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Clusone Jazz 2006 – XXVI Edizione
Da sempre, Clusone Jazz è sinonimo di festival attento a musicisti fuori dagli schemi, che propone nomi nuovi e distanti dal giro dei cosiddetti soliti noti.
Nell'edizione 2006, questo 'pensiero divergente' è stato ulteriormente enfatizzato, proponendo un cartellone ricco di nomi poco conosciuti ma non per questo poco interessanti. Gli organizzatori di Clusone Jazz amano le scommesse, anche coraggiose. I risultati, alla fine, danno loro sempre ragione.
Non abbiamo assistito alla prima parte del festival, quella itinerante, nella quale è stato dato ampio spazio a musicisti italiani, alcuni dei quali davvero sconosciuti ai più. Concentreremo quindi la nostra cronaca sulle tre serate conclusive, svoltesi nel capoluogo seriano.
Protagonista assoluto di queste serate è stato il pianoforte. Un pianoforte dalle fortissime connotazioni blues per Jason Moran, che con il suo eccellente trio The Bandwagon (oltre al leader, Tarus Mateen al basso elettrico e Nasheet Waits alla batteria) ci ha condotti in un viaggio alle radici della musica nera, tra spirituals (una deliziosa Sometimes I Feel Like a Motherless Child), autentico jazz e, appunto, blues.
La classe di Jason Moran non la scopriamo certo oggi, ma ogni volta che lo ascoltiamo dal vivo restiamo sempre colpiti dalla ricchezza delle sue invenzioni armoniche e ritmiche. Il suo look da giovane leone del bop, o alcuni suoi vezzi estetici - come quello di suonare utilizzando, al posto del tradizionale sgabello, una sedia di design scandinavo - possono magari trarre in inganno. Così come possono trarre in inganno i CD pubblicati a suo nome, dai quali trapela solo una parte infinitesimale del suo enorme talento. Ma non lasciatevi ingannare. Moran è davvero un grandissimo musicista, un grandissimo jazzista (se mai questa parola ha ancora un senso), e come tale dà il meglio di sè durante le esibizioni dal vivo. Se capita dalle vostre parti, non lasciatevi quindi sfuggire l'occasione di ascoltarlo. E una parola di elogio va anche spesa in favore dei suoi eccellenti compagni di viaggio. Nasheet Waits, con il quale c'è un'intesa straordinaria, e Tarus Mateen, bassista elettrico dallo stile particolarissimo (o suona sul pedale, oppure decisamente 'fuori', senza mezze misure).
E poi c'è stato il pianoforte di Stefano Battaglia, cui è stata affidata l'intera serata di sabato (altra scelta coraggiosa degli organizzatori), ripartita su due organici. Il sestetto Pietra Lata (oltre al leader, Michael Gassman alla tromba, Mirco Mariottini ai clarinetti, Aya Shimura al violoncello, Salvatore Maiore al contrabbasso, Roberto Dani alla batteria) ed il quartetto Libris dove il pianista era in compagnia di Francesco Bearzatti al sax tenore, Giovanni Maier al contrabbasso, Emanuele Maniscalco alla batteria.
Battaglia ha recentemente registrato, per l'etichetta bavarese ECM, un doppio album (che uscirà probabilmente la prossima primavera) dedicato all'opera di Pasolini. Ispirandosi alla poliedricità di Pasolini, che utilizzava un ampio spettro di forme e mezzi espressivi, dal più sublime al più modesto (poesia, cinema, romanzo, televisione), Battaglia ha realizzato un lavoro che prevede tre diverse formazioni (un nucleo classico, uno popolare ed uno jazzistico) e che copre una gamma molto ampia di universi emozionali. In questa serata abbiamo ascoltato l'organico popolare (il sestetto) e l'organico jazzistico (il quartetto). Con il sestetto, Battaglia ci ha presentato composizioni deliziosamente elaborate, fintamente semplici, in cui non mancano echi classici e colti. Più immediata, diretta e coinvolgente la proposta del quartetto jazz, sempre permeata da un afflato melodico, anche nei momenti più genuinamente liberi. Decisivo, in questo, il contributo di Francesco Bearzatti, musicista in possesso di una voce strumentale e di un'espressività non comuni, che fornisce una splendida sponda alla musicalità del fraseggio del leader.
Continuando con i pianisti, Roberto Tarenzi, musicista molto noto a chi segue la scena milanese, ha dato vita al concerto più squisitamente jazzistico della rassegna, esplorando brani di John Coltrane e Ahmad Jamal, cui ha affiancato alcune sue composizioni.
Poco convincente il trio norvegese In The Country (Morten Qvenild al pianoforte, Roger Arntzen al contrabbasso, Pal Hausken alla batteria). Dal punto di vista estetico, i tre sono figli di Esbjorn Svensson. Melodie semplici e ben costruite, assoli che si sviluppano ipnoticamente su pedali, procedendo per intervalli molto semplici (soprattutto seconde e terze). Il loro è dunque un gioco che dura poco. Bastano un paio di brani, e non resta più nulla da scoprire.
Come da tradizione, il festival ha dato ampio spazio anche alle esibizioni solitarie.
Michele Rabbia, con il suo Musica presa alla lettera, ha dato vita ad una performance (chiamarla concerto sarebbe riduttivo) che ha avvicinato musica, teatro, cinema, poesia. Lavorando con nastri, live sampling, percusioni e oggetti vari, Rabbia ha creato una storia avvincente - ben lontana dai luoghi comuni delle percussioni - ricca di fascino e magia.
La norvegese Eldbjorg Raknes, ha invece percorso territori più sperimentali affiancando alla voce un intenso uso dell'elettronica (soprattutto live sampling). Molto bella la versione - ricca di soul - di Strange Fruits, giustamente ben lontana dall'interpretazione di Billie Holiday. Un po' limitante invece l'idea di stratificare i live sampling, sovrapponendo i vari loop campionati. I brani, singolarmente presi, sono interessanti, ma si sviluppano tutti in modo abbastanza simile ed il concerto risulta quindi un po' monocorde.
L'ultima serata del festival ha visto invece all'opera protagonisti ormai entrati, sia pure per vie diverse, nella storia degli ultimi trent'anni del jazz. Il trio di Juhani Aaltonen (Juhani Aaltonen a sax e flauto, Ulf Krokfors al contrabbasso, Tom Nekljudow alla batteria), ha ripercorso atmosfere prossime alle avanguardie storiche. Nulla di nuovo sotto il sole. Una musica che, allo stato attuale, ha perso tutta la sua carica dirompente, ma che mantiene comunque intatta la sua energia comunicativa.
Difficile trovare qualcosa di nuovo anche nella musica degli Oregon (Paul McCandless a sax e clarinetti, Ralph Towner alla chitarra, Glen Moore al contrabbasso, Mark Walker a batteria e percussioni). Un meccanismo perfetto, che funziona a meraviglia ma che ormai risulta inevitabilmente datato e forse incapace di dare emozione agli stessi musicisti.
Foto di Claudio Casanova
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