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Umbria Jazz 2007

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Perugia, 6-15 luglio

Lo sappiamo, Umbria Jazz rappresenta un evento unico in Italia. Circa 400.000 le presenze totali nell’edizione 2006, che, nei concerti a pagamento, hanno portato un incasso intorno a 1.200.000 euro. Oltre 450 sono stati i musicisti invitati quest’anno, che in dieci giorni hanno proposto più di 250 concerti. A queste cifre si è potuti arrivare solo dopo decenni di esperienza e costanza, grazie ad un’imponente macchina organizzativa e promozionale, ed anche per via di una mirata programmazione. Oltre a puntare su nomi di richiamo del pop, del Soul e del R&B e sulle suggestioni esotiche della musica brasiliana o cubana, si è sempre privilegiata un’immagine del jazz esuberante e riconoscibile, evitando le espressioni più sperimentali, e rivolgendosi comunque ai grandi maestri di ogni epoca e scuola. Quale altro festival italiano si può permettere di far suonare nella stessa edizione Coleman, Rollins e Jarrett?

Oltre che nelle esibizioni gratuite nelle piazze del centro storico, all’Arena Santa Giuliana si tende a fare di ogni concerto un evento spettacolare e, data la capienza, non potrebbe essere altrimenti. Tuttavia dei fumi e delle luci colorate da concerto rock spesso sarebbe stato meglio fare a meno. Per forza di cose poi, l’amplificazione deforma la sonorità degli strumenti: un gran coda Fazioli viene ad assomigliare ad un piano elettrico Yamaha, un contrabbasso spesso si trasforma in un basso elettrico. L’aspetto comunicativo prende insomma il sopravvento, non necessariamente in senso negativo.

Il Tangaria Quintet di Richard Galliano, per esempio, ha pertanto dovuto esasperare le caratteristiche che gli sono proprie: tutto è diventato estroversione, tempi sfrenati, colori accesi, esibizione grintosa; tanto che il leader ha fessurato il mantice della sua fisarmonica. Sulla dinamica propulsione ritmica di contrabbasso, batteria e percussioni, lo straordinario violinista venezuelano Alexis Cardenas ha tenuto testa a Galliano in una gara di bravura. Si sono succeduti momenti esaltanti ed altri in cui qualche sfasatura ha dato l’impressione che sul palco i musicisti non si sentissero bene dai monitor.

Nonostante che Jarrett, come sempre, abbia scelto fra tre Steinway quello su cui esibirsi e che fosse assistito dal suo tecnico del suono di fiducia, problemi acustici si sono avuti anche durante il concerto del suo trio. Il livello dell’amplificazione era basso, eppure nelle fasi più percussive il piano ha assunto quegli effetti riverberanti di cui si è detto, mentre la batteria di De Johnette, volutamente molto appartata, risultava caratterizzata da sonorità esili e metalliche. Ineccepibile invece la resa del contrabbasso di Peacock. A parte queste annotazioni (oziose, inutili, troppo tecniche?) sull’inevitabile ruolo dell’amplificazione in uno spazio aperto così vasto (ma, se si pensa agli stadi e ai palazzi dello sport degli anni Settanta, bisogna ammettere che oggi è tutt’altra cosa), ho poco da dire sulla musica della breve performance. Oltre al classico equilibrio dell’interplay, quello che ha colpito è stata la grazia, la delicatezza e la varietà inventiva del tocco ed ancor più delle idee improvvisative del leader.

Sulle indisponenti manifestazioni divistiche di Jarrett, immancabili, e sui relativi strascichi mediatici (fin troppo si è scritto su tutti i quotidiani), evito di soffermarmi. D’altra parte, anche questi aspetti ormai fanno parte del personaggio e dello spettacolo, funzionando alla fin fine come esca per il pubblico.

Certo ben altre qualità umane ha dimostrato Ornette, che fra l’altro è intervenuto in via amichevole alla presentazione del bel libro “Jazz Tales” con testi di Vittorio Franchini e foto di Elena Carminati. Nel bis del suo concerto, come sembra sia ormai una sua prassi, il contraltista ha invitato volontari del pubblico sul palco a cantare assieme al gruppo: dopo una goffa apparizione di un ragazzone polacco, che ha rifilato una canzone tradizionale, è salita una cantante giapponese, che studia lirica in Italia, che più opportunamente ha intonato “Amazing Grace”. Questo abbraccio ecumenico col pubblico era stato preceduto da una lancinante versione di “Lonely Woman”, quasi a celebrarne il mezzo secolo di vita.

