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Blue Note Records Festival
Dal 6 al 17 luglio, quarantuno concerti e nomi di primo piano del jazz contemporaneo per un’endiadi inscindibile: qualità e quantità. È l’espressione più giusta per definire questa kermesse musicale di alto valore artistico e dall’organizzazione perfetta.
Altre ancora sono le carte vincenti del Blue Note Jazz Festival, giunto quest’anno alla sua nona edizione: la valorizzazione dei talenti locali, chiamati a fronteggiare i colleghi più noti; l’ampio spettro delle proposte, che spazia tra vari ambiti: jazz più canonico; soul; funky; e poi le meraviglie della città ospitante il festival, con il suo centro medievale tra i più belli e meglio conservati d’Europa.
Tra un concerto e l’altro, c’è la possibilità di ascoltare dell’ottima musica proposta dai dj di punta del momento. Tracciando un bilancio complessivo, maiuscole sono state le prove di quattro formazioni: il Quartet West di Charlie Haden; la Vanguard Jazz Orchestra; la Charles Tolliver Orchestra e il duo Burton/Corea.
Guest-star del sestetto quartetto francese Belmondo, è stato davvero superbo Yusef Lateef: magnifico protagonista di una prova straniante rispetto al classico mainstream dei compagni di viaggio, fino ad impreziosirlo con insolite quanto avventurose modulazioni di arpeggio. Detto in due parole: maestoso, ieratico nel riproporre al flauto una straordinaria commistione tra jazz ed Africa.
Lo stesso dicasi per l’armonicista Toots Thielemans (6 luglio), magistrale nel regalare al pubblico deliziosi bozzetti di speciale grazia. Una classe ed un virtuosismo condotti ai massimi vertici, all’interno di un impianto sonoro mainstream accogliente e privo di asperità. Virtuosismo non ostentato e competenza armonica: sono le doti ancora una volta messe in mostra da Werner, nel dirigere e puntellare il tutto con interventi discreti e misurati.
Quartet West di Charlie Haden, dieci anni dopo: ossia l’altra anima musicale del contrabbassista statunitense; avanguardista ma anche elegante organizzatore di percorsi melodici, swinganti ancorché ammalianti.
Identiche erano a Gand la formazione e la formula già esplorate con successo nei dischi per la Verve; ciò che è rimasta immutata è la qualità di un percorso superbamente condotto, che si concentra sulla rivisitazione di diversi climi espressivi: cool; bop; le colonne sonore hollywoodiane; le suadenti atmosfere del songbook statunitense degli anni ’30 e ’40.
Ed ancora il terreno delle ballad, per esercitare un lirismo etereo e trasognato. Un quartetto dai meccanismi perfetti, con il leader incline ad esaltare il disegno melodico del sax tenore di Ernie Watts. E per la gioia dei suoi fan, una cavata magniloquente sostenuta da una fervida fantasia ed uno strabiliante controllo dei mezzi espressivi.
Una meravigliosa, inappuntabile, sfolgorante cascata di note, per deliziosi arabeschi aperti alle più audaci armonizzazioni dell’”altro” Haden. Una vera e propria lezione di contrabbasso, dall’alto di mirabili quanto fluidi assoli di stampo quasi swing, alternati ad un trascinante dinamismo ritmico. Nel magma indistinto di molto jazz contemporaneo, questo gruppo mantiene una propria fisionomia ben definita, dal sound unico e particolare. Che meraviglia!
Molto meno convincente la prova di Erik Truffaz, tra campionamenti drum’n'bass e lo scimmiottare il Davis elettrico. A rendere più confuso il set la presenza del cantautore inglese Ed Harcourt per completare un minestrone mal riuscito con rock, pseudo-jazz e funk.
Decisamente meglio i Koop, con i ritmi languidamente jazzati, che ben si accordavano con la brezza e la luce pomeridiana di Gent. Anonima ed impalpabile la rivisitazione di Bacharach, ad opera della vocalist Trijntje Oosterlhuis. Il suo è un easy informe, che si muove stancamente tra atmosfere pop ed arrangiamenti delicati.
Strategie d’arrangiamento quanto meno strampalate per un pubblico di jazzofili, poiché incentrate sulle parti solistiche della chitarra elettrica piuttosto che sul bel timbro del flicornista Jan Van Duikeren, mal e poco impiegato. Quanto allo stile della leader, è un approccio vocale oggi molto in voga presso le cantanti nord-europeee, con tempi medi e melodie delicatamente interpretate con sobrietà e disinvoltura.
