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Dialoghi: Jazz per Due

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Ottava edizione

Pavia - 7-30.03.2006

Giunta ormai all'ottava edizione, la rassegna pavese "Dialoghi: Jazz Per Due" prende pieno coraggio e presenta musicisti appartenenti a quelle correnti che una volta si definivano avanguardie. Ad eccezione della prima serata, affidata ad Antonello Salis e Gianluca Petrella, negli altri concerti abbiamo infatti trovato nomi storici del free, come John Tchicai, Irene Schweizer, Alex Von Schlieppenbach. Ormai però non sono più tempi di rotture radicali, e gli eroi di un tempo sono stanchi. Dopo decenni di ricerca, l'avanguardia si è ammorbidita e va verso la melodia. D'altro canto, anche il pubblico è cambiato. Non si scandalizza più, né intravede nella musica un messaggio politico. Al massimo, di fronte a qualche estemporanea “birichinata”, si diverte.

E allora iniziamo la nostra cronaca con chi - senza intellettualismi ma con grande senso musicale - sa far divertire davvero. Con Salis e Petrella, con le loro invenzioni di pura creatività, con il loro stravolgere pezzi di storia del jazz e non solo (accanto a Naima e Lush Life convive benissimo I Feel Good di James Brown). Diamo spazio al loro gioco, alla loro ricerca timbrica, più convenzionale in Petrella (sordine, wah-wah, borbottìi), meno in Salis. Piano preparato, certamente, anche se la cosiddetta preparazione consiste in sacchetti di plastica del supermercato, o in un maglione gettato sulle corde. E poi sgabelli fatti stridere sul pavimento, bacchette che percuotono qualunque cosa. Ivi comprese le corde di un pianoforte maltrattato, che sul finire del concerto getterà la spugna (il distacco di un tasto nero), sublime gesto di resa nei confronti dell'energia di Salis. E la fisarmonica, naturalmente, inizialmente non utilizzata per via di uno spallaccio rotto, poi recuperata grazie alla collaborazione di un appassionato tra il pubblico. Fisarmonica doppiata dal cantato o - com'è ormai prassi per Salis - dal fischiettato. E come per magia, in tutto questo bailamme la musica non viene mai persa di vista, nemmeno per un istante. La fa anzi da padrona, con dolci melodie e con un fitto dialogo con l'altro. Gran concerto!

Non avendo assistito al concerto di John Tchicai e Garrison Fewell, nulla possiamo dire in proposito. Passiamo dunque direttamente ai due concerti conclusivi della rassegna, entrambi aventi per protagonista il pianoforte.

Sabato 25 Marzo un duo svizzero tutto al femminile con Irene Schweizer e la sassofonista Co Streiff, che si sono prodotte in un concerto molto distante dalle nostre aspettative. Dati i nomi in gioco, era lecito prevedere una serata dalle atmosfere contemporanee. Magari non di esasperata ricerca, ma comunque tese, intricate e complesse. Invece, il duo ha proposto una musica molto aderente alla tradizione, fatta di composizioni originali e di frammenti della storia del jazz (brani di Eric Dolphy, Carla Bley, Ornette Coleman). Una musica che sarebbe eccessivo definire mainstream, ma che comunque si è mossa su schemi consolidati, su generosi pedali, con soli sugli accordi. Con una certa predilezione per il 6/8 - tempo su cui si è aperto e chiuso il concerto - e per le inclinazioni blues. Solo in un paio di brani abbiamo potuto scorgere quelle turbolenze, quei tormenti, quegli scatti in avanti che avevamo (erroneamente) previsto. E non a caso sono stati, questi, i momenti migliori della serata.

Strepitosa chiusura di rassegna grazie ad una delle colonne portanti del jazz europeo, il pianista Alex Von Schlippenbach, che in compagnia del sassofonista friulano (ma jazzisticamente parlando appartenente alla scena olandese) Daniele D'Agaro, ha esplorato la poetica monkiana (al centro anche di un recente triplo album realizzato dal pianista per la Intakt).

Forse perché ancora non completamente digerita, la musica di Monk è sempre stata rievocata dai jazzisti in modo scolastico, impacciato, spesso manieristico. Ovvero, rifacendo Monk ed i suoi accordi sbilenchi in fotocopia, senza guizzi creativi (un po' come fanno certi neo-boppers con Charlie Parker). Von Schlippenbach e D'Agaro, invece, non hanno rinunciato ad alcuna delle loro peculiarità stilistiche (sovracuti al sax, preparazioni al piano, arpeggi turbinosi per entrambi) restituendoci (finalmente!) un Monk vivo ed attuale. Un Monk che è passato attraverso le esperienze del free più radicale, dell'ironia del jazz olandese ed anche di territori meno nobili (mirabile la versione di Hackensack con echi quasi rockabilly). Il maestro di New York avrebbe apprezzato.

Foto di Roberto Cifarelli [ulteriori immagini tratte dal concerto di Salis-Petrella sono disponibili nella galleria immagini.


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