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Dialogo su Thomas Chapin, con Stefano Pastor e Stefano Leonardi

Giuseppe Segala By

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La realizzazione del documentario Thomas Chapin, Night Bird Song ci offre l'occasione di fare una chiacchierata con il violinista Stefano Pastor e il flautista Stefano Leonardi, due tenaci e impavidi musicisti e improvvisatori che nel 2014 hanno pubblicato, in quartetto con Fridolin Blumer al contrabbasso e Heinz Geisser alla batteria, il CD Conversations about Thomas Chapin: un dialogo con la musica e con l'universo espressivo del grande artista prematuramente scomparso nel 1998.

All About Jazz Italia: Stefano Leonardi e Stefano Pastor, la vostra apparizione nel film Thomas Chapin, Night Bird Song è il frutto di un lavoro iniziato nel 2013, che ha portato alla registrazione del CD pubblicato dalla Leo Records l'anno successivo. Come è nata l'idea di avvicinarsi al mondo musicale e umano di Thomas Chapin? Si è sviluppata contestualmente al vostro incontro?
Stefano Pastor: L'idea è stata di Vittorio LoConte, un critico dotato di notevole senso analitico, che ascolta pressoché tutto quel che esce nell'ambito del jazz contemporaneo. Lui provò a mettere in contatto quattro musicisti che stimava e che, a parte i due della sezione ritmica, non avevano mai suonato insieme: me stesso, Stefano e i zurighesi Fridolin Blumer e Heinz Geisser. Fu lui a suggerire di cimentarci su un lavoro incentrato sulla musica di Thomas Chapin. L'idea conquistò tutti e cominciammo a pensare come realizzarla.
Stefano Leonardi: Personalmente ho scoperto la musica di Thomas Chapin nel 2004 e da allora sono andato letteralmente a caccia dei suoi dischi. Mi ha colpito fin dall'inizio la sua "voce" al sax e al flauto. Era musica straordinaria, potente e molto personale. Poi nel 2013 l'input datoci da Vittorio LoConte ha dato fuoco alla miccia, ed è partito questo progetto ambizioso.

AAJI: L'approccio a Chapin è in primo luogo una "conversazione su di lui," come dice il titolo dell'album: Conversations about Thomas Chapin. Ma pure una "conversazione con lui," come sottolinea con acume la moglie di Thomas, Terri Castillo-Chapin, nelle note di copertina del disco. Anche voi avete sentito questo doppio approccio: di parlare di lui con la musica e di parlare con lui attraverso la musica?
S.L.: Certamente, perché la musica è una conversazione. E la conversazione non è fatta solo di suoni e parole, ma di momenti, di avvicendamenti. La nostra musica si è svolta su un terreno di piena libertà espressiva, lasciando a ogni componente del gruppo la responsabilità, di volta in volta, di portare avanti il discorso. Abbiamo cercato di evocare, raccontare, parlare di lui e con lui tramite la sua musica. È stato un approccio globale, una comunicazione biunivoca, a volte concentrica, una specie di cerchio magico. Credo sia un po' l'essenza e la magia della musica e del jazz, che diventa appunto il parametro della conversazione, del linguaggio. Il nostro obiettivo era restituire in qualche modo l'estetica di questo grande improvvisatore.

AAJI: Il lavoro non è un omaggio o una rivisitazione della musica di Chapin: è qualcosa d'altro e di più. È legato alla comunicazione, aspetto molto importante della vita e della vicenda artistica di Chapin, come la stessa Terri Castillo-Chapin ricorda.
S.P.: Comunicazione è una parola chiave per affrontare la musica di Chapin. A parte la straordinaria tecnica che sfoggiava, ciò che sconvolge sempre all'ascolto è la forza espressiva impressionante, sia in senso narrativo—la logica sottesa ai suoi temi e alle sue improvvisazioni ha questa qualità—e sia in senso meditativo: i climi espressivi che sapeva creare sono pervasivi e pregnanti. C'è poi un elemento sempre più raro da trovare nei musicisti contemporanei: l'originalità del suono. Chapin è stato uno degli ultimi musicisti di jazz (e non solo) ad avere un suono personale e immediatamente riconoscibile. Tutte queste caratteristiche ci danno la cifra di uno dei più grandi musicisti che la musica jazz abbia avuto.