Il concerto di Coleman è stato un concentrato di storia personale, di essenzialità, di poesia, di densità sonora e concettuale. La sonorità del suo sax, che nei concerti emiliani dell’ottobre scorso aveva colpito per la cristallina limpidezza, per il lirismo, al Santa Giuliana è riapparsa tesa e scabra come un tempo, quindi drammatica. Brevi, efficaci gli interventi al violino e alla tromba. Un sottofondo scuro e mutevole era tramato da Tony Falanga, quasi esclusivamente all’archetto, e dal pizzicato frenetico di Charnett Moffett. Quanto al contributo di Al McDowell è stato quanto di più lontano si possa immaginare dalla pronuncia abituale dei bassi elettrici: agendo sul registro acuto dello strumento, egli ha somministrato colori delicati, quasi a complemento armonico del leader. Denardo è stato di una certa concretezza nei tempi mossi, ma si è un po’ perso nei brani lenti.

Entusiasmante anche l’apparizione dell’altro “grande vecchio”. Certo il labbro di Rollins non può essere quello di un tempo: ogni tanto è scappato un fischio d’ancia e l’intonazione non è stata sempre perfetta, ma non importa; lo spirito, la vitalità, la fantasia e la classe sono rimaste inalterate. Sostenuto dal walkin’ bass o dai pedali ostinati del fedele Bob Cranshaw e dalle poliritmie macinate da Kobie Watkins e Kimati Dinizulu (batteria e percussioni), il fraseggio del tenorista è stato ora puntato e rimbalzante, ora filante, visionario, armonicamente aperto, quasi a fare il verso a quello di colleghi più giovani, come David Murray. La sonorità sporca, variante prevalentemente nel registro medio- basso, ha prodotto una sorta di barriti ancestrali.

Un certo spazio è stato concesso ai partner: il trombonista Clifton Anderson , che col passare degli anni ha acquisito un fraseggio più maturo e frastagliato, e il chitarrista Bobby Broom, il cui linguaggio è invece rimasto piuttosto schematico. Pregevole un set percussionistico di Dinizulu. È certamente un’esperienza unica poter ascoltare ancora maestri come Ornette e Sonny. Un consiglio: quando capiteranno di nuovo in zona correte, non lasciateveli sfuggire.

Il duo Mehldau-Metheny è cominciato in modo sublime: fughe degne di Bach, intrecci di una certa complessità armonica, sonorità complementari, tese progressioni... Il pianista, particolarmente motivato e dotato di una portentosa mano sinistra, ha profuso un’esemplare asciuttezza e velocità di fraseggio. Con l’ingresso di Larry Grenadier e Jeff Ballard il concerto è continuato in quartetto, con situazioni di grande verve, anche se non sono mancati momenti di stucchevole prolissità, soprattutto dovuti a Metheny.

Corposi, a tratti trascinanti, gli arrangiamenti di brani monkiani e di original da parte del San Francisco Jazz Collective, un’associazione nata quattro anni fa, che per il concerto perugino ha schierato una formazione ottimamente assortita: Dave Douglas, Joe Lovano, l’avventuroso contraltista Miguel Zenon, lo sfrenato Stefon Harris al vibrafono, il trombonista Andre Hayward e la compatta sezione ritmica di Renee Rosnes, Matt Penman ed Eric Harland.

Da Los Angeles è arrivata Tierney Sutton, cantante matura e smaliziata, che l’acustica rimbombante dell’Oratorio di Santa Cecilia ha permesso di apprezzare solo nelle ballad a basso volume.

Il newyorchese Joe Locke, uno dei vibrafonisti più versatili in circolazione e presenza abituale di Umbria Jazz, ha tributato un sentito omaggio a Milt Jackson, oltre ad introdurre una ventata di freschezza e di energia nella formazione di Rosario Giuliani.

Imbastita dai jazzmen giusti (Cedar Walton, Eric Alexander, Piero Odorici, Vincent Harring, David Williams, Joe Farnsworth...) è risultata infuocata la jam session notturna in memoria di Alberto Alberti.