Ma il vero jazz vocale è un’altra cosa, con ben altre doti canore e carica di jazz-feeling. Quello, per intenderci, praticato da Kurt Elling e dal suo quartetto. Una prova d’alto livello e consumata abilità, condotta all’insegna del bel canto. Dalla sua parte, diverse frecce all’arco: varietà cromatica nel modulare la sua bella, sinuosa, voce baritonale; superbo timing jazzistico; pungenti voli boppistici in scat.
Da segnalare una strepitosa versione della jobimiana “Luiza”, cantata tutta in portoghese con invidiabile lirismo e trasporto emotivo; e poi due classici del jazz (“Body And Soul”, “A Love Supreme”), con i testi approntati dal magnifico vocalist statunitense. Una prova la sua imperdibile per quanti amano i crooner ed il jazz vocale.
Sufficiente la prova di Stacey Kent; ma al di là della piacevolezza della proposta, nulla di memorabile e degno di essere immortalato nella memoria del pubblico. Sugli scudi invece le due formazioni chiamate a rappresentare il jazz belga: Artet (6) e Vaganèe/Ferro Quartet (7). Il classico modern mainstream è stato il terreno d’elezione dei loro set, impreziosito soprattutto da Frank Vaganèe, per via di una sonorità ricca, limpida e dettagliata al sax alto.
Tra le vette artistiche del festival, la celebre Vanguard Jazz Orchestra (6 luglio), fondata nel ’73 dalla coppia Mel Lewis/Thad Jones; una formazione fantastica, che gioca creativamente con tempi e ritmi spezzati, fino a variarli sapientemente lungo gli sviluppi tematici. Opposizioni di timbri; suoni graffianti; climi densi: sono alcune delle carte vincenti di questo eccellente set, in cui la tecnica dei vari solisti si è sposata magnificamente con l’espressività.
Un collettivo di prim’ordine, capace di giocare creativamente con la migliore tradizione orchestrale del jazz moderno. Ed in più, alcuni dei marchi di fabbrica ereditati dal binomio artistico Lewis/Jones: verve ritmica; mirabile alternarsi di tensione e distensione; vorticose oscillazioni di tactus.
Come comune denominatore, un gustoso gioco di intrecci fiatistici, variato di volta in volta per intensità, dinamiche e contrappunti. Superbi gli arrangiamenti di Jim McNeely, nello spaziare tra i classici dello swing ed il vasto repertorio di Thad Jones. Ospite della formazione, il trombettista Bert Joris: musicista duttile e raffinato, meritevole di essere segnalato all’attenzione del pubblico italiano.
Notevole anche il set della Charles Tolliver Orchestra, che dal vivo riscatta la non brillantissima produzione discografica per la Blue Note (With Love. Compattezza e suono d’insieme ma anche brio; ossia la capacità di variare le sue trame con percorsi sostenuti e gustosi giochi di relazione/scontro tra le sue sezioni.
Il tutto all’insegna di un’esplosiva miscela tra jazz ed aromi latini con metri vorticosi e contrastanti. Spazi solistici ridotti all’essenziale, in favore dello sviluppo della front-line, dove comunque vari musicisti hanno avuto modo di farsi notare per inventiva e potenza timbrica.
Come spesso succede, il concerto più atteso è stato il più deludente, anche se con grandi solisti ed un leader del calibro di Wynton Marsalis. Se si considera più la sostanza delle cose (la qualità della musica) che non la forma (gli altisonanti nomi), non si è potuto fare a meno di constatare una condotta orchestrale assolutamente anonima, che affronta stancamente le classiche partiture jazzistiche.
Brani quindi rivissuti come veicolo di clichè mainstream, senza tentare minimamente di apportarvi un canone originale o almeno un briciolo della propria storia artistica e musicale. Si è avuta anzi l’impressione che le strategie di marketing abbiano avuto la meglio sulla spiccata e sentita progettualità, nell’allestimento del progetto orchestrale presentato a Gand.
Una proposta prevedibile e troppo iterata su poche regole esecutive, che dopo un po’ risulta priva di interesse. Una formazioni statica ed asettica, dalla personalità irrisolta, per via di una concezione dello swing classico e di ritmi orchestrali ampiamente consolidati.
