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Bergamo Jazz

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Teatro Donizetti - Bergamo - 10.12.03.2006

Già dal concerto d'apertura si è avuta la dimostrazione concreta della ventata di rinnovamento portata dalla direzione artistica di Uri Caine al festival di Bergamo, giunto alla ventottesima edizione. L'esibizione solitaria e pomeridiana di Fred Frith alla Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea poteva costituire una chicca per esperti radicali, e pertanto un'incognita per quanto riguarda l'affluenza del pubblico. Invece la risposta di quest'ultimo è stata massiccia e confortante, come successivamente si è verificato in tutti i concerti serali al Teatro Donizetti.

Frith è uno di quei musicisti da vedere in azione e non solo da ascoltare; la performance è da percepire nel suo insieme perché sono gli aspetti visivi e gestuali a chiarire la genesi del percorso improvvisativo. In particolare è affascinante il rapporto fra i mezzi, concreti, materici, con cui egli produce i suoni ed il risultato musicale ottenuto: ancestrale, mistico, dilatato in un flusso ben concatenato e tutto sommato unitario, anche se non mancano asperità e increspature, ossessive reiterazioni e dolciastri, liquidi melismi hawaiani. Nel processo creativo del chitarrista britannico l'elettronica costituisce un arricchimento delle possibilità espressive, importante ma forse non determinante nell'indirizzare la rotta della navigazione.

In concomitanza con l'uscita del doppio CD Weaving Symbolics per la Label Bleu (opera ben articolata e sostanziosa), Steve Coleman ha presentato un'edizione dei Five Elements priva di strumenti a corde, completata da voce, tromba, trombone e batteria (rispettivamente Jen Shyu, Jonathan Finlayson, Tim Albright e Tyshawn Sorey). Come certe grandi tele di Pollock o Dubuffet, i brani del sassofonista sviluppano tessiture senza dimensione, con ripetizioni sempre differenti: intricati scioglilingua fra il geometrico e il giocoso, l'ossessiva pedanteria e l'imprevedibile deviazione. A volte però le sue performance faticano a prendere quota, in quanto non interviene una sufficiente partecipazione emotiva a scaldare una trama in cui finisce per prevalere l'esercizio arabescato ed autoreferenziale. In questi casi i vari brani, nel loro svolgimento strutturale, sembrano l'uno la fotocopia dell'altro. Così è accaduto a Bergamo Jazz, anche se non si può fare a meno di segnalare il virtuosismo dell'interplay e un paio di tesi scambi fra il guizzante sax del leader e la batteria un po' greve di Sorey.

Alla coerenza un po' claustrofobica di Steve Coleman ha fatto riscontro l'esuberanza comunicativa di John Scofield; alla testa di un ben assortito quintetto, il chitarrista ha replicato il suo convinto omaggio alla musica di Ray Charles. Forse con una goccia di inventiva in meno, il concerto ha confermato quella vitalità, quell'opulenza espressiva, che un paio di mesi fa avevo riscontrate nell'apparizione a Umbria Jazz Winter (recensita su questo sito).

L'avanguardia statunitense di matrice bianca era rappresentata dal quintetto del contrabbassista Drew Gress, che ha riproposto il progetto 7 Black Butterflies, già su disco Premonition, con esiti del tutto convincenti. Rispetto al CD la formazione vedeva il pianista di origine russa Simon Nabatov al posto di Craig Taborn; gli altri, oltre al leader, erano Ralph Alessi, Tim Berne e Tom Rainey. Assieme al batterista, proprio Nabatov (strumentista dalla tecnica personalissima, classica e deviante al tempo stesso, leggera e vagamente dissonante) ha costituito l'architettura portante della musica impostata da Gress. I brani crescevano lentamente su se stessi, dapprima con un interplay labile e divagante, poi progressivamente più intelligibile, rendendo espliciti i temi solo nel finale: temi dal disegno elaborato, a volte memori dell'insegnamento monkiano. La distaccata, obliqua, eleganza della tromba di Alessi e l'esperienza di Berne, con la voce ben strutturata e asprigna del suo contralto, hanno fornito l'ideale completamento del tutto.

