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Umbria Jazz 2017

Libero Farnè By

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La serata finale intitolata "Brasilian Meeting" ha avuto due facce: la prima raffinatissima e di virtuosistica, concentrata, ricerca di un dialogo più colto che popolare, ha rappresentato "la fantasia al potere," la seconda si è svolta all'insegna dell'estroversa e danzabile festa conclusiva. Nella prima parte, in svariate formazioni da vari solo a duetti al quintetto, si sono succeduti sul palco Stefano Bollani, Hamilton de Holanda col suo trio e Egberto Gismonti. Nella seconda in un crescendo di tensione comunicativa ha tenuto banco la Baile di Almeidinha, larga formazione di Hamilton comprendente come ospite la cantante capoverdiana Mayra Andrade.

Assai interessante e seguita da un folto pubblico è stata la serie di concerti di mezzogiorno alla Sala Podiani presso la Galleria Nazionale dell'Umbria. Il duo Émile Parisien -Vincent Peirani (sax soprano e fisarmonica) ha profuso un gusto tipicamente francese. Fra lo spirito della canzone e spunti relativamente sperimentali, fra strepitosi momenti swinganti ed altri di solenne austerità, i due hanno dimostrato un'infallibile attenzione per le dinamiche e la forma. Peccato che l'acustica troppo riverberante della storica sala abbia danneggiato la percezione del loro equilibrio.

Nello stesso spazio si è svolto anche l'interessante dialogo fra Alessandro Lanzoni e Gabriele Evangelista, che si conoscono da anni ma che praticamente si sono trovati al loro primo appuntamento in duo. Gli original e la rivisitazione di standard o altro materiale si sono variamente intrecciati, unificati da un atteggiamento improvvisativo concentrato e antilezioso. Si sono succedute fasi sperimentali, meditative o insistite o turbolente, e brani più distesi dall'andamento di ballad, ma sempre innervati di concreta determinazione. Si potrebbe individuare il precedente più probabile del loro approccio nella musica e nel modo di procedere del dimenticato Paul Bley.

Fra i concerti al Teatro Morlacchi ha spiccato 5 By Monk By 5, in cui cinque pianisti si sono alternati o fronteggiati su due gran coda, dimostrando differenti approcci. Nei primi brani Cyrus Chestnut e Benny Green hanno tentato di avvicinarsi al sound e alle spigolosità del maestro, mentre Eric Reed ha esposto una diteggiatura ora elaborata e rapsodica su toni delicati ora più percussiva e bluesy. Ancor più giocate su raffinatezze ritmiche e armoniche le interpretazioni di Dado Moroni. L'equilibrio e la classicità swingante del tocco e delle invenzioni di Kenny Barron hanno portato alla giusta chiusura del cerchio. Tutti bravissimi senza riserve e comunque una carrellata degli intramontabili temi monkiani risulta sempre corroborante.

In due diverse apparizioni al Morlacchi Ryan Truesdell ha diretto la Umbria Jazz Orchestra, di recente istituzione, in un repertorio tratto da tre dischi di Gil Evans: Quiet Nights, Sketches of Spain e The Individualism of Gil Evans. L'anomalo organico dell'orchestra ha rispettato la tessitura timbrica originaria, con l'arpa all'estremità sinistra, i fagotti a quella destra e al centro oboe e corni francesi. Purtroppo il numero limitato di prove ha fatto sì che il rendimento orchestrale, soprattutto nel primo dei due concerti, fosse un po' spento, senza quella precisione e freschezza indispensabili per rendere il tipico, rilassato swing voluto da Evans (e da Truesdell). Comunque la ricchezza dinamica, melodica e timbrica dei brani è stata salvaguardata anche dall'apporto degli ospiti: soprattutto Steve Wilson al contralto, autore di assoli nitidi in alcuni brani, mentre Lewis Nash e Jay Anderson erano più costretti nei ruoli orchestrali.
Un discorso a parte merita l'ospite speciale Paolo Fresu, che, come già in altre due passate collaborazioni con il direttore americano, ha sostenuto il ruolo che fu di Miles Davis. Le sue interpretazioni sono state di brano in brano sempre più convincenti, esponendo una pronuncia determinata alla tromba, un lirismo cristallino e malinconico alla tromba sordinata, un sound levigato e rotondo al flicorno.

Una settimana prima, tornando ai concerti all'Arena Santa Giuliana, Fresu era stato uno dei protagonisti della serata dedicata ai cantautori italiani, interminabile ma registicamente ben congegnata. È stato a tale proposito che un collega americano mi ha detto: "Fresu s'inserisce in qualsiasi contesto, aggiungendo sempre una nota opportuna e un carattere personale." Partito con il duo Danilo Rea e il carismatico "sopravvissuto" Gino Paoli, continuato con varie formazioni a sostegno dei cantanti Giuliano Sangiorgi, Gaetano Curreri, Kento e Vanessa Tagliabue Yorke, conclusosi con la sfilata finale degli stessi e la Mauro Ottolini Band nell'originale omaggio a Luigi Tenco, il concertone ha rappresentato un bagno di nostalgia.

Sempre all'Arena, l'incontro nel segno del jazz fra il piano della giapponese Hiromi e l'arpa colombiana di Edmar Castaneda, che hanno esordito in duo al Blue Note di New York, ha prodotto certo momenti godibili, sia su tempi frenetici che su delicati intimismi, senza riuscire a trascendere tuttavia un esibizionismo dimostrativo. In questa serata dedicata ai confronti interculturali è risultata più genuina e motivata, oltre che più ricca nella messa in scena, la rivisitazione delle atmosfere cubane di Celia Cruz da parte della cantante del Benin Angelique Kidjo, coadiuvata da un ensemble non esaltante ma rinforzato dal formidabile Pedrito Martinez alle percussioni.
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