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Europa / America del Sud

Europa / America del Sud

Courtesy Andrea Ranzi

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I Concerti di Musica Insieme 2022—2023
Violoncelli dell'Accademia di Santa Cecilia
Giuliana Gianfaldoni soprano
Kian Soltani violoncello
Teatro Manzoni
Bologna
16.1.23

Nei programmi di sala delle varie stagioni concertistiche non è insolito trovarsi di fronte a un confronto, più o meno conciliante o stridente, fra Europa e America. Fra l'altro è questo il tema di buona parte della trentottesima edizione del Festival Printemps des Arts che si terrà a Monte—Carlo il prossimo marzo. La peculiarità dell'appuntamento qui recensito, ospitato a Bologna da Musica Insieme, è stata quella di circoscrivere l'ambito di questo incontro-scontro: da un lato lo spirito europeo ed in particolare italiano, rappresentato da compositori di un ampio ed eterogeneo arco cronologico e stilistico, e dall'altro l'espressività più coerente e compatta della musica sudamericana del Novecento. Ma la caratteristica ancor più significativa, tanto da diventare imprescindibile, è stata la mirata gamma sonora offerta da un ensemble di soli violoncelli. Per raggiungere lo scopo tutte le composizioni in programma sono state oggetto di specifiche trascrizioni, ottenendo così un'uniforme omogeneità percettiva, certo accattivante e piacevole, ma che ha in parte alterato le differenze tecnico-stilistiche, i contrasti dinamici e timbrici propri dei lavori originari. I protagonisti sul palco del Teatro Auditorium Manzoni erano i Violoncelli dell'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, affiancati da Kian Soltani, emergente violoncellista trentenne, nato a Bregenz ma di famiglia persiana.

Il programma si è aperto nel segno di una mestizia inquieta ed estenuata, con un brano d'indubbia suggestione: To Thee We Sing op. 27 n. 6, solenne e cupo corale del russo-sovietico Pavel Chesnokov rielaborato per otto violoncelli dallo stesso Kian Soltani. Nel successivo Concerto per due violoncelli, archi e continuo in sol minore RV 531 di Antonio Vivaldi, Soltani era affiancato come secondo solista da Diego Romano. Ci si è trovati coinvolti in cadenze tipicamente settecentesche, in cui una grazia tonica e incalzante ha avvolto una narrazione discorsiva dalle ampie e forbite linee melodiche. Estremamente opportuno, anzi direi d'obbligo, è stato poi il recupero della Serenata per due violoncelli, archi e continuo in re maggiore del compositore e virtuoso violoncellista della seconda metà dell'Ottocento Carlo Alfredo Piatti, nato a Bergamo, dove gli è stata intitolata l'omonima Sala d'inizio secolo, elegante e luminosissima. La partitura di Piatti, la cui atmosfera ha percorso situazioni pastose e liriche tipiche dell'epoca, era trascritta e rielaborata da Giovanni Sollima. "Sollima è il Piatti del nostro tempo" ha affermato Soltani, e non a caso la prima parte della serata si è chiusa proprio con una composizione scritta dal maestro siciliano. Violoncelles, Vibrez! , dedicato al suo maestro Antonio Janigro, ha presentato articolazioni audaci con momenti di protagonismo fervido ed eccentrico, crescendo insistiti e cadenzati dal vago sapore etnico, fino a spegnersi repentinamente nel finale in un silenzio inesorabile.

Una particolare attenzione va posta su due momenti, uno nella prima parte del concerto e uno nella seconda, "anomali" per il fatto che la componente strumentale dell'ensemble violoncellistico era al servizio della voce del soprano Giuliana Gianfaldoni, dapprima impegnata nell'interpretazione di due celebri Lieder di Richard Strauss: Breit über mein Haupt ("Sciogli sul mio capo la tua chioma nera...") su versi di Adolf Friedrich von Schack, e Nachtgang ("Passeggiata notturna") su testo di Otto Julius Bierbaum. La rielaborazione di entrambi era ad opera di Josef Hofer. Al di sopra del contesto fornito da quattro violoncelli, armonicamente ardito ma dall'incedere meditativo, ha svettato la voce della cantante che con una modulazione ben levigata ha conferito ai testi una leggerezza introspettiva dai toni sofferti e sognanti. Nella seconda parte del concerto invece, il cui percorso era dedicato al Sud America, il soprano ha affrontato con grande maestria di esplicita impostazione lirica l'Aria tratta da Bachianas Brasileiras n. 5 del brasiliano Heitor Villa-Lobos. Il suo canto nella parte iniziale, priva di testo, ha affidato tutta l'espressività all'intonazione di ammalianti vocalizzi, per poi riprendere, dopo una breve parte centrale su un testo dai contenuti romantici di Ruth Valadares Corrê, il tema iniziale, stavolta emesso a bocca chiusa fino alla flebile nota acuta finale.

Se del famoso, emblematico tango Por una Cabeza dell'argentino Carlos Gardel, nella versione trascritta per quattro violoncelli è stata restituita tutta la languida sensualità, altrettanto si può affermare di South American Getaway, tema principale del film Butch Cassidy del compositore statunitense Burt Bacharach, che si è mantenuto aderente allo spirito della musica sudamericana, conservandone il carattere e confermando la sua finalità evocativa, resa raffinata e compatta allo stesso tempo dall'interpretazione dell'ottetto di violoncelli. Non poteva mancare in questo panorama sudamericano Astor Piazzolla, di cui è stata riproposta la sua personale risposta alle Quattro Stagioni di Vivaldi con Invierno Porteño e Primavera Porteña, tratte dalle Estaciones Porteñas composte nel 1969 e qui rielaborate per otto violoncelli. L'esecuzione ha rappresentato uno degli apici dell'intero concerto, racchiudendo e sintetizzando al meglio il mondo musicale degli autori per l'occasione qui documentati. Dopo le affascinanti pagine di Piazzolla, nella trascrizione del violoncellista britannico James Barralet, si è fatto ritorno nel vecchio continente con Folk off!—Memories of Europe, un arrangiamento e trascrizione dello stesso Barralet di alcuni canti popolari, soprattutto del centro Europa. Ne è risultata una sorta di breve suite, movimentata ora in temi scanditi con decisione, ora in passaggi più distesi, che comunque non hanno disatteso la loro matrice popolare.

Fra gli immancabili bis va citato Violoncelli siamo noi, composizione dal titolo già di per sé eloquente di Francesco Storino, uno dei membri della compagine sul palco: un'allegra marcetta un po' scanzonata e dal gusto retrò, ravvivata però da citazioni, deviazioni, sorprese. A ben vedere proprio questo brano predisposto per l'occasione, quindi non soggetto come tutti gli altri a trascrizioni o arrangiamenti altrui, ha costituito il momento non di livello artistico più elevato dell'intera serata, ma più genuino e attinente sotto il profilo dell'approccio culturale.

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