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Dave Douglas & Keystone
«This Is Such a Wonderful Place to Play! - Dave Douglas» è la scritta che caratterizza la pubblicità della Casa del Jazz di Roma sulle pagine delle riviste specializzate. Questo perché il trombettista americano, prima dello scorso 15 novembre, aveva già avuto modo - in altre due occasioni - di salire sul palco della bella e accogliente location capitolina e, deduciamo, di apprezzarne l'atmosfera.
Al suo fianco i Keystone, band con la quale riesce nella non semplice impresa di far dialogare, senza bisticci e tenendosi lontano dai cliché, tradizione ed elettronica, jazz in senso stretto e tentativi di equilibrata sperimentazione. Almeno questo è quanto si evince dalle incisioni. Dal vivo il mood è leggermente meno piegato verso i suoni sintetizzati, ma l'espressione di gruppo ne guadagna in sostanza. Douglas rinuncia volontariamente alla presenza del DJ sul palco - limitando gli effetti a quelli prodotti da un laptop manovrato in regia con molta parsimonia - e nella serata romana, settima tappa del tour europeo, deve fare a meno del Fender Rhodes di Adam Benjamin, rimasto ad Amsterdam per motivi di salute.
Spazio dunque a un quartetto tutta energia. Brad Jones, con il suo splendido Ampeg Baby Bass, farcisce di groove profondissimi i brani proposti dalla band - molti provenienti dall'album Moonshine - Gene Lake si conferma batterista muscolarissimo, capace di impressionare l'attento pubblico presente in sala, tra gli altri avvistiamo Enrico Pieranunzi e Maria Pia De Vito, con una serie emicranica di figure veloci ed efficaci. Gene è uno che ha il jazz nel sangue, ha la faccia da brava persona, ma per nessun motivo vorremmo mai essere al posto di un suo Zildjian. In prima linea, al fianco di Douglas, si muove Marcus Strickland, ottimo sia nei ritagli solisti che nei lunghi dialoghi con il leader. Quest'ultimo lascia molto spazio alla band, ma quando è il suo momento non si lascia pregare. Chorus inanellati con apparente semplicità, grande controllo delle dinamiche e un timbro importante ne fanno un musicista di spessore, capace di incanalare l'intero set verso lidi di assoluta lucentezza stilistica. Douglas si rende simpatico - oltre che per il singolare cappellino di paglia che indossa - con alcune battute di spirito; conferma il suo amore per Roma e tradisce un piccolo segno di emozione solo quando presenta l'unico standard in scaletta, "Ask Me Now" di Monk, una delle sue figure di riferimento.
Quella dei Keystone è musica organica, strutturata con microscopica precisione e suonata a volumi decisi. A Roma abbiamo avvertito una forte scossa di emozioni tangibili.
Foto, di repertorio, di Claudio Casanova.
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