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Claudio Cojaniz
A distanza di quattro anni dal suo splendido esordio fiorentino in piano solo al Pinocchio Live Jazz, il friulano Claudio Cojaniz è tornato sullo stesso palcoscenico, rinnovando spettacolo ed incanto. Come allora, Cojaniz arrivava fresco di pubblicazione di un CD solitario. Ma se Blue Demon poneva assolutamente al centro la sua ispirazione monkiana, il recentissimo Never Forever, dal quale il pianista ha tratto parte del repertorio proposto in quest'occasione, è un lavoro più vario ed intimistico, sebbene giocato sempre con la medesima cifra stilistica: impeto, vibrante creatività, percussività alla tastiera. Il concerto è risultato ben più ampio del disco ed anche i brani presenti in entrambi avevano una veste significativamente diversa, come è giusto che sia nella musica improvvisata.
Il concerto si è aperto appunto con un brano improvvisato, nel quale si incrociavano i temi dell'ornettiano "War Orphans" e di una nenia tradizionale serba, poi dedicato da Cojaniz (che ha radici serbe) al dramma attraversato dai Balcani negli ultimi anni, non ancora conclusosi. A seguire, un'escursione sui cari territori monkiani, con un "Crepuscule with Nellie" fortemente ritmato e poi dilatato in un'improvvisazione free dagli spunti ritmici insistiti. Nel corso del brano, Nellie si è mutata in un corale, prima di approdare ad un finale sul classico tema originale. Grande la sonorità del piano, rimbombante sulle note basse, con straordinario senso della dinamica.
Terzo pezzo il classicissimo "Darn that Dream", spesso frequentato in solo da Monk e dallo stesso Cojaniz, suo degno epigono. Partito tradizionalmente lento, il brano ha accelerato, impennandosi in una fitta scala di note che intrecciavano il tema, fino a trasformarsi e concludersi in una cantilena quasi infantile.
Dopo un brano dal recente Never Forever, "Blues por el Polly", nel quale il tema trovava impreviste metamorfosi su note alte e cristalline, concludendosi con leggera e struggente malinconia, il pianista ha proposto un brano di pedale sulla mano sinistra e di libera improvvisazione con la destra, approdato al tema di "This is My Story", e che ha introdotto una struggente "Naima", coltraneano cavallo di battaglia di Cojaniz dai tempi del CD con Giovanni Maier Due. Giocata a lungo sul contrasto tra il ritmo tenuto su bassi profondi e il tema condotto sull'altro estremo della tastiera, il brano si è aperto in una breve improvvisazione quasi classicheggiante e si è concluso ancora in una sfumata malinconia. A concludere la prima parte, il classico "Blue Monk".
Stranito anche il brano di riapertura, il classico degli Inti Iillimani "La Fiesta de San Benito", virato in blues dopo la prima esposizione del tema, con un guizzo di danza popolare e sfumato in eterea rarefazione. Percussioni e, poi, una dilatata riesposizione del tema, invece, per l'ornettiano "Lonely Woman", procedente su un reiterato e ossessivo ritmo con la mano sinistra, che lasciava baluginare il tema qua e là.
A dimostrazione dello sviluppo oggi più intimistico e disteso del pianismo di Cojaniz, non sono però mancati momenti di grande lirismo: "Cam & Bob", recentissima composizione che non ha ancora testimonianze registrate, con frasi quasi espressionistiche; "…mon amour", che apre Never Forever, qui proposta in veste assai diversa che sul disco; perfino un'imprevedibile "Canzone per l'amore perduto" di De André (dedicata con un gesto ad un amico in sala, amante del cantautore genovese), che nella rilettura di Cojaniz sembra uscita dalla penna di Bach. E poi ancora Monk, ed un brano interamente improvvisato, da avanguardia classica novecentesca, tutto percussioni e stacchi.
A concludere, il brano che intitola il recente album, originale rielaborazione di uno splendido brano di Abdullah Ibrahim (autore dal quale Cojaniz trae molte ispirazione, specie nel modo roboante di riesprimere i temi spaziando sulla tastiera), dilatato e costellato di citazioni estranee alla tradizione.
Oltre un'ora e mezza di concerto per piano solo, in un club solitamente movimentato e che ha invece trascorso una serata di assoluto silenzio e di devota attenzione, esattamente come era avvenuto quattro anni prima. Segno della grande espressività di Cojaniz, capace di catturare interamente all'ascolto un pubblico che lo ha ripetutamente richiesto per i bis, al punto da strappare all'artista una dichiarazione di particolare affetto per un locale che, non a caso, lo vede protagonista quasi ogni anno dalla data del suo esordio.
Foto di Luca D'Agostino
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