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Danilo Rea - Paolo Fresu
La domenica sera Roma sembra quasi una città normale. Al ristorante del Parco della Musica la gente per passare tra i tavoli ti chiede anche «permesso». Gesti normali che durante la settimana ti puoi anche dimenticare. Sarà perché sono tutti lì a pregustare un concerto che promette delizie. Danilo Rea ha carta bianca, e per la rassegna "Dialogo" ha invitato sul palco Paolo Fresu.
È l'affascinante Sala Santa Cecilia ad accogliere i due musicisti. Stretti in un'oscurità quasi totale, Rea e Fresu danno vita a un lungo discorso basato sulla melodia, sulla bellezza dei gesti, in un percorso alla continua ricerca - a volte quasi ossessiva - della curva perfetta, dell'emozione irrefrenabile.
Intelligenza. Con questa parola si può determinare il pianismo di Danilo Rea. Inutile soffermarsi sul tocco - sorprendente, squisito -, o sulla capacità di indirizzare la musica verso pianure sterminate che non hanno confine, né di genere né di intenzione. Pop, musica colta e jazz in senso stretto sono amalgamate in un unico pensiero, fatto di parti scritte e improvvisazione, gesti semplici e soluzioni che non ti aspetti. Rea regala l'ennesima prova di eleganza e precisione. Il dialogo con Fresu è fitto di sottintesi; tra i due c'è evidente complicità. Basta un movimento del capo, un'occhiata, uno sguardo accennato.
Il trombettista raccoglie gli inviti a piene mani. Flicorno, tromba, sordina ed elettronica sono utilizzati seguendo un'ispirazione del tutto personale. Fresu non snatura mai il suo modo, e soprattutto non riesce mai a sfamare la sua voglia di sorprendersi per trasmettere al pubblico emozioni intense. Come quelle elargite nei due bis. L'omaggio finale a De André raccoglie applausi a scena aperta. Fuori l'Auditorium è freddo, ma i brividi li avevamo anche dentro.
Foto, di repertorio, di Claudio Casanova.
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