di quasi otto minuti, ininterrotti, del al sax tenore del leader, che scivola lentamente e in solitudine nel free, lasciandolo sudato, ad occhi chiusi e inarrestabile.
Il concerto si chiude nella maniera più semplice e più naturale: con il pubblico in piedi, che canta e batte le mani seguendo il ritmo risoluto, trascinato dal funky rap di un frontman che a Montalcino, e la cosa non era affatto scontata, ha scelto di dare tutto.
La seconda serata riafferma un'asserzione ormai ovvia. Se esiste un trio che in Italia ha reso l'uso degli standard qualcosa di vivo e mutevole, è la formazione Doctor 3: Danilo Rea al pianoforte, Enzo Pietropaoli al contrabbasso, e Fabrizio Sferra alla batteria.
Tre musicisti che suonano, è proprio il caso di dirlo, come un'unica voce, capaci di rendere ogni serata inaspettata e irripetibile. Il concerto della seconda giornata del festival conferma la cifra stilistica del gruppo: si parte da Don't Know Why di Norah Jones, si passa per Californication dei Red Hot Chili Peppers e per Wayne Shorter, per poi rientrare, non a caso, proprio con i Red Hot Chili Peppers, in un gioco di entrate e uscite che ha ormai reso questi "medley" personalissimi dei nuovi standard impro, sorretti da un interplay raro. Echi di Elton John, di Dua Lipa e molto jazz e il pubblico, ipnotizzato, si perde sussurrando melodie che restano in testa.
Notevole l'uso della mano sinistra di Rea per condurre la melodia, brani citati che volano sopra arpeggi e colori, sui quali la batteria di Sferra si appoggia sfumando in ulteriori timbriche. Mentre il contrabbasso di Pietropaoli richiama i temi ampliandoli ed enfatizzandoli, prima di aprirsi ad altre melodie. Altri pezzi prestati dal rock si fanno standard, come "No Surprises" dei Radiohead. L'intensità sale, e il trio continua a entrare e uscire dalle dinamiche costruite alternando citazioni in quello che è un vero e proprio linguaggio stilistico ormai consumato e consolidato, mescolando melodie figlie del rock e del pop con il repertorio jazzistico, rendendo di fatto nuovo standard ciò che standard non era.
Delizioso l'interludio che racconta la nascita del gruppo, a ruoli scambiati, con Rea che intona un riff al contrabbasso e Pietropaoli che risponde "rappando," seguito da Sferra che ironizza su basi hip hop: puro divertimento. Poi Pietropaoli si riappropria del contrabbasso riprendendo lo stesso riff introdotto dal compagno e Rea si siede al piano "bluesseggiando" fino a innescare "Bésame Mucho," che si trascina sua volta "Quizás, Quizás, Quizás." E poi le "Emozioni" di Battisti si intrecciano con "Come Together"> dei Beatles, sul cui riff Rea infila con la destra persino la citazione della Carmen di Bizet, prima di uscire verso un altro standard jazz, "Bye Bye Blackbird," e poi "Blue Monk" e altri brani dello stesso autore, punteggiati da un paio di chiuse sulle spinte ritmiche di Sferra. "L'improvvisazione è fatta di ricordi che tornano alla mente... ed è un po' come parlare"commenta Rea dal palco, citando Franco Fabbri, prima di annunciare un finale ancora da decidere. Sarà "You've Got a Friend" di James Taylor a concludere, in un approccio improvvisativo che rimanda a una memoria collettiva capace di unire generi e generazioni. Una musica accessibile e diretta, fatta di istinto, gioco e creatività. Il bis che chiude la serata si muove tra "Creep" dei Radiohead, "Summertime" e "My Favorite Things," un ultimo medley standard di una serata che ne ha reinventati molti.
La terza serata è dedicata all'improvvisazione più pura e all'avanguardia. Il batterista Hamid Drake porta a Montalcino un quartetto di rara caratura, con Antonello Salis al piano e alla fisarmonica, Stefano Cantini ai sax soprano e tenore e Rosario Bonaccorso al contrabasso. Un quartetto che apre la terza giornata del festival con un'improvvisazione timbrica esaltata dai colori pianistici di Salis, assecondata dalla pervasività di Bonaccorso e dalle tessiture di Drake, sulle quali si stagliano le discese melodico armoniche del tenore di Cantini, fino all'esplosione del tema coltraniano di "Naima." Un avvio che, ancora una volta, conferma come questo festival sappia stupire con un crescendo di performance. Il livello artistico del gruppo si misura anche nella scelta dei materiali. Un secondo brano costruito su melodie Beatlesiane, con Bonaccorso che distilla assoli percuotendo le corde e usando la voce in uno scatto ritmico-melodico che è ormai una sua cifra inconfondibile, e gli altri che seguono la impro con empatica energia. E tutto si fa Gioia e Rivoluzione.
