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Franco D'Andrea: Il pianoforte come sintesi di colori

Franco D'Andrea: Il pianoforte come sintesi di colori
Paolo Marra By

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Ho sempre bisogno di qualcosa che dia un colore diverso a quello che sto facendo
Franco D'Andrea non è certo un musicista abituato a guardarsi indietro nonostante ormai da decenni rappresenti l'eccellenza del jazz italiano con più di duecento dischi incisi e svariati premi vinti. Il segreto di questa longevità artistica è da ritrovare nella sua capacità di aggiornare continuamente il suo lessico pianistico composto da riferimenti antropologici alla musica africana e uno sguardo sempre attento al futuro, peculiarità evidente negli ultimi lavori registrati con l'etichetta Parco della Musica Records Intervals I e II e A Light Day in piano solo.

Negli anni Franco D'Andrea ha alternato svariate collaborazioni con grandi nomi del jazz come Gato Barbieri, Phil Woods e Lee Konitz a formazioni in trio, in quartetto fino ad arrivare a compagini più allargate anche di undici elementi. Non trovano spazio nei suoi molteplici progetti solo nomi affermati del panorama jazz ma anche giovani musicisti in grado di dare una spinta propulsiva alla ricerca timbrica che il pianista meranese ha sviluppato nel corso degli anni con sempre maggiore interesse.

Quella di dar vita a contesti sempre diversi dove poter sperimentare in totale libertà i molteplici linguaggi di generi eterogenei è per Franco d'Andrea un'esigenza istintiva, inesaurabile, a servizio dell'improvvisazione collettiva, dettata dal bisogno di "qualcosa che venga da altri strumenti" e dia ogni volta un colore diverso a quello che sta facendo in quel momento. Perché come dice lui "il pianoforte è uno strumento in bianco e nero."

All About Jazz: Ascoltando A Light Day si percepisce la volontà di esplorare diversi linguaggi jazzistici, dallo stride al jungle, ma anche incursioni free, accordi alterati. Qual è tra questi il linguaggio che più gli appartiene?

Franco D'Andrea: Nella mia vita musicale ho toccato tante zone jazzistiche. Mi sono appassionato a situazioni più avanzate fino ad arrivare al periodo dei Modern Art Trio con il free, poi il periodo con il Perigeo a cui è seguito il piano solo con i due dischi Dialogues with Super-Ego e Es, poi ho trovato una sorta di sintesi di tutto quello che avevo sperimentato aggiungendo altre cose. Sono il prodotto di una situazione molto variegata nella mia vita musicale, di tante curiosità, per cui è abbastanza logico che nel mio disco si sentano echi di varie epoche e stili.

AAJ: C'è stato un musicista che più di tutti ha influenzato il suo percorso artistico?

FDA: Tutti i vari personaggi jazzistici che ho incontrato fisicamente, ma anche quelli che ho ascoltato su disco sin da piccolo hanno influito in qualche maniera su di me, però io sono stato sempre selettivo, per esempio di Herbie Hancock, Charlie Parker, Lennie Tristano mi piacciono alcune cose. Forse l'unico che ho trovato completo e interessante sotto vari aspetti è Thelonious Monk. Aveva una profonda conoscenza delle tradizioni ma allo stesso tempo suonava una musica estremamente coerente. Lui è l'emblema del Jazz e della sua storia.

AAJ: Dopo aver registrato con un ottetto è ritornato al piano solo, da che cosa scaturisce questa esigenza?

FDA: Il piano solo avviene nel momento in cui sta succedendo qualcosa nella mia musica o sta andando in nuove direzioni ma non ho trovato ancora i musicisti giusti per dar vita a un ensemble. Nel piano solo c'è il mio mondo in generale, ma c'è anche un'occhiata verso il futuro che però trovo difficile esprimere con un gruppo.

AAJ: Quanta importanza ha avuto per lei l'esperienza con il Perigeo?

FDA: Mi ha aperto una seria di orizzonti timbrici. C'era anche quell'aspetto che veniva da Miles Davis, il discorso funky, certi tipi di ritmi, cose con cui piano piano ho familiarizzato.

AAJ: Anche nei due episodi di Intervals, come nei suoi dischi precedenti, è presente una componente di sperimentazione elettronica amalgamata con ritmi swing riferibili alle Big Band degli anni'30 e'40 e alla musica africana. Un particolare che è diventato negli anni un suo "marchio di fabbrica."

FDA: Questo è sicuro anche perchè forse sono uno dei pochi musicisti, almeno qui in Italia, che può fare queste cose. Per me è molto naturale, fa parte della mia vita per come si è svolta, per tutte le musiche con cui sono venuto a contatto. Quando nei primi anni '80 formai il Franco D'Andrea Quartet composi per il nostro primo album un brano che si intitolava "Rag and Blues," era un discorso legato al fatto che qualcosa si muoveva dentro di me quando pensavo al quel tipo di stili musicali, e da quel momento non ho più abbandonato questo aspetto.

AAJ: Un uso dell'effettistica che ricorda le Big Band di Duke Ellington in cui i timbri degli strumenti venivano estremizzati.

FDA: Duke Ellington fece delle cose straordinarie a quell'epoca con dei colori incredibili che sono rimasti nella sua tavolozza. Da lì arriva un'effettistica di tipo acustico, manipolare gli strumenti acustici in maniera particolare in modo che il suono possa avere tante sfumature, tanti timbri diversi.

AAJ: Come è nato l'incontro con i musicisti coinvolti nel progetto?

FDA: Per diverso tempo ho avuto un quartetto con il sassofonista Andrea Ayace Ayassot, il bassista Aldo Mella e il batterista Zeno De Rossi. Nel frattempo avevo creato un trio atipico con il trombonista Mauro Ottolini e il clarinettista Daniele D'Agaro, quindi mi è venuta l'idea di immaginare qualcosa con loro due aggiunti al quartetto ed ho formato un sestetto. Poi ho conosciuto il chitarrista Enrico Terragnoli e DJ Rocca che sono entrati piano piano nella nostra musica e ho creato l'ottetto. Dietro c'è sempre una storia, mi piace l'idea di avere una frequentazione con i musicisti abbastanza profonda da poterci veramente capire bene e si possa creare della musica insieme, infatti diversi brani dell'album sono accreditati a tutti i musicisti coinvolti.

AAJ: Ha formato da poco un'altra formazione in Trio, i New Things.

FDA: Questo progetto è una cosa particolare. Avevo da tempo voglia di provare le estreme conseguenze di certi aspetti della mia musica per renderli ancora più profondi e per far questo avevo bisogno di un certo tipo di musicisti. Uno è Enrico Terragnoli, un artista che si è trovato in mano la chitarra e ne ha fatto qualcosa di diverso rispetto a quello che ne fanno altri, ma nello stesso tempo è interessato ad aspetti particolari dell'effettistica elettronica. L'altro è il trombettista Mirko Cisilino un giovane musicista che è entrato subito nel vivo della mia musica e che sa dialogare con gli altri strumenti. Nella mia musica conta molto l'interplay in cui ognuno può fare qualsiasi cosa in qualunque momento; un modo per scoprire che cosa esce da combinazioni strumentali diverse avendo a disposizione anche i minimi mezzi, sfruttando al massimo tutte le capacità dei singoli musicisti.

Foto: Luciano Rossetti (Phocus Agency)

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