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Vivere Jazz Festival 2006

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Provincia di Firenze - 26.06/03.07.2006

Giunto alla sua seconda edizione, il Vivere Jazz Festival è ormai divenuto un appuntamento di livello internazionale, caratterizzato da un fittissimo calendario di eventi distribuiti in alcuni dei luoghi più suggestivi dei dintorni di Firenze. Svoltosi tra il 26 e il 3 luglio, con la direzione artistica di Stefano Bollani ed il contributo organizzativo del Music Pool e di Toscana Musiche, il festival ha visto sfilare personalità del calibro di Carla Bley, Egberto Gismonti, Juan José Mosalini, Philip Catherine e Robert Fripp, oltre a tanti musicisti italiani, tra cui lo stesso Bollani. Diamo di seguito conto di alcune manifestazioni.

Sorprendente il bandoneista e compositore Mosalini, non troppo conosciuto qui in Italia, esibitosi la sera del 29 giugno al Teatro Romano di Fiesole. Diviso in due parti il concerto: la prima in duo con il notevole chitarrista Leonardo Sanchez, la seconda con l’Orchestra Regionale della Toscana diretta da Fabien Gabel. Più intimistica la parte in duo, in cui Mosalini e Sanchez hanno intrecciato un fitto contrappunto, in un emozionante percorso lungo la storia del tango: citiamo il commovente Eloge du tango, di Schlosberg Benoît, Maldá di Guillermo Thomás, Villa Luro di Tomas Gubitsch, dal complesso andamento in 5/4, e alcune ricchissime e modernissime composizioni dello stesso Mosalini, tra cui ricordiamo Aller et retour. Un intimismo però mai stucchevole, che fa ricordare le parole di Astor Piazzolla: Si dovrebbe sempre suonare la mia musica con rabbia; non si può suonare in maniera femminile... Un mezzoforte dovrebbe essere un forte, un forte un fortissimo, e un fortissimo quando non puoi spingere di più. Questo è il mio stile: sempre più esagerato, suonato aggressivamente. Non è musica dolciastra, no, ha un gusto amaro. Ecco com’è il tango, non c’è niente di dolce....

E di Piazzolla, dal cui universo sonoro peraltro Mosalini si distacca in modo affatto personale, il musicista ha voluto riproporre diversi brani arrangiati per bandoneon e orchestra, talvolta con l’aggiunta della chitarra, e con il valido apporto del primo violino dell’O.R.T. Andrea Tacchi, che sembrava a tratti impersonare il lirico ruolo svolto da Fernando Suárez Paz nel secondo quintetto di Piazzolla. Ecco allora Tristango, Hommage à Liegi e il coinvolgente ed originale Milongón festivo. Numerosi anche, nel corso del concerto, i riferimenti alla parte andina del folklore argentino, dagli inconfondibili ritmi e colori melodici e armonici.

E a proposito di folklore sudamericano, veniamo ad un altro momento clou della rassegna, l’esibizione in solo (sempre al Teatro Romano, 1 luglio) del brasiliano Egberto Gismonti. Anche qui, concerto diviso in due parti, diversissime e stupefacenti (e stupefacenti perché diversissime): la prima alla chitarra, la particolarissima chitarra a dieci corde del musicista brasiliano, la seconda al pianoforte. Gismonti è il chitarrista acustico più originale ed innovativo in circolazione, anche se naturalmente segue una strada del tutto personale, e non sarà mai un caposcuola. Sotto le sue dita la chitarra diventa un’intera orchestra, per lo più percussiva (spesso con ritmi diversi eseguiti dalle due mani). E si capisce la scelta di uno strumento a dieci corde: a sei non bastava! Con una tecnica particolarissima e nient’affatto ortodossa, il musicista pizzica i vari registri, con largo uso di suoni armonici e tocchi percussivi, per evocare il folklore amazzonico del Nord-Est del Brasile, con le sue orgiastiche poliritmie e la sua scura e ricchissima tavolozza timbrica, il tutto filtrato da una sensibilità colta à la Bartók.