AAJI: La musica del CD è firmata da tutti i quattro componenti del quartetto, tranne il brano "Anima," di Chapin. L'improvvisazione prende buona parte della musica: quanta composizione c'è?
S.L. : In realtà nessuna. La parte "compositiva," la musica di Thomas Chapin, i suoi temi erano ben assimilati in ognuno di noi. Abbiamo attinto sì da Chapin, con spunti, frammenti, cellule melodiche, riff e ostinati (una decina i temi citati) conversando in piena libertà. Parlerei di composizione istantanea più che di improvvisazione (termine con troppe implicazioni). Una modalità collettiva di fare e organizzare istantaneamente la musica: creare complessità, evocare emozioni suonando una frase e sviluppandola nel corso dell'improvvisazione. Ascolto reciproco, intenzioni, contrasti, variazione motivica, colori... su questo ha giocato un ruolo fondamentale l'esperienza e il modo di intendere il ritmo di Heinz Geisser. Se ci pensi, è una cosa davvero potente, noi quattro non ci eravamo mai incontrati prima ma abbiamo condiviso e portato a termine un pensiero comune. Sarebbe stato ovvio e direi anche più pratico avere le parti e gli arrangiamenti scritti in precedenza. Ma che senso avrebbe avuto? L'atto creativo non può essere già scritto, nasce in anticipo a ciò che si sta per suonare.

AAJI: Improvvisare un dialogo con Chapin: lo stato d'animo, la preparazione di partenza è diversa? Si focalizza su alcuni aspetti particolari?
S.P.: Sempre di comunicazione si parla: l'idea di Fridolin fu quella di frequentare una quindicina di composizioni di Chapin individualmente, studiando, analizzando, improvvisando. Ciascuno di noi ha passato un mese a dialogare in solitudine con la sua musica. Dopo questa fase ci siamo incontrati in studio e abbiamo registrato senza prove né prescrizioni di alcun tipo. Ciascuno di noi poteva in qualunque momento tirar fuori una frase, un elemento ritmico, una suggestione che proveniva da Chapin e gli altri, orecchie ben tese, erano pronti a interagire con queste proposte continue, in una conversazione, appunto, serrata tra noi, su Chapin, con Chapin.
S.L.: Eravamo noi, Chapin e la sua musica, in una dimensione di eccitante imprevedibilità. Una sorta di vibrazione invisibile faceva da collante su di noi in quei momenti; tutto il set (in pratica è stato davvero un live set) si è snodato col filo conduttore di una lucida tensione creativa. Personalmente questa esperienza mi ha fatto crescere, anche nel modo di intendere la musica improvvisata: semplicemente suonare con il cuore e con l'Anima.

