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Mostly Other People Do the Killing: Blue

Maurizio Comandini By

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Una domanda sorge spontanea: ma con questo Blue cosa volevano dimostrare? Il gruppo di Moppa Elliott si è scelto da subito un nome molto intrigante, Mostly Other People Do the Killing, che di sicuro non li fa passare inosservati. Poi, dal 2003, il quartetto ha cominciato un percorso artistico molto interessante che per certi versi fa tornare in mente i brividi di modernità che negli anni ottanta furono evocati dai Lounge Lizards di John Lurie, anche se va precisato che la musica di questi due gruppi è decisamente dissimile.

Dopo aver pubblicato una mezza dozzina di album interessanti e originali, sempre prendendo spunti curiosi da pietre miliari della storia del jazz e rivisitandoli con ironia e gusto, adesso, con l'aiuto del pianista Ron Stabinsky, i MOPDTK si imbarcano in una operazione ai limiti dell'assurdo. Con il loro album Blue ripropongono il capolavoro di Miles Davis, Kind Of Blue, registrato originariamente durante due sedute che si svolsero a New York nei mesi di marzo e di aprile del 1959, ripresentandolo in una versione dichiaratamente identica all'originale, nota per nota. La sagra della trascrizione si potrebbe dire.

A giudicare dalla bella intervista che Moppa Elliott ha concesso al fratello Greg sul sito PopMatters le tematiche che lo hanno portato a questo progetto (la cui idea che era nata ben dodici anni fa un po' per scherzo) sono legate al confronto fra jazz e musica classica e quindi tra improvvisazione, scrittura e interpretazione. Quello che intrigava Moppa era la constatazione che ogni interpretazione qualcosa aggiunge, qualcosa toglie all'originale. Una cosa che ci pare abbastanza scontata e che in fondo vale tanto nel jazz quanto nella classica, mentre il contrario è meno frequente visto che la musica classica non prevede, se non in casi specifici, la pratica della improvvisazione che è invece centrale nel jazz.

Il risultato è prevedibilmente perfettino, ma a cosa serve? A dimostrare che i cinque musicisti sono capaci di trascrivere quello che ascoltano e sono poi in grado poi di eseguire compiutamente queste trascrizioni? Oppure vogliono dirci che non c'è più nulla di nuovo da creare e quindi tanto vale rieseguire, senza nulla aggiungere e senza nulla togliere, un classico che ormai da tutti viene considerato l'epitome del jazz, almeno di quello inteso in senso classico? Se così fosse ci sarebbe da aggiungere che Miles Davis stesso non si è fermato a Kind of Blue, ma ha vissuto stagioni altrettanto esaltanti e, almeno per chi scrive, addirittura superiori, arrivando all'apice con la giungla urbana di Bitches Brew.

Se l'esercizio è da leggere come sfida in termini puramente calligrafici, allora non possiamo non segnalare che nell'originale erano presenti due saxofonisti (al sax tenore John Coltrane, al sax alto Julian "Cannonball" Adderley), mentre qui troviamo l'ottimo Jon Irabagon costretto a sdoppiarsi: non a caso le parti di sax alto le ha registrate in uno studio di registrazione diverso... Non è la stessa cosa. E, senza voler infierire, non possiamo non notare come il tocco di Ron Stabinsky abbia ben poco a che vedere con quello di Bill Evans e con quello di Wynton Kelly, che si erano alternati nei brani originali. Per la precisione Kelly era il pianista nel bellissimo blues "Freddie Freeloader," mentre Bill Evans sedeva alla tastiera negli altri celeberrimi brani.

Maliziosamente potremmo aggiungere che il trombettista Peter Evans è tecnicamente più preciso di Miles Davis, ma lasciateci dire, senza voler passare per tradizionalisti, che ci teniamo volentieri l'originale. Anche la sezione ritmica fa il suo dovere, ma perché rifare tale e quale il lavoro di Paul Chambers e Jimmy Cobb, che già era eccellente di suo? La chiave vera dell'arte è sempre stata quella di ispirarsi al passato, per poi dare una propria interpretazione. I più grandi falsari non sono stati quelli che fotocopiavano i capolavori del passato ma semmai quelli che riuscivano a copiare un'opera reinterpretandola e immettendo nuovi punti di vista, nuovi spunti per nuove sintesi più avanzate. A questo modo di procedere, si sono aggiunti gli strappi provocati dai rivoluzionari veri e assoluti (Louis Armstrong, Charlie Parker, Ornette Coleman, Jimi Hendrix, per esempio) che sembravano arrivare da un altro pianeta. Anche se, a ben analizzare, la tradizione era decisamente presente anche nelle loro sintesi genialmente ardite e distorte.

Se invece l'obiettivo di Blue fosse quello di contrastare il modus operandi imperante dell'insegnamento del jazz, tutto basato sulle trascrizioni, allora staremmo decisamente dalla parte di Mostly Other People Do the Killing. Queste pratiche basate sul copia e incolla stanno infatti distruggendo l'anima espressiva della musica. Sono come i pensieri, le azioni, le emozioni, i ricordi di seconda mano che Philip Dick mette nella testa dei suoi replicanti. Ma forse c'era qualche modo diverso per affermare questa tesi, senza consegnarsi al nemico con un Cavallo di Troia che sfortunatamente non contiene al proprio interno le truppe segrete dei nostri eroi.

Chiudiamo con un'altra domanda inquietante. La prossima mossa di Moppa sarà quella di farsi una operazione plastica per diventare Charlie Haden?

Track Listing: So What; Freddie Freeloader; Blue in Green; All Blues; Flamenco Sketches.

Personnel: Peter Evans: tromba; Jon Irabagon: sax alto e tenore; Ron Stabinsky: piano; Moppa Elliott: contrabbasso; Kevin Shea: batteria.

Title: Blue | Year Released: 2014 | Record Label: Hot Cup Records

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