Uscendo dai ritmi intricati e dalle cupe armonie delle ombrose foreste amazzoniche, si apre davanti ai nostri occhi una pianura luminosa, fatta di melodie cantabili e accordi trasparenti. Alla tastiera infatti Gismonti dispiega un lato molto diverso del suo complesso mondo poetico, quello più solare, disteso e melodico. Anche se meno originale dal punto di vista strumentale, la parte per pianoforte solo non ha commosso meno della prima. Gismonti ha eseguito alcune sue celebri composizioni (fra cui citiamo Frevo), divertendosi a frammentarle e a celarle dietro un velo che le rendeva di difficile identificazione, girando attorno al tema con strabilianti improvvisazioni, senza mai eseguirlo da cima a fondo, e creando così nell’ascoltatore una tensione che trovava sfogo solo nei folgoranti e inaspettati finali.

Terzo appuntamento immancabile della rassegna (Fiesole, Teatro Romano, 3 luglio), Carla Bley e la sua big band. Questa inossidabile signora del jazz cavalca le scene da più di un quarantennio, dirigendo alcuni dei complessi più originali in circolazione, e riuscendo a divertire e commuovere al tempo stesso. La sua è una concezione anticonvenzionale della big band, in cui raramente si ascoltano le tre sezioni (sassofoni, trombe e tromboni) suonare come delle sezioni, divertendosi la compositrice di Oakland a scompaginare ogni regola. Assente purtroppo il trombettista Lew Soloff, ma presenti alcune delle colonne portanti dell’orchestra, dal trombone di Gary Valente ai sassofoni contralto e tenore di Wolfgang Puschnig e di Andy Sheppard, per arrivare all’inappuntabile batteria di Billy Drummond e al basso elettrico di Steve Swallow, dal groove inarrestabile (senza contare il ruolo occulto ma fondamentale dell’organo di Karen Mantler a fare da collante tra i fiati).

Variegatissimo, ricco di riferimenti extramusicali e colorito come sempre il programma. Si parte con una allucinata Cocktail Music, in cui vengono incollati, come in un puzzle cubista, frammenti di standards che durano appena il tempo di far affiorare il loro ricordo alla coscienza, per poi scomparire dietro un’altra citazione. Due brani dedicati al cibo cattivo e alla conseguente difficile digestione sono un omaggio “in negativo” alla cucina del nostro paese, che la Bley apprezza particolarmente: ecco allora i borborigmi del trombone di Gary Valente nel primo brano, dall’andamento zoppicante e incerto, e i singhiozzi dei sassofoni nel vivace “rhythm changes” che segue. La Bley annuncia poi un arrangiamento di un brano di Gershwin, quindi l’orchestra parte con un pezzo che del compositore di Brooklyn cita solo due battute (2!) di Someone to Watch over Me un attimo prima della fine. Una fantasia in stile mariachi ci trasporta d’un balzo in pieno Messico, un’orchestrina sta suonando una musica allegra (le trombe a seste parallele), viene interrotta da una sorta di funerale, riprende a suonare ma viene disturbata da fastidiosi colpi di clacson (questi tromboni!), smette, poi ricomincia quando nessuno più se l’aspetta… sublime. Si diverte, la Bley, a spiazzare le aspettative del pubblico, il suo è un gioco illusionistico continuo, di grande intelligenza e raffinatezza, e di finti finali ce ne sono un almeno un paio nella serata.

Ma la sua musica non si esaurisce nell’aspetto ludico, e la ripresa dell’ouverture di Escalator over the Hill, a distanza di più di trent’anni, affascina e ipnotizza il pubblico del teatro; mentre il bis Good Bye Pork Pie Hat, aperto da un’originalissima e cupa armonizzazione a 4 tromboni, emoziona per il doppio omaggio a Mingus e a Lester Young.

