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Angelica 2006

Teatro San Leonardo, Bologna - 11-14 maggio

Anthony Braxton, dopo essere entrato di diritto nella storia del jazz più creativo come uno dei protagonisti degli anni Settanta, si era non poco defilato dalla scena internazionale nel corso del decennio successivo. Negli ultimi anni, come molti altri esponenti dell'avanguardia afroamericana, è tornato prepotentemente alla ribalta, grazie anche ad una produzione discografica perfino eccessiva. Il polistrumentista, in un rinnovato duo con Richard Teitelbaum, è stato presentato a Bologna da Angelica, festival trasversale che in sedici anni è riuscito a costruirsi un'identità precisa e un pubblico fedele qualunque sia la musica documentata: acustica o elettronica, totalmente scritta o assolutamente improvvisata. A quest'ultima prassi è da ascrivere il concerto del duo in esclusiva nazionale.

L'intesa fra Braxton e Teitelbaum ha radici lontane: da qui è nata innanzi tutto la coerenza estrema della performance a cui hanno dato vita. Una musica austera, impegnata e impegnativa, in cui nulla si è sviluppato per caso, in cui le trame strutturali sono state arricchite dal virtuosismo tecnico, dalla mobilità melodico-ritmica, dalla varietà timbrica. Eppure la loro logica senza smagliature non è l'espressione più rappresentativa dell'improvvisazione radicale di oggi, quella che predilige la commistione dei generi, digressioni eccentriche, toni ironici o turgidi eccessi. Si potrebbe dire che la loro ricerca rigorosa sta alla neoavanguardia attuale come, nell'ambito delle arti visive, il Concettuale degli anni Settanta sta al neo-Concettuale ludico e disinvolto, oggi imperante.

È evidente dunque che Braxton e Teitelbaum sono ormai da considerare dei classici, sono dei maestri riconosciuti e come tali hanno fatto scuola. Tanto è vero che gli approcci degli altri due duetti, più giovani, che si sono esibiti sullo stesso palcoscenico di Angelica 2006 sono apparsi più vicini al precedente storico tracciato da guide come Braxton e Teitelbaum, piuttosto che agli estrosi sviluppi delle attuali frontiere della sperimentazione radicale. Tale analogia è da riscontrarsi non tanto a livello stilistico, quanto nel tipo di interplay, nell'approccio metodologico e, potremmo dire, perfino etico del fare musica. In tal senso sono da leggere i sussurri e i crepitii di Michel Doneda e Fabrizio Rota (sax soprano e campionatore), come pure la sonorità antica, ayleriana, di Edoardo Marraffa (tenore e contralto), in duo con il chitarrista acustico Olaf Rupp, costantemente impegnato in un periodare frenetico e ronzante.

Se l'obiettivo di Braxton e Teitelbaum è stato la costruzione di un'architettura sonora, anche se audace, quello del trio Peter Brötzman - Marino Pliacas - Michael Wertmüller (rispettivamente ance, basso elettrico e batteria) è sembrato essere l'espressione dell'energia primordiale, anche distruttiva, della natura. Tutt'altra matrice quindi, tutt'altra storia, due modi differenti di concepire la creazione musicale, la comunicazione ed anche la fruizione da parte del pubblico. Ben inteso, dopo circa quarant'anni di fedeltà alle proprie scelte, anche il sassofonista tedesco va riconosciuto come un classico. Nel concerto bolognese, le sue progressioni catartiche, i suoi barriti forsennati, sorretti da uno slancio lirico, dal sacro fuoco dell'officiante sciamanico, si sono appoggiati al greve e compatto muro sonoro creato da basso e batteria.

Fra questi due estremi dell'improvvisazione assoluta, entrambi emblematici e storici, si è estesa la programmazione di Angelica 2006. Questa edizione, particolarmente vicina al jazz, non ha comunque dimenticato la musica scritta eseguita da larghe formazioni. Domenico Caliri a capo della Camera Lirica ha proposto impegnative partiture, che hanno innescato una sorprendente varietà di strutture e accenti, mentre Butch Morris ha applicato la sua ormai collaudata conduction ad una formazione appositamente costituita.

Foto di Claudio Casanova [per ulteriori immagini del concerto di Butch Morris, visita la galleria immagini


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