Salis è inarrestabile. Danza, percuote il piano con bacchette e altri oggetti, si sposta alla sua fisarmonica rossa e nera, e picchia i tasti come un Minotauro metà diavolo e metà arcangelo. Drake incarna ritmo, percussione, timbrica ed energia propulsiva. Cantini vola con il proprio sax trasformando i confini che sembravano già definiti e disegnando nuove rotte. Bonaccorso segna il cammino, usa il contrabbasso e la voce, batte i sentieri fino a quando si aprono altre dimensioni ed altri spazi.
Come quando resta un piano trio insolito o un duo destrutturante piano e sax. Dopo due brani originali e un blues, uno dei momenti più intensi della serata è il duo fra Salis al piano e Cantini al sax tenore, che si lascia andare a un fischio sul finale, mentre Salis beve dell'acqua da una bottiglia trasformando in musica persino i suoni del dissetarsi, e sviluppando un'improvvisazione vocale che diventa un canto polifonico e poi ritmico trascinante. Segue un omaggio a Sonny Rollins, con Cantini che innesta un riff caratteristico di sole tre note mentre gli altri ci volano intorno. Per poi risalire e spingersi ancora più su, rendendo un onesto omaggio alla forza del linguaggio del proprio mentore. Un ultimo bis improvvisato si rovescia su una scomposta "Over the Rainbow," lanciata da Cantini. Divertimento e romanticismo puri, per un finale inatteso che si scioglie in una risata collettiva, sul palco e fuori dal palco.
Con lo spostamento logistico del festival dentro le mura della Fortezza di Montalcino, il programma è proseguito con una quarta serata illuminata dallo Stefano di Battista Quintet, con special guest il batterista Paco Séry, il progetto "We Love Miles," è un secondo e diverso sguardo sull'eredità davisiana rispetto a quello aperto da Garrett in avvio di rassegna.
Una quinta serata con la Rosalia De Souza Bossa Band, porta a Montalcino il calore della tradizione brasiliana. Due serate che hanno ampliato il respiro della manifestazione fra le eredità del jazz e le sonorità morbide della bossa nova, prima del gran finale nel segno di un'indole più squisitamente acustica e con i suoi protagonisti di un jazz contemporaneo di stampo prettamente europeo.
La pianista Rita Marcotulli e il sassofonista Andy Sheppard arrivano stanchi sul palco della penultima serata del Festival, affaticati da un avventuroso volo dal Portogallo, preso alle tre di notte. Eppure la musica non sembra risentirne e brilla con la stessa intensità del lungo soprabito color arancio della Marcotulli, che con il suo collo rialzato dal vento, appare come una capitana che guida il suo vascello di contrabbandieri, imponente e decisa ma anche dolce e delicata, stringe forte i tasti del timone nel mare del jazz di Montalcino. Sorretta dal solido sostegno ritmico di Damiano De Matteis al contrabasso e da Alessandro Paternesi alla batteria. I quattro suonano musiche in gran parte originali, note scritte su molti spartiti, prima ancora che improvvisate. Suoni che dovrebbero caratterizzare quella scena che viene definita romana, ma che la Marcotulli rende fortemente internazionale e senza confini, un' ambasciatrice di bella musica tra le più riconosciute nel mondo.
Il terzo brano spezza una monotonia quasi mainstream, con un free esplosivo innestato su una scala discendente che si rincorre, per poi virare in zone più languide e calme. È bellissimo il rincorrersi fra piano e sax tenore, segno di un'intesa musicale, quella fra la Marcotulli e Sheppard, che affonda le radici nel comune passaggio nell'orbita di Carla Bley. In questi lidi si apre su una melodie intense.
Come nel quinto brano, il duo piano-sax, comincia con le vibrazioni delle corde del piano stoppate, una timbrica pentatonica che si apre poi in una scala modale, estesa da un pedale aperto che libera le risonanze rincorse dal soprano di Sheppard. Gli oggetti che la Marcotulli inserisce nella cassa armonica regalano distillati di un suono brillante, quasi un carillon sbilanciato lanciato a tutta velocità, con un timbro quasi clavicembalistico che risuona sui grappoli di suoni più densi.
Uno dei momenti più preziosi dell'intera rassegna.
Un concerto di Rita Marcotulli, del resto, non è mai banale. Raggiunge vette di intensità che toccano le nostre corde più nascoste, disarmando l'ascoltatore e lasciandolo solo con le proprie emozioni.
Molto interessante, infine, la sequenza in solo di Sheppard al tenore nell'ultima parte del settimo brano: un crescendo di intensità e di magia, una degna chiusura di una serata segnata più dalla scrittura che dall'improvvisazione pura, ma non per questo meno intensa.
Chiude l'edizione 2026 il progetto più giovane e più radicale del cartellone con l'artista più rappresentativo e longevo della scena italiana: The Fearless Five. Il nuovo quintetto con cui Enrico Rava, a ottantasei anni suonati, continua a rimettersi in gioco accanto a una generazione senza paura di musicisti che ha contribuito lui stesso a far crescere e che loro stessi gli restituiscono tanta energia.
