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Christian Pabst: Il momento del cambiamento

Paolo Marra BY

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Dovremmo imparare a vivere di più nel presente perché è lì che risiede la fonte della creatività
Con il disco Balbec (etichetta Jazz Sick) il musicista e compositore Christian Pabst di origini tedesche ci trasporta nel luogo immaginario dove il protagonista de "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust fugge per ritrovare un senso allo scorrere del tempo al di fuori del disordine urbano. Come nel libro, i sette brani originali contenuti nel disco diventavano sfumature sonore di un unico flusso di memoria nel quale l'arte diventa fonte ispiratrice per trovare l'equilibrio umano anche nei momenti negativi delle nostre vite. Nel 2020, Pabst decide di trasferirsi a Perugia, dove vive attualmente, dopo 15 anni vissuti ad Amsterdam. Nello stesso periodo registra Balbec a Colonia, in Germania, assieme al suo trio formato dal contrabbassista tedesco Andre Nendza e il batterista olandese Erik Kooger. Il disco riunisce la somma degli elementi che hanno caratterizzato il percorso di cambiamento umano e artistico di Pabst attraverso l'Europa: la cupezza e la solarità, la tradizione e la modernità, il ritmo e la melodia e quel pizzico di fantasia per cercare l'inaspettato nel futuro che verrà.

All About Jazz: Da più di un anno ti sei trasferito in Italia: in che misura tale cambiamento ha influito sulla realizzazione di Balbec?

Christian Pabst: Quando vivevamo ancora ad Amsterdam, durante il primo lockdown, mia moglie ed io abbiamo parlato spesso se fare il passo di trasferirci in Italia. In quel periodo l'attività concertistica si era fermata a causa della pandemia. Quando ho iniziato a leggere "Alla ricerca del tempo perduto" di Proust, che parla del modo in cui percepiamo i diversi livelli del tempo e della difficoltà di trovare la propria vera identità, ho avuto una forte rivelazione a cui è seguito un intenso processo artistico, culminato nella musica di Balbec. Il libro è diventato uno specchio della mia vita: ho chiuso un lungo periodo ad Amsterdam per aprirne uno nuovo in Italia, alla ricerca di chi voglio essere davvero. Quest'ultimo disco mi ha permesso di continuare a comunicare con il mio pubblico in un momento in cui non potevo essere sul palco. Il contatto con il nuovo contesto italiano mi ha aiutato ad aprirmi a differenti idee e anche a una nuova concezione di me stesso come artista.

AAJ: Mi sembra di capire che per te i cambiamenti sono importanti per trovare nuovi stimoli umani ed artistici?

CP: Sì, per me la musica è il linguaggio delle emozioni. Come esseri umani, nel corso della nostra vita, le nostre idee e sentimenti cambiano e, di riflesso, anche la nostra musica. Come musicista e compositore non voglio esprimere sempre le stesse cose ma piuttosto andare nel profondo della ricerca musicale e capire sempre meglio cosa voglio davvero comunicare. Ma ciò che comunico è connesso a chi sono io. Ecco perché, come artisti, per essere ispirati dovremmo sempre cercare nuove esperienze e vivere nel momento presente il più possibile.

AAJ: Il largo respiro delle composizioni dell'album sembra mostrare non un tempo "perduto" ma al contrario un tempo ritrovato, nel quale dare significato ad ogni istante della vita.

CP: Il processo di composizione dell'album mi ha cambiato. È stata la mia ricerca personale. Si potrebbe chiamare "alla ricerca della melodia perduta," perché il mio disco precedente Inner Voice era molto introverso e molto più scuro nel suo approccio. Con Balbec ho voluto invece cercare un suono che alimenti l'ottimismo e la speranza. L'energia positiva dell'album mi ha aiutato a superare questo periodo di immobilità e spero che dia anche forza e motivazione all'ascoltatore.

AAJ: Anche nell'immaginaria località costiera Balbec il protagonista de "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust trova una sorta di evasione dalla soffocante vita urbana di Parigi.

CP: Sì. A Balbec, il giovane protagonista del libro trascorre le estati della sua giovinezza e sviluppa lentamente la sua vera identità. Riflette sul tempo e sulle diverse fasi che tutti noi attraversiamo. Nella mia mente, potrei passeggiare sul lungomare di Balbec, incontrare tutti questi personaggi e perdermi in questo luogo. Mi piace l'idea che con la musica di questo album posso prendere per mano l'ascoltatore e mostrargli questo bellissimo posto.

AAJ: Nel disco si ritrovano proprio questi richiami ai luoghi immaginari di cui mi stai parlando, sia a Nord che a Sud dell'Europa: c'è un punto di convergenza nella tua musica fra questi due punti cardinali?

CP: Per me la musica non viene dalla musica di per sé: nasce da esperienze, sogni, immagini, scene e da altre discipline artistiche. Quindi tutta la musica che scrivo e specialmente la musica di Balbec trova la sua fonte nella vita reale. Per esempio, un brano come "Balbec" ha un tocco mediterraneo, mentre "Storm" è intriso di melodie che ricordano quelle del periodo romantico. Entrambe le influenze fanno parte di me. Sono io il punto di convergenza tra questi due punti cardinali, in quanto cerco sempre di unirle e trasformarle in suono.