Una musica piacevole e coinvolgente ma che conduce l’ascoltatore verso due mete: porti pacifici e sonni rassicuranti, all’insegna della citazione tra Armstrong, Coltrane, Mingus ed Ellington. Ovviamente la classe e l’eleganza di fraseggio del leader non si discutono; ma tutto ciò non è un po’ poco, in mancanza di idee memorabili?.
Due Ferrari del panorama orchestrale attuale condotte in modo diverso: l’una (quella di Tolliver) all’insegna dell’alta velocità, con dinamici cambi di marcia. L’altra (quella di Marsalis) guidata come un’utilitaria e con il cambio automatico.
Nel caso di Marsalis, un grande dispiego di forze e mezzi per dar luogo ad un percorso stucchevole, anche se condotto da tutti gli orchestrali con brillante perizia. Più che un concerto, una lezione di catalogazione musicale.
Lo stesso vale per il celebrato trio EST, adagiato su una proposta troppo uniforme, quasi edonistica nella sua scontata melodicità. Una musica ricca di sofisticata compostezza in cui nulla è fuori posto ma senza colpi d’ala, tali da far segnare l’esperienza estetica ed emotiva di chi ascolta i tre musicisti.
Ottima e d’alta classe la prova del duo Burton/Corea, condotta in total relax e fluido aplomb nell’affrontare un vasto repertorio di standard e composizioni originali. Olimpica bellezza e raffinata ricercatezza delle armonie: è questo il terreno di elezione di un felicissimo incontro, che ha distanza di trent’anni ha saputo ricreare tutte le suggestioni e la fragranza di un binomio tra i più fortunati degli ani ’70.
Estro e lucidità; delicato gusto interpretativo e immensa disinvoltura ritmica: sono queste le carte vincenti di un’empatica simbiosi umana ed artistica, che ha regalato un’ora di grande musica in cui nulla è fuori posto. Ed in più abilità strumentale, raffinatezza e profondità dell’interplay a go-go. Che volere di più?
A rappresentare il jazz italiano due nomi d’eccezionale bravura: il quartetto “Indigo 4” di Gianluca Petrella e Flavio Boltro, ospite d’onore del trio guidato dal pianista Jeff Neve. Lucido pensiero musicale e profonda comunicativa. Sono queste le caratteristiche più peculiari della formazione italiana, che ha ben impressionato il pubblico belga.
Diverse sono le ragioni di tale successo: una prova generosa; l’estro improvvisativo del leader; la duttilità di quattro eccellenze musicali, che hanno spaziato superbamente tra vari moods e stili: lo swing; rimandi ricchi di groove e funky; e perfino qualche frammento di più ardita improvvisazione. E come ciliegina sulla torta, il virtuosismo debordante di Petrella, che a parere di chi scrive insiste un po’ troppo con le soluzioni elettroniche.
Ottimo anche Boltro, per via della sua funambolica destrezza e l’estrema facilità di fraseggio. Il suo incontro con il gruppo belga ha dato vita ad una gustosa quanto riuscita jam session, all’insegna della vibrante espressività.
Ancora il jazz belga in evidenza con i Soledad; formazione attiva sulla scena da dodici anni ed assai versatile, che spazia tra il nuovo tango argentino ed il repertorio eurocolto contemporaneo. Un nuovo ed estemporaneo compagno alla chitarra (Philip Catherine), per allargare lo spettro timbrico di un’espressività calda, ieratica e sensuale.
Gustosi contrappunti fra gli archi ed il pianoforte, ma anche la ciliegina sulla torta, ben incastonata in questo gioiello musicale dalle mille risorse: il discreto, misurato ma ravvivante gioco improvvisativo del chitarrista belga, per rapportarsi con un mondo raffinato e rarefatto, che esalta al meglio le sottigliezze armoniche e le sfumature del suo superbo fraseggio.
Quanto al quartetto di base, si tratta di eccellenti personalità musicali, meritevoli di essere segnalate al attenzione del pubblico italiano: Jean Frederic Molard al violino; Alexander Gurning al pianoforte; Manu Comte al bandoneon; Gèry Cambier al violoncello. Quattro virtuosi del proprio strumento.
Una lezione di stile e civiltà viene ancora una volta dal pubblico belga, all’altezza della qualità del festival. A differenza che in Italia, qui ascoltano tutti i concerti con attenzione e rispetto per gli artisti, senza il cicaleggio nostrano.
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