Stefano Bollani ed il suo Danish Trio, con Jesper Bodilsen al contrabbasso e Morten Lund alla batteria (Teatro Romano, 2 luglio), hanno proposto un jazz come al solito spettacolare, pieno di brio e di humour. Il gruppo esiste ormai dal 2002, ed ha inciso per la prima volta un disco nell’anno successivo. Il repertorio spazia da alcuni brani scandinavi arrangiati dallo stesso Bollani con la collaborazione di Lund, a canzoni italiane, come Mi ritorni in mente, da brani originali (citiamo Storta va, dal complesso intreccio di parti improvvisate e appuntamenti obbligati), fino ad alcuni standards, come How Deep is the Ocean. Spassosissime le gags del pianista, tra cui è impossibile non citare la parodia del trio di Jarrett che ha concluso il concerto, sul tema finale di All the Things You are, in un climax esagerato e surreale di gemiti e sdilinquimenti.

Il quartetto del pianista genovese Dado Moroni, con Jed Levy al sax tenore, Isla Eckinger al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria, si è esibito alle Cave di Maiano subito dopo il concerto di Bollani. Ottima è apparsa la preparazione tecnica del pianista, dotato di un fraseggio sciolto e atletico, anche se le composizioni eseguite, come ad esempio The River, ispirato dal fiume Congo, non presentavano particolare interesse. Buono il sostegno della ritmica e l’apporto di Levy, sassofonista dal linguaggio mainstream arricchito da influssi armonici più moderni.

Ascoltare Javier Girotto e Luciano Biondini in duo è un’esperienza unica, in cui l’ascoltatore è travolto da un’energia primordiale, da una violenza esecutiva che ha pochi paragoni. Girotto del resto, italo-argentino, ha in sé la rabbia del suonatore di tango di cui parlava Piazzolla, e Biondini non è da meno. Nel concerto del 30 giugno alle cave di Maiano, il sassofonista e il fisarmonicista erano affiancati dall’ensemble dell’arrangiatore Paolo Silvestri. Ma nonostante l’ottimo lavoro di Silvestri, che del resto si è già distinto in diversi progetti (fra cui il Concertone con Bollani), il duo è apparso un po’ ingabbiato e meno libero di esprimersi rispetto al solito. Insolito l’organico dell’ensemble, o per lo meno non jazzistico: tromba, trombone, corno, flauto, oboe, clarinetto, clarinetto basso, fagotto e basso elettrico (senza percussioni). Assente l’annunciato Giampaolo Casati alla tromba, ma presenti gli ottimi Guido Bombardieri al clarinetto e Luca Begonia al trombone, autori entrambi di pregevoli, anche se purtroppo brevi, interventi solistici.

Avevamo già avuto occasione di ascoltare il sax tenore di Bearzatti, in un concerto con Giovanni Mazzarino, annoverandolo tra i sassofonisti più interessanti dell’ultima leva. Purtroppo il suo progetto Bizart Trio, presentato al Teatro Romano prima del concerto di Gismonti, delude profondamente: composizioni scialbe, assoli annacquati, e insopportabili strizzatine d’occhio quasi new age affidate al suo inconsistente partner Emmanuel Bex, hammondista francese che pensa di fare chissà cosa campionando voci e versi di galline e stravolgendo la sua voce con effetti e riverberi, mentre dimostra solo un impareggiabile cattivo gusto. Meno male c’era il sensibile e fantasioso Paolo Mappa, batterista assai sottovalutato e troppo poco utilizzato.

A lungo partner dell’ultimo Chet Baker, il chitarrista belga Philip Catherine si è presentato in due distinte formazioni, il 30 giugno con la Brussels Jazz Orchestra diretta da Bert Joris, e la sera successiva in trio alle Cave di Maiano. Sostenuto dalla solida ritmica di Nicola Vernuccio al contrabbasso e da Walter Paoli alla batteria, il chitarrista mostra un ottimo fraseggio e buone idee, fino a quando non si mette in testa di essere un chitarrista rock, applicando alla sua chitarra un distorsore che farebbe invidia a Santana, e costringendo i suoi accompagnatori a cercar di tenergli dietro affannosamente. E’ proprio sicuro Catherine, ad esempio, che quell’effetto stesse bene a metà di un poetico assolo sulla ballad Bewitched? Ai posteri l’ardua sentenza.

Foto di Claudio Casanova (eccetto la foto di Mosalini, di Klaus Muempfer, e quella di Gismonti, di Roberto Cifarelli - per visitare la galleria tratta dal concerto di Egberto Gismonti clicca qui)


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