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Enore Zaffiri & Jonathan Prager/Motus

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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The Lemon Party

Limone Fonderie Teatrali - Moncalieri - 19.07.06

In un tardo e afoso pomeriggio domenicale il Traffic Festival, in collaborazione con l’etichetta milanese Die Schachtel , offre un’occasione d’ascolto decisamente impedibile per gli appassionati di sperimentazione sonora.

Ben quattro concerti acusmatici avvolgono il pubblico nello spazio un tempo occupato dalla fonderia Limone, recentemente recuperato alla ricerca teatrale e musicale.

Un raro e prezioso tour de force, di oltre cinque ore, vede protagonista, disposto intorno e tra il pubblico presente, l’acousmonium del gruppo parigino Motus.

E’ la mano giovane ed esperta di Jonathan Prager a dirigere questa vera e propria orchestra, formata da cinquantuno altoparlanti, che diffonde, attraverso venticinque canali, i suoni fissati su un supporto digitale stereo.

Il compito di Prager trascende quello della regia del suono per farsi interpretazione creativa dei brani in programma, in cui entrano in gioco la sensibilità alle caratteristiche acustiche della sala, alla reazione del pubblico e alle peculiarità degli altoparlanti, considerati sia singolarmente sia in qualità di sottogruppi dell’insieme orchestrale.

Acusmatico è l’insegnamento che Pitagora, nascosto dietro una tenda, impartiva agli iniziati.

Per i lavori Agnès Poisson, Bérangère Maximin e Tomonari Higaki, non potrebbe esserci una metafora più calzante di questa, che è stata sviluppata, tra gli altri, da François Bayle e, più recentemente, da Michel Chion sulla scorta delle ricerche radiofoniche condotte negli anni ’50 da Pierre Henry e Pierre Schaeffer, per abbracciare tutte le esperienze artistiche in cui la fonte del fenomeno acustico (fissato su nastro o altro supporto) è assente o celato, e che, in tal modo, pongono al centro la pura dimensione dell’ascolto.

La complessità e la densità erratiche delle opere dei primi due autori cedono di fronte all’accuratezza lucida e profonda (anche nel senso acustico del termine) con cui Higaki rende omaggio a Luc Ferrari, indagando sonorità percussive, che da insistiti martellamenti inclinano verso vibrazioni a bassissima frequenza.

Il tributo più esplicito a una delle voci più originali della musica acusmatica, purtroppo spentasi l’anno scorso, viene reso con due gemme dell’ampio repertorio ferrariano: la piccola sinfonia intuitiva per un paesaggio di primavera, del 1974, evoca davvero un panorama brulicante di vita, di animali, insetti e uccelli il cui verso si fonde fascinosamente con brevi impulsi elettronici che tardano a spegnersi nella foresta dei canali (e dei simboli): l’acousmonium diventa bosco, giardino, cascina, artificio che, per una volta, non stravolge la natura ma la accoglie.

Nei successivi Archivi geneticamente modificati, un’opera del 2000, viceversa, una tavolozza di suoni concreti ed elettronici decisamente ricca viene rimodellata con grande originalità, prima lungo un soffuso continuum, poi attraverso una frammentarietà a tratti violenta, eruttata dagli altoparlanti con grande impatto rumoristico.

Momento clou della serata è la diffusione di alcuni lavori elettronici “puri” - risalenti agli anni 60 e recentemente riproposti da Die Schachtel: per leggerne la recensione clicca qui - di Enore Zaffiri, compositore torinese sulla breccia da più di quarant’anni, presente in sala con tutta la sua inesausta curiosità e cordialità.

Le trame geometriche euclidee dalle quale Zaffiri traeva ispirazione per l’organizzazione dei materiali assurgono ora a una nuova vita tridimensionale, finalmente palpitanti e libere di muoversi nello spazio come un gruppo di coleotteri secondo misteriose simmetrie; di correre con l’incantata ostinazione dei bambini immersi nei loro giochi.

Queste limpide creature appaiono e scompaiono dietro e sopra i diffusori; quando ti attendi che il gioco sia finito e pensi che abbian già fatto ritorno nella casa/mixer di Prager, eccone saltar fuori una, e poi un altra, inaspettate, e via così: è la Musica per un anno, concepita per scandire e metaforizzare i ritmi vitali di un ciclo temporale di lungo periodo, di cui viene presentato un frammento costruito con perizia certosina nel 1968.

La giornata si chiude con un confronto fra autori di generazioni differenti, nella fattispecie tra Pierre Henry e Denis Dufour, che è attualmente direttore artistico di Motus.

Entrambi i brani vivono di contrasti interni: in Pierres réfléchies, Henry pone in urto frammenti di suoni strumentali e stridori grotteschi, che ne disturbano e deformano l’intonazione e il timbro; laddove Lux tenebrae di Dufour porta al parossismo il conflitto tra la luminosità (troppo enfatica per essere vera) di un vibrato sopranile e l’ossessività frenetica di metalli percossi, talmente incalzante da indurre a pensare che qui, dietro l’apparente meccanicità, vi sia un’autentica, umana, vitalità.

C’était une pièce hardcore… ci sussurra, alla fine, un compiaciuto Dufour…

Un’ottima definizione per un brano che si presta ad essere interpretato con piglio da Dj (non sarebbe stato male, in proposito, escogitare una maggiore compenetrazione con il set allestito nella sala attigua della Fonderia) ed è già stato presentato, oltralpe, nel corso di uno dei frequenti acousma-raves organizzati da Motus. Il prossimo - imperdibile, con una programmazione ricca, che affianca con naturalezza Aphex Twin a Luc Ferrari - lo si potrà seguire, in agosto, a Crest, non troppo lontano dalle Alpi, durante le trentacinque ore ininterrotte del festival Futura.

Visita il sito di Enore Zaffiri.


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