Un altro convincente doppio CD della Label Bleu, "I visionari" del quintetto di Stefano Bollani, è stato presentato nel corso di un'affollata conferenza stampa, in cui si è fra l'altro dibattuto se la musica del pianista toscano sia in possesso di un carattere tipicamente italiano, o addirittura toscano, il che potrebbe forse sembrare eccessivo. Eppure il concerto serale del gruppo (il leader con Mirko Guerrini ai sax, Nico Gori ai clarinetti, Ferruccio Spinetti, contrabbasso, e Cristiano Calcagnile, batteria) ha messo in evidenza un'arguzia leggiadra che potrebbe essere ricollegata a certo spirito toscano. Un'arguzia tutto sommato discorsiva, aggraziata e bonaria, piuttosto che ferocemente corrosiva. È sembrata essere proprio questa la cifra distintiva del gruppo, che, all'interno di un disteso senso narrativo, ha incluso via via momenti allegri, ma mai sbracati, ironici o

delicatamente poetici, meditativi e perfino malinconici. La brillante prova del pianista, autore di tutti i brani, ha trovato un valido sostegno nell'autorevolezza di Spinetti e Calcagnile, mentre ai due fiati è stata riservata prevalentemente una funzione di riempimento un po' decorativo e di maniera. Un quintetto ben equilibrato dunque; forse fin troppo, nel senso che qualche sprazzo di eccentrico protagonismo del leader o, appunto, dei fiati non avrebbe guastato, rendendo più imprevedibile ed emotivamente accidentata un'esibizione di grande raffinatezza, ma un po' lineare.

Ad altri due importanti pianisti è stata dedicata la serata conclusiva del festival: Danilo Perez e Martial Solal. Forte dell'esperienza al fianco di Wayne Shorter, il quarantenne pianista panamense ha dimostrato di discostarsi nettamente da quello che comunemente si intende per pianista di latin jazz; ed è questa una prerogativa qualificante. Impianti modali, progressioni più aggrovigliate che hanno ricordato inaspettatamente Jarrett, momenti impressionistici e crepuscolari hanno condito una prova molto personale, in cui la diteggiatura ha privilegiato il registro medio della tastiera, un volume moderato e ritmi non sfrenati. Un pianismo abbastanza uniforme quindi, ma consistente, con una grande sensibilità di tocco e senza la minima concessione agli adescamenti di un facile consumo. Il trio di Perez era completato da Ben Street e Adam Cruz, discreti, rassicuranti, efficaci, dalle sonorità morbide e fruscianti... I classici accompagnatori che ogni pianista vorrebbe avere.

In una delle tante esclusive nazionali proposte da Bergamo Jazz 2006, le composizioni e gli arrangiamenti di Martial Solal sono stati eseguiti dallo stesso pianista francese,

affiancato dalla romana Parco della Musica Jazz Orchestra, diretta con piglio nitido da Maurizio Giammarco. Soprattutto nei primi tre brani la soluzione funzionale è stata quella di alternare in modo abbastanza netto le parti per orchestra e quelle per pianoforte solista, per lo più supportato dalla sola sezione ritmica. Col risultato da un lato di mettere in evidenza gli incisivi interventi di Solal, dall'altro di frammentare la performance in blocchi, in una successione di momenti di diverso peso. Nei brani finali invece le due componenti si sono più strettamente compenetrate, offrendo una musica densa e puntigliosa, stilisticamente vicina a un neo-cool rigoroso, tutt'altro che calligrafico, anzi ben scolpito in forme plastiche. Il concerto, e il festival, si sono chiusi con un pregevole duo fra Solal e Giammarco al soprano, che hanno improvvisato su "What Is This Thing Called Love".

Il successo di pubblico ottenuto da questa programmazione varia, comunque di alta qualità e a volte impegnativa, ha incoraggiato gli organizzatori e continuare su questa strada. Nel corso di un incontro pubblico con Uri Caine, è stato infatti annunciato che l'incarico al pianista americano per la direzione artistica del festival è stato confermato per i prossimi due anni. Sarà inoltre consolidata la collaborazione con la Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, che ospiterà le espressioni più sperimentali dell'attualità jazzistica.

Foto di:

Roberto Cifarelli

Luciano Rossetti [Fred Frith]

Ulteriori immagini tratte dal festival di Bergamo sono disponibili nelle gallerie immagini tratte dai concerti di: Stefano Bollani, John Scofield e Danilo Perez.


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