AAJI: Parliamo di "Anima": pur inserendo nel CD molte citazioni di suoi brani, perché avete scelto di sviluppare pienamente proprio questo, dal repertorio di Chapin? La versione di Thomas è serrata, incalzante. Voi ne dilatate le maglie, ne fate apparire i motivi con l'espressività di una dolente ballad...
S.L.: Mi sono avvicinato a Thomas Chapin, l'ho scoperto, proprio grazie a questo disco, Anima appunto. La title track mi ha colpito immediatamente, un tema molto semplice ma di straordinaria intensità e lirismo. In verità non l'abbiamo scelta, è successo tutto in modo così naturale e spontaneo... Stefano Pastor ha esposto in modo davvero struggente il tema, e da lì ci siamo agganciati. E si sente nel disco, non sarebbe stato possibile programmare certe cose prima. Da una session totalmente improvvisata certe imperfezioni e sbavature non fanno altro che rafforzarne il contenuto. Ne è uscita una versione meno incalzante dell'originale, ma con una forte tensione collettiva. Il ritmo, quasi mai corrispondente a una precisa divisione metrica, dà luogo a una continua, affascinante tensione e distensione. Una rivisitazione più frastagliata e satura, rotante, a volte tagliente. Sentivamo che la musica "scorreva" nella giusta direzione e ci è venuto naturale ripetere il tema anche alla fine, quasi per darne la classica forma AABA.
S.P.: È stato un momento di profonda meditazione: appena avuto il via per registrare un nuovo segmento, percepii che tutti stavano in attesa, nessuno aveva intenzione di partire con una frase qualunque. Capii che era un momento di notevole concentrazione, il silenzio era spesso e pesante, lo tagliai con decisione con le prime note di quel tema riconoscibile e subito Fridolin collocò poche note a imbastire uno scabro accompagnamento in modo perfetto. Va detto che queste reazioni avvenivano in pochi secondi, senza sapere quale tema sarebbe stato proposto e neppure in quale tonalità e sovrapponendo, di fatto, l'atto del riconoscimento della proposta all'atto della reazione, in un processo rapidissimo in cui il gesto musicale anticipa il pensiero, traendo contenuti da un repertorio interno, in interazione con l'interiorità di ogni altro musicista. Da notare come Stefano abbia saputo creare la giusta attesa per unirsi a noi con un'insolita soluzione effettistica, prima di intonare le note del tema e come Heinz si chiuda in un silenzio carico di significato per presentarsi all'ingresso della seconda parte del tema tracciandone la forma con autorevolezza compositiva. I due, in una sorta di intesa telepatica, approcciano l'ostinato originale destrutturandolo sin dall'inizio, con eccezionale unità d'intenti.

AAJI: I titoli che avete dato ai brani del CD sono significativi nella loro pregnanza: "Let the Creative Force Take Over" (lasciate che la forza creativa prevalga); "Music Exists Because We Love It"; "The Melody Remains..." li avete creati pensando al carattere artistico e musicale di Chapin?
S.P.: La mia idea, dopo la scelta dei brani da pubblicare, fu di cercare tra le frasi più significative lasciateci da Chapin e riportate amorevolmente sul sito curato da Terri. I tre titoli che citi sono quindi citazioni di Chapin in una sorta di supplemento conversativo, ma anche "The Way Everything Works" e "Trascendental Journey (a Clean Slate Every Night)" lo sono.

AAJI: Tra le tante cose intense dette da Thomas Chapin, vorremmo un commento della frase che compare proprio nel CD Anima: "There is no end to learning, and the best of us remain students."
S.L.: Oltre che un bel messaggio, penso sia anche un monito. Lo vedo come un insegnamento, dato da una persona probabilmente molto semplice e colta anche nella vita quotidiana. Per Chapin la musica, intesa come Arte, è stata una continua voglia di imparare, di sperimentare e guardare "oltre." Sentirsi in qualche modo sempre studente, mai in cattedra; questa sua voracità musicale mi affascina. Essere una spugna della musica, di ogni tipo di musica. Studiare sì, arricchire il proprio vocabolario e la propria tavolozza di colori, ascoltare i dischi, assimilare il linguaggio dei grandi, metabolizzarlo; consapevoli però che ad un certo punto devi buttare via tutto e cominciare a cercare il tuo suono.

AAJI: Stefano Pastor, ci vuoi descrivere il Thomas Chapin improvvisatore? E il Chapin compositore?
S.P.: Compositore e improvvisatore in questo caso convergono con coerenza. Un elemento che permea potentemente la sua musica è la trasversalità: Chapin ha suonato dal jazz tradizionale alle musiche d'avanguardia, collaborando con musicisti quali Lionel Hampton e Borah Bergman; ha esplorato generi diversi, dal samba al tango sino a diverse contaminazioni col rock. Era curioso di tutto. Qui si fonda la straordinaria varietà del suo linguaggio. Altra caratteristica è il pensiero creativo e libero, certamente inquieto: le sue traiettorie sono vertiginose, fatte di accostamenti sorprendenti, di brusche sterzate verso soluzioni insolite, di costruzioni verticali che portano a derive parossistiche. Poi vi sono l'utilizzo generoso di ostinati e la capacità tutta coltraniana di speculare su una cellula o su una scala fino ad arrivare a costruzioni sontuose a partire da una piccola idea. Su tutto questo però domina l'elemento blues declinato in tutti i modi possibili. Esso è evidente non solo e non tanto nelle scelte melodico- armoniche, quanto nella pronuncia, nell'inflessione, nel timbro che è stato capace di immaginare. Questa, in definitiva, è la caratteristica che ne fa uno dei grandi della storia del jazz, senza alcun dubbio. Paragonabile per forza e originalità a Eric Dolphy o a Joe Harriott.