Numerose quindi, come sempre al festival umbro, sono state le presenze americane, pochissime quelle europee, con l’eccezione degli italiani, che hanno potuto contare su una nutrita e valida rappresentanza, ottenendo un grande successo di pubblico. La serata con i due gruppi di Rava e Bollani al Santa Giuliana è stata la dimostrazione di come oggi sia possibile (quasi) esaurire uno spazio di quelle dimensioni; cosa che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile. Nella musica del quintetto di Rava ogni strumentista riveste un ruolo fondamentale (Andrea Pozza, Gianluca Petrella, Rosario Bonaccorso, Roberto Gatto) e i temi del leader possiedono un’impronta unica, sorniona e ironica. Eppure la performance, nonostante che il trombettista e i sui partner abbiano avuto qualche zampata degna di nota, non si è elevata al di sopra di uno standard medio, a differenza di quanto si sarebbe auspicato.

Una produzione, frutto dell’incontro fra jazz e musica sinfonica, ha visto Stefano Bollani contornato dai Solisti di Perugia, orchestra d’archi diretta da Mirko Guerrini. Quest’ultimo era anche l’arrangiatore di un variegato repertorio, basato soprattutto su brani suoi e del pianista. Ne è risultata una musica movimentata, narrativa, che a tratti ha ricordato Bacalov; soprattutto una musica non pretenziosa, non stucchevole, come spesso è capitato in questo tipo di connubi. Dopo un intermezzo parlato di grande umorismo (con Bollani è inevitabile), i brani finali e lo strepitoso bis del pianista hanno dimostrato con quale trasformismo e nello stesso tempo coerente naturalezza si possa transitare dalla musica classica al jazz, alla musica sudamericana.

È stata notevole l’apparizione dell’ottetto di Gianluigi Trovesi al Teatro Morlacchi. Le composizioni, tutte del leader, erano datate e notissime, ma suonavano come nuove: non solo perché le loro linee melodiche hanno subìto negli anni delle leggere modifiche, ma anche perché sempre vivi e freschi sono apparsi gli arrangiamenti, ricchi di situazioni timbriche e dinamiche. Funzionale il sostegno di Vittorio Marinoni, mirabili gli impasti di una triade di strumenti a corda (Roberto Bonati, Marco Micheli e Marco Remondini), fondamentali i colori e gli accenti introdotti dalle percussioni e dall’elettronica di Fulvio Maras; perfettamente in tema e toccanti gli spunti solistici di Beppe Caruso e soprattutto di Massimo Greco alla tromba e flicorno. Una musica intelligente, che con molta ironia e sapienza costruttiva ha rivisitato, facendoli convivere, Rinascimento, elettronica, folclore, Mahler ed ovviamente anche il jazz, da New Orleans al free. Una musica da godere a livello sensoriale-epidermico, ma anche con la mente.

Altrettanto notevole il concerto del quartetto di Franco D’Andrea, anch’esso ormai coeso da molti anni di esperienza. La musica del pianista meranese è di una certa complessità, intessuta com’è di svariati riferimenti: a molti autori colti del Novecento, al blues, a Monk e Bill Evans, perfino a Cecil Taylor. Le sue linee tematiche hanno una forte impronta melodica e armonica, ma non vengono mai esposte in modo esplicito, vengono piuttosto circuite, frammentate, interpolate, sospese, fatte evolvere ed emergere lentamente, fino ad essere chiuse in modo secco e imprevedibile. Per fare questo D’Andrea può contare sulla mobile interazione che si è stabilita fra i propri partner: Andrea Ayassot, Aldo Mella, Zeno De Rossi.

Con l’abituale esperienza e drive Roberto Gatto ha guidato il suo quartetto in un repertorio in parte desunto dal recente CD Traps. Più di Luca Bulgarelli e Luca Mannutza, non solo affidabili, ma capaci di creare il giusto groove con sicura personalità, merita qualche considerazione il contraltista Daniele Tittarelli: il suo sound, la morbidezza nel registro basso, il modo di spaziare le note e di volare verso il registro alto hanno ricordato molto Art Pepper. Il giovane sassofonista romano dovrebbe evitare di indulgere a qualche leziosaggine e dare libero sfogo alle sue idee più coraggiose ed eccentriche.

Per venire ad un altro giovanissimo, Francesco Cafiso, che è ormai di casa ad Umbria Jazz, l’abilità tecