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Fabrizio Bosso: Il Quartetto come condivisione totale

Photo credit: Roberto Cifarelli

Paolo Marra By

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Sono riuscito a raggiungere l’obiettivo di riportare nelle registrazione del disco la complicità che si crea tra di noi quando siamo in viaggio, quando siamo sul palco, quando ci divertiamo o parliamo di faccende serie, un alchimia che in studio diventa interplay —Fabrizio Bosso
Dal primo disco a suo nome uscito nel 2000 dal titolo Fast Flight Fabrizio Bosso si è imposto come uno dei migliori trombettisti a livello internazionale in virtù non soltanto delle sue ben note doti tecniche ma anche per la sua versatilità, dentro e fuori l'ambito jazz. Tra i suoi vari progetti, il Fabrizio Bosso Quartet rimane probabilmente quello in cui il trombettista torinese esprime al meglio il suo forte senso del timing, ed il suono accattivante e pieno di pathos che lo ha reso famoso.

Il doppio disco live State of Art— testimonianza dei concerti tenuti dal quartetto a Verona, Roma e Tokio nel 2016—aveva messo in evidenza la forte coesione, diventata nel tempo vera e propria alchimia, tra Bosso e gli altri componenti del progetto, Julian Oliver Mazzariello, Jacopo Ferrazza e Nicola Angelucci.

Con l'ultimo disco dal titoloWE4, uscito per l'etichetta Warner Music Italia, il quartetto arriva alla piena maturità regalandoci un lavoro privo di fronzoli estetici che consente all'essenza dei quattro musicisti di emergere, alimentata dal desiderio di ritrovarsi per riprendere un discorso musicale lasciato in sospeso. Un flusso immediato di idee ed energia racchiuse nella sessione registrata al Load Recording Studio di Roma dopo il periodo lockdown, il 5 Giugno 2020, durante la quale il baricentro del gruppo si sposta ancora di più verso il "noi," richiamato in maniera emblematica dal titolo del disco.

Fabrizio Bosso nel ruolo di leader si mette al servizio dei tre compagni di straordinarie avventure musicali lasciando ampio spazio alle singole qualità individuali sia per quanto riguarda la scrittura dei brani-nelle quali spiccano per freschezza e originalità i temi melodici-sia nel dialogo tra le sezioni strumentali. Un intenso alternarsi di momenti in stile Hard Bop, richiamato dalla title track e dal brano "Bakarak" e ballad pregne di tenera anima soul come nella riflessiva "One Humanity," dedicata alla vittime di razzismo, o "Dreams Come True." Senza perdere mai la brillantezza del fraseggio, anche nei tempi veloci e nei registri più acuti, Fabrizio Bosso grazie alla solida sezione ritmica del duo Ferrazza/Angelucci e al vigoroso pianismo di Mazzariello, capace nello stesso tempo di delicate sfumature timbriche, ci regala uno dei suoi migliori lavori, sintetizzando al meglio il senso di integrazione e umanità di cui abbiamo bisogno in questo momento.

All About Jazz: Il disco WE4 segna un'ulteriore passaggio nella definizione, all'interno del tuo quartetto, di un sound organico nel quale ogni componente rappresenta una parte insostituibile. Quando si è concretizzata questa idea di collettivo?

Fabrizio Bosso Questa idea è maturata qualche mese fa quando ho deciso di organizzare insieme a Giovanna Mascetti, la mia manager, due giorni di session in studio per provare, senza registrare, alcuni brani. Avevo detto ai ragazzi di scrivere per poi portare in studio degli appunti musicali basati su alcune idee che avevano buttato giù. La mia intenzione era di provare a scrivere qualcosa insieme agli altri componenti del quartetto.

Abbiamo passato due giorni insieme in studio senza lo stress di tirare fuori a tutti i costi del materiale musicale da inserire in un'eventuale registrazione per un disco. Sono nati così due pezzi, tra cui la title track del disco, partendo da alcune melodie che avevo in testa. Alla fine abbiamo imbastito una serie di brani che abbiamo suonato un paio di volte prima che tutto si bloccasse per il lock-down. Come abbiamo avuto l'opportunità di rivederci e suonare insieme, nei mesi successivi, abbiamo organizzato una session in studio che prevedeva due lavori in streaming, uno insieme a Julian Oliver Mazzariello per l'ambasciata italiana a Washington e l'altro con il quartetto al completo. Ed invece, in neanche cinque ore, abbiamo registrato tutta la musica contenuta nel disco. Sono riuscito a raggiungere l'obiettivo di riportare nelle registrazione la complicità che si crea tra di noi quando siamo in viaggio, quando siamo sul palco, quando ci divertiamo o parliamo di faccende serie, un alchimia che in studio diventa interplay.

AAJ: Che cosa implica per il tuo ruolo di voce solista il fatto di confrontarti con una struttura compositiva ed esecutiva nella quale i tuoi spazi sembrano ridursi?

FB: Avere dei musicisti che ti permettono di ragionare in questo modo da un lato sembra alleggerire il mio ruolo di leader, nell'esecuzione di assoli di più lunga durata, ma dall'altro lato implica certamente una maggiore sforzo e responsabilità derivante dal fatto di essere in ogni momento connesso con quello che stanno suonando gli altri componenti del quartetto. Ciò che rende possibile tale approccio è il background che ci accomuna che, nel tempo, ci ha permesso di consolidare le affinità fra di noi.

AAJ: A proposito delle timbriche, avete inserito delle sonorità elettroniche all'interno di alcuni brani tra cui "One Humanity," brano che hai scritto insieme a Julian Oliver Mazzariello.

FB: "One Humanity" è nato in maniera singolare. Durante il lockdown stavo studiando delle partiture musicali e mi è venuta in mente, quasi per caso, questa melodia. Così ho chiesto a Julian di provare a metterci sopra degli accordi al pianoforte. Nonostante il buon risultato ho messo il materiale in un cassetto solo per tirarlo fuori qualche mese dopo per provare a risuonarlo. In poco tempo quella idea melodica ha preso forma diventando il brano inserito nel disco. Abbiamo voluto introdurre dei suoni elettronici perché volevamo dare profondità al brano, qualcosa che rappresentasse una rottura, creare un contrasto tra l'atmosfera dark dell'elettronica e la melodia più distesa che viene subito dopo con un impronta cinematografica.

AAJ: Il brano, dedicato alle vittime di razzismo negli Stati Uniti, evidenzia ancora di più il significato musicale e umano di resilienza che assume il disco in questo difficile momento.

FB: Eravamo in un periodo contrassegnato, oltre che dalla pandemia, anche dagli scontri razziali negli Stati Uniti. Volevamo trasmettere tutto quello che c'era stato tolto, fare qualcosa con la gente come segno di condivisione, in una situazione differente dallo stare a casa suonando in streaming. Questa modalità ci ha aiutato a mantenere il contatto con il pubblico nel periodo del lock-down, ma non dobbiamo cadere nell'errore che si possa fare anche così, convincendoci che possa sostituire un concerto dal vivo.

AAJ: Il suono complessivo di WE4 riesce a riprodurre al meglio l'energia e l'immediatezza improvvisativa che caratterizza i vostri concerti.

FB: Per nostra scelta abbiamo deciso di registrare in condizioni non facili: non abbiamo usato né le cuffie né un monitor. Non avevamo ritorni ma ascoltavamo soltanto il nostro suono in presa diretta. Per me, che suono uno strumento a fiato, ascoltare il suono filtrato attraverso un processore, ad alto volume, puo creare una latenza, con la conseguenza di avere meno controllo sull'aria. La modalità di esecuzione che abbiamo deciso di adottare non è la condizione ideale in un studio insonorizzato ma, nonostante questo, il risultato è stato perfetto per quanto riguarda l'amalgama del suono complessivo. Siamo riusciti a mettere insieme la bellezza del suono in studio con quella particolare verve della situazioni live.

AAJ: Parlando delle vostre esperienze live certamente quella piu importante è racchiusa nel disco State of Art: quanto è stato importante per la vostra crescita come collettivo questa serie di concerti che vi ha portato in giro per il mondo?

FB: È stato molto importante perché eravamo in un momento di transizione per il fatto che era appena subentrato Jacopo Ferrazza al contrabbasso a sostituire Luca Alemanno. Jacopo era venuto a suonare in Giappone senza sapere che avremmo registrato la performance dal vivo. È riuscito ad integrarsi velocemente nel quartetto. Tra noi quattro si è creato un solido equilibrio dato dal fatto che, anche essendo figure diverse, viviamo molto bene le situazioni che si creano durante i lunghi tour. Quando sei con persone che ti rispettano e tu sai come rispettare tutto funziona bene, in primo luogo la musica.

AAJ: A proposito qual è lo "Stato dell'Arte" in questo momento segnato dalla chiusura di luoghi deputati alla manifestazioni musicali e di spettacolo in genere?

FB: Prima che chiudesse tutto quanto a causa della pandemia stavamo vivendo un buon momento per quanto riguarda l'affluenza del pubblico ai concerti. Anche quest'estate ho visto gente desiderosa di musica e arte nonostante le restrizioni. Questo significa che in qualche modo si potrebbero riprendere le esibizioni dal vivo senza aspettare che i luoghi deputati a tale scopo chiudono in maniera definitiva, come purtroppo già sta succedendo negli Stati Uniti. Spero ritorni, appena sia possibile, ad esserci quella magia insostituibile del contatto con il pubblico nei concerti dal vivo.