AAJ: Ritornando alle suggestioni della scrittura di Marcel Proust, anche tu attraverso le sfumature sonore dei singoli brani sembra voglia raccontarci i vari momenti di un unico ricordo o storia.

CP: Nel libro di Proust c'è questo momento straordinario in cui il protagonista vive il suo passato, presente e futuro allo stesso momento. E quando questo accade, finalmente, dopo una lunga ricerca, capisce cosa deve fare per diventare un artista. Questo potrebbe sembrare molto intellettuale, ma per me è qualcosa che ognuno di noi riconosce nella sua vita quotidiana in quei momenti di lucidità in cui sembra, per una frazione di secondo, di avere la possibilità di comprendere tutto senza essere trascinati negli artigli della vita moderna. Dovremmo imparare a vivere di più nel presente perché è lì che risiede la fonte della creatività. Allo stesso modo, percepisco i sette brani del disco come un unico momento nel tempo. Sono tutti collegati come in una specie di suite.

AAJ: Ad iniziare dal brano d'apertura "Revelation" è evidente una forte attenzione alla ritmica a sostegno di una ricerca melodica senza fronzoli: da dove nasce questo approccio e quanto è importante per lo sviluppo di nuove soluzioni all'interno del panorama jazzistico?

CP: L'attenzione al ritmo e al materiale melodico dell'album è stata una scelta consapevole. Il titolo del brano "Revelation" allude a un momento in cui scopri qualcosa di te che prima non sapevi. Non temo le melodie semplici, anzi, penso che scrivere una semplice melodia cantabile che convinca sia una delle più grandi sfide musicali. Ma se mi chiedi del mio approccio in generale, direi che amo la musica in cui la composizione sembra improvvisata e l'improvvisazione composta. Mi sforzo davvero di trovare un equilibrio tra questi due opposti, che alla fine non sono così opposti come potrebbe sembrare. Per ogni compositore, trovare un equilibrio tra composizione e improvvisazione è una lotta. Molto spesso non è quello che scrivi che tira fuori la magia dalla musica, ma quello che non scrivi.

AAJ: L'album vuole essere anche uno sguardo alle possibilità future del jazz: secondo te cosa dobbiamo aspettarci?

CP: I media mainstream potrebbero non essere d'accordo, ma penso che stiamo vivendo una rinascita del jazz e che c'è un'esplosione di nuove idee in questo genere. Sento che anche la parola "jazz" non è più sufficiente. Chiamiamola musica improvvisata o semplicemente musica sociale, come diceva Miles Davis. Vedo che è diventato un crogiolo ancora più grande di vari stili musicali in cui si ritrova molta sperimentazione. Ma non sono in grado di parlare del futuro del jazz. Posso solo parlare del futuro della mia musica che sto facendo in questo momento.

AAJ: Ci puoi parlare dei musicisti che ti hanno accompagnato nella registrazione del disco?

CP: André Nendza viene dalla Germania, dove ha un importante seguito. Lui mi dà esattamente ciò di cui ho bisogno: un forte fondamento armonico, un grande suono e un orecchio attento alla melodia. Ci siamo incontrati nel progetto di un cantante e abbiamo fatto un paio di tour insieme prima che la band si sciogliesse. Da quel momento abbiamo sempre voluto tornare a suonare insieme, ma l'occasione non si è mai presentata. Qualche anno fa, il bassista del mio trio si è trasferito in un altro paese, quindi André è stata la mia prima scelta e ne sono molto felice. L'incontro con Erik Kooger è avvenuto mentre studiavo nei Paesi Bassi, essendo lui di Amsterdam. Siamo diventati la resident band di una famigerata jam session che si teneva ogni settimana. Suonare standards più e più volte e accompagnare molti altri musicisti ci ha reso molto uniti e forti. Lui ha una grande energia, non ho mai suonato un concerto in cui non abbia dato tutto.

AAJ: Quali sono state le influenze più importanti che ti hanno fatto diventare il pianista e compositore che sei oggi?

CP: Una domanda difficile perché tutto mi influenza. Ma se parliamo strettamente di pianoforte e composizione, immagino di poterne individuare alcuni. Il mio primissimo ricordo musicale è mia madre che mi fa ascoltare il primo concerto per pianoforte di Tchaikovsky e mi chiede di dire cosa vedo davanti a me. Mi è piaciuto farlo, creare semplicemente immagini con questi suoni. L'impatto della musica classica, specialmente del periodo romanico, è rimasto sicuramente con me. Per quanto riguarda il jazz, ricordo che il primo disco che ho ascoltato è stato di Oscar Peterson che mi ha totalmente stupito. Dopodiché sono passato rapidamente al giovane Herbie Hancock, il cui modo di suonare amo particolarmente nel secondo Miles Davis. Ma sono i musicisti e le persone che ho incontrato durante il mio periodo formativo che mi hanno ispirato maggiormente; tutte le jam session, i concerti in tutto il mondo e sessioni di ascolto a tarda notte mi hanno formato più di qualsiasi altro disco che ho ascoltato.

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