AAJI: Stefano Leonardi, ci vuoi descrivere il Thomas Chapin strumentista (e in particolare flautista)?
S.L.: Il suo stile al flauto merita considerazione: improvvisazioni armonicamente molto ardite, swing invidiabile e senso ritmico/melodico notevole, unito ad una tecnica impeccabile. Analizzando in ordine cronologico la sua discografia ci si trova davanti ad un musicista dapprima legato alla tradizione (ad esempio nell'album Radius), che poi si evolve e matura in uno stile forse più a lui congeniale, più istintivo e meno legato a canoni tradizionali (il trio con Pavone e Sarin). Più spazio all'inventiva, alla ricerca, al rischio nell'ultimo periodo della sua (purtroppo) breve vita. I dischi in duo con Borah Bergman o William Hooker sono una straordinaria testimonianza di questo sviluppo stilistico. Chapin si è espresso al flauto con eleganza di fraseggio, sonorità intensa e limpida, fantasia melodica (mi viene in mente la cadenza su "Aeolus," nell'album Ride). Un musicista a mio avviso completo, che metterei tranquillamente tra quei giganti (Sam Rivers, Eric Dolphy, Julius Hemphill, Henry Threadgill, James Newton) che seppero dare al flauto personalità e carattere, tanto da permetterne una ulteriore evoluzione.

AAJI: Come si inquadra secondo voi la figura di Chapin nel jazz contemporaneo?
S.P.: Chapin ha saputo collocarsi nella scena dell'avanguardia newyorkese degli anni Ottanta e Novanta trovandosi perfettamente a suo agio e segnalandosi per estro e capacità innovativa. Ha saputo dialogare con disparati generi e musicisti mantenendo fermo il tratto distintivo che, come ci insegna Amiri Baraka, un autentico musicista di jazz deve possedere: il senso profondo del blues. Il fatto che il mercato lo abbia trascurato è solo una prova che attraverso di esso ci vengono raccontate delle fandonie. Trovo urgente, in società sempre più avvelenate dall'iper-capitalismo, dire con nettezza che il mercato è un artificio del potere per creare falso prestigio dove c'è solo spazzatura o per sfruttare filoni artistici di valore a fini commerciali (ma questo avviene sempre meno) finendo col banalizzarli. I numeri del successo (ma cosa è poi il successo?) sono falsi, prodotti ad arte per vendere ciò che si impone, ledendo la libertà di conoscenza e di scelta. Bisogna liberarsi della suggestione del mercato, disprezzare la pubblicità (orpello inutile che brucia montagne di denaro che paga il consumatore), spogliarsi di tutto, chiudere gli occhi e provare a capire, con sincerità ma anche con conoscenza, se una musica o un'opera d'arte in generale ci tocca nel profondo, se lo fa in modo poetico e non banale o volgare, e se reca in sé la profondità del confronto con la tradizione che l'ha preceduta, sia essa colta o popolare. Un confronto dialettico, finanche in un radicale avanguardismo, rappresenta l'aspetto intellettuale dell'opera che va insieme a quello poetico. La musica autenticamente popolare non sfugge a questo compito, di essere poesia e pensiero. Le lacerate melodie suonate da un rom a un angolo di strada ci dicono spesso molto più di tanta musica pubblicata perché ci parla di un popolo, della sua cultura e della libertà che lo contraddistingue e che sembra aver abbandonato il mondo occidentale. Chapin resta una stella luminosa in un panorama, quello contemporaneo, sovraffollato da musicisti mediocri, meccanici, privi di creatività e di poesia.