L'avvio del concerto è tutto timbrico: Matteo Paggi al trombone e Rava interagiscono su un tappeto di elettronica firmato dalle corde della chitarra di Francesco Diodati e con colori di della batteria di Evita Polidoro e del contrabasso di Francesco Ponticelli,
Un alternarsi di suoni fino all'esposizione del tema del primo brano affidata al flicorno di Rava, poi ripresa da Paggi. Tutto scorre fluido e naturale. Il solo di Paggi, che lascia le redini al trio Diodati-Ponticelli-Polidoro. Con una chitarra elettrica portata alle estreme conseguenze, con i tre capaci di gestire al meglio tutte le dinamiche e sue sfumature. Fino a quando Rava si volta verso la batteria, in una sfida di gesti e sguardi di un duello all'O.K. Corral. Ma non siamo a Tombstone ma a Montalcino, e il faccia a faccia è anche uno di quegli assoli di Rava che non si dimenticano.
Un momento sospeso, prima di ripartire con un'improvvisazione collettiva che sfocia in un secondo tempo, un secondo sviluppo più libero e magico.
Rava alterna il suono scuro del flicorno a quello più brillante della tromba. Il gruppo spesso sviluppa le strutture suonando a coppie, Diodati con Polidoro, Paggi con Rava, sulle linee di Ponticelli, in un flusso continuo che approda ai un lirismi della tromba in solo.
Diodati ha la capacità come pochi di destrutturare i temi ed esaltarli allo stesso tempo, è lunare il suo solo che apre alla voce quasi angelica di Evita Polidoro, aggrappata alle armonie di Ponticelli e dello stesso Diodati. Una voce che vola e fa volare.
Peccato solo per una suoneria di un cellulare che, puntualmente, interrompe ogni respiro della batterista. Ma accade l'inatteso, la forza espressiva della voce di Evita, appare più forte di ogni rumore.
E allora si comprende il perché questa formazione resti fra i migliori progetti in circolazione, con Rava sempre al top, un Super Sayan della musica, un interprete leggendario, reale e indistruttibile.
I cinque si inseguono gestendo spazi, silenzi, dinamiche e densità in un interplay perfetto. L'esuberanza di Paggi, autentico nuovo talento nel panorama del jazz italiano degli ultimi anni, trova oggi accanto a Rava una voce completa, potente e prepotente.
Poi accade l'imprevedibile.
Evita Polidoro intona My Funny Valentine, voce e contrabbasso soli. E tutto tace. Persino i bicchieri che, cadendo, si infrangono in mille pezzi senza far umore, non spezzano l'incanto. Brividi. Poi l'assolo di tromba con l'intero gruppo dietro, ed Evita che chiude cantando e suonando la batteria in un crescendo emozionale, difficile da contenere.
La chiusura ideale per un'edizione di Festival adulto che ha saputo tenere insieme l'eredità di Miles e le traiettorie più libere del jazz contemporaneo.
A margine dell'ultima serata, il direttore artistico Eugenio Rubei ha tracciato un bilancio che va oltre la cronaca dei concerti. Montalcino, ha ricordato, nasce dalla stessa impresa privata che da oltre quarant'anni tiene aperto ogni sera l'Alexanderplatz di Roma, ed è, a suo giudizio, uno degli ultimi presidi di un modello di produzione musicale indipendente capace di portare al jazz pubblico nuovo, con numeri che le Fondazioni e le piattaforme pubbliche, dice, non riescono più a raggiungere. Un ragionamento che tocca corde sensibili nel dibattito italiano sul finanziamento della cultura, sul ruolospesso opaco, a suo diredelle direzioni artistiche pubbliche e sulla difficoltà dei club storici a reggersi economicamente. Rubei ha citato, con evidente amarezza, la chiusura del Folk Club di Torino, definendola il sintomo di un sistema che rischia di lasciare il jazz appannaggio di un pubblico sempre più ristretto e sempre più anziano. Una politica nazionale a detta di Rubei che dovrebbe garantire finanziamenti ai soggetti che effettivante sono legati alla rete culturale del jazz, alimentandola e favorendone lo sviluppo. Evitando di distribuire grandi finanziamenti solo a poche persone ma rendendone la fruizione più libera e accessibile. Conclude Rubei, bisognerebbe "svecchiare un pò il sistema" garantendo "non progammi ma uomini, uomini nuovi."
Sono considerazioni che si possono condividere o discutere, ma che restituiscono comunque la temperatura di un Festival che si pensa esplicitamente come alternativa a un certo jazz istituzionalizzato: popolare ma senza essere superficiale, capace di far ballare il pubblico con Garrett e di farlo ammutolire con Marcotulli e Rava nello spazio di pochi giorni.
La ventinovesima edizione di Jazz & Wine in Montalcino conferma una formula ancora vincente, in cui la parola "Festival" continua ad essere declinata con i suoi significati più autentici: incontro, condivisione, e scommessa. La scommessa che la musica migliore, promossa con competenza e passione, sappia parlare a tutte e tutti.
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