AAJ: Ritornando al disco WE4 nonostante i dieci brani presenti siano stati scritti con l'apporto di tutti e quattro i componenti del gruppo si ha la sensazione di ascoltare un corpus compositivo scritto da una sola mano.

FB: Dipende dall'intelligenza musicale dei musicisti che mi accompagnano in questo progetto. Per esempio Jacopo Ferrazza ha scritto il brano "Bakarak" pensando alla dimensione del quartetto, stessa cosa ha fatto Nicola Angelucci tenendo presenti quali sono gli aspetti peculiari più vicini al mio modo di suonare, affini a quelli di Wynton Marsalis. Alcuni brani del disco richiamano proprio i lavori del trombettista americano degli anni '80, come ad esempio il disco Black Codes (From the Underground), rifacendosi perfettamente a quello specifico stile.

AAJ: Nel disco si rintraccia una marcata impronta soul molto vicina a quella presente nei lavori che hai realizzato con lo Spiritual Trio insieme a Alberto Marsico e Alessandro Minetto come nell'ultimo disco Someday: un anima soul che spesso viene fuori anche nelle tue incursioni nel mondo della musica leggera.

FB: Adoro le voci, parte tutto da loro. Inoltre per me sono fondamentali le melodie che, nella loro semplicità, hanno profondità, non ti stanchi mai di suonarle e il pubblico di ascoltarle. Non cerco questo tipo di brani solo nel Songbook degli standard americani ma anche tra quelli appartenenti al cantautorato. Il rock non mi ha mai conquistato del tutto a differenza della musica leggera di artisti come Ornella Vanoni, Bruno Martino, Tenco, Concato o Bruno Lauzi. Nei primi anni di studi musicali mentre improvvisavo sui dischi jazz, in particolare delle famose big band, nello stesso tempo ascoltavo ciò che veniva dalla musica leggera. Non mi sento un jazzista prestato al pop, proprio perché questa "voce" dei grandi autori italiani è stata sempre presente nella mia vita, fa parte della mia crescita musicale. Quando vado a suonare con un artista, per esempio come Renato Zero, sono consapevole che lui mi lascerà essere me stesso, non sarà il cento per cento del potenziale musicale e tecnico che riesco ad esprimere solo con musicisti come quelli presenti nel mio quartetto, ma sarà comunque qualcosa che mi rappresenta come musicista.

AAJ: Oltre al Quartetto ci sono dei progetti come lo Spiritual Trio e il Latin Mood con Javier Girotto che ormai porti avanti da diversi anni: da che cosa scaturisce il bisogno di confrontarti con progetti all'apparenza lontani tra loro?

FB: Oltre a questi progetti che hai citato c'è il duo con Julian Oliver Mazzariello, quell con Luciano Biondini e la collaborazione con Rosario Giuliani con cui ho registrato il disco Connections, la cui uscita è stata posticipata di qualche mese. Questi progetti rappresentano delle situazioni nelle quali posso trovare la tranquillità di suonare con musicisti anche dopo lunghi periodi di tempo durante i quali non ci siamo incontrati. In pochi minuti scatta, senza tanti sforzi, un particolare feeling fuori e sul palco. Tutto questo ti consente di avere una certa dose di sicurezza circa l'elevato standard della performance, a differenza di situazioni nella quali sono ospite di musicisti con cui suono di rado. Con tutti loro ci sono delle affinità che nell'ambito del jazz, essendo una musica estemporanea, diventa essenziale per esprimere e condividere qualcosa, di stare a proprio agio con gli altri musicisti.

AAJ: Altra importante collaborazione è quella con Mauro Ottolini nel disco Storyville Story con al centro il repertorio del jazz tradizionale.

FB: Mauro mi aveva proposto il progetto nel corso dei nostri sporadici incontri. Abbiamo inizialmente suonato durante un tributo a Duke Ellington, con gli arrangiamenti curati da lui, e poi in un festival a Cagliari dove eravamo entrambi presenti, lui con la sua band e io con la mia, finché non abbiamo deciso di collaborare insieme per il progetto Storyville Story dedicato al jazz tradizionale. Il disco contiene i concerti che abbiamo tenuto ad Orvieto e Perugia tra il 2018 e il 2019. Mi mancava un progetto dedicato a questo tipo di musica che mi coinvolgesse in maniera professionale, accompagnato da musicisti di livello come quelli messi insieme da Mauro. Il progetto ripropone con rispetto il jazz tradizionale senza stravolgerlo negli arrangiamenti, mantenendo quel suo tipico mood. Un aspetto originale di tale approccio è il fatto che non sia presente il clarinetto, perché secondo me è interessante avere la parte acuta coperta dalla voce, in questo caso di Vanessa Tagliabue Yorke, è quella bassa affidata a tromba e trombone con il pianoforte nel mezzo.

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