AAJI: Come mai, dopo quasi venti anni dalla scomparsa di Chapin, sono pochissimi gli artisti che hanno affrontato le sue composizioni, nonostante il loro valore artistico, che voi avete avuto modo di approfondire direttamente?
S.P.: Difficile rispondere a questa domanda. Può essere dipeso dalla relativamente scarsa diffusione della sua musica. In genere, le sue composizioni sono indissolubilmente intrecciate al suo particolare modo di essere strumentista. Ricordo di aver letto una sua dichiarazione in cui identificava profondamente il processo compositivo con lo strumento che utilizzava e che, a sua volta, immaginava come destinatario ed ispiratore della scrittura. In altre parole, certe idee musicali nascevano, per così dire, forgiate dal sax e non sarebbero state altrettanto efficaci per un pianoforte. Oltre a ciò egli scriveva chiaramente per il gruppo che aveva in mente: l'uso copioso di obbligati per il basso in trio, per fare un esempio, sembra compensare la mancanza di uno strumento armonico e non sarebbe altrettanto efficace in presenza di un piano.
D'altro canto, non dobbiamo dimenticare la straordinaria tecnica, il timbro originale e travolgente, la fantasia e la personalità creative, la vena lirica struggente che lo caratterizzavano: le sue composizioni appaiono come un abito fatto su misura per un uomo dalle fattezze uniche, un abito che è pressoché impossibile indossare con naturalezza per chiunque non sia Thomas Chapin.
Sembrano essere questi i motivi per cui l'approccio alla sua musica richiede cautela e, soprattutto, l'elaborazione di modalità personali e intelligenti. Credo che i pochi che hanno tentato un tributo a Chapin si siano mossi in questa non facile direzione. Quando penso al suo forsennato flusso di idee e di strabilianti acrobazie penso alla gioia disperata di un uomo presago del proprio destino (del resto la sua vicenda esistenziale ci restituisce una figura inquieta e tutt'altro che piana). Nel nostro disco credo ci sia soprattutto questo: un velo di lacrime che esprimono meraviglia, commozione, intima gioia, profondo dolore.
S.L.: Come giustamente sottolinea Stefano ci troviamo davanti ad una personalità talmente complessa e sfaccettata che risulta difficile per un musicista cimentarsi con lui, con la sua musica con quello che ha lasciato. Stiamo parlando pur sempre di un gigante. Come è stata affrontata l'eredità di Trane, Dolphy, Ornette, Mingus? Per quanto riguarda l'Italia, la scarsa diffusione dell'Arte di Chapin potrebbe proprio essere la risposta alla domanda. Chi veramente conosce Thomas Chapin da noi!? Prima di internet, ebay, amazon e siti di download vari... Non vorrei far polemiche poco costruttive, ma penso sia un po' colpa del mercato. Chapin ha sempre suonato con cuore e sentimento, e non per rincorrere il cieco mercato. Speriamo che il lavoro fatto dalla regista Stephanie Castillo dia i suoi frutti! Oltre che un eterno sognatore sono una persona che crede nella potenza delle cose buone.

AAJI: Volete tracciare una sintesi di quanto state facendo oggi? La vostra musica continuerà a essere ispirata da questo grande musicista?
S.L.: Le idee sono molte, bisogna solo filtrarle e concentrarsi sulla cosa giusta, senza farsi sopraffare dalla fretta. Sicuramente questa collaborazione italo-svizzera avrà un seguito. Al di là dell'aspetto musicale, tra di noi si sono instaurate condizioni molto speciali in questi due anni; penso alla preparazione del disco, all'editing, alla copertina, fino alla magnifica avventura nel film-documentario Thomas Chapin Night Bird Song. Ho trovato le persone giuste con cui lavorare e condividere il mio pensiero musicale. Riguardo all'eredità di Chapin penso che l'essenza musicale da lui lasciata e la dirompente energia creativa documentata nei suoi dischi non possono che essere una miniera, per qualunque musicista.
Foto
Luciano Rossetti (Pastor)/Agostino Mela (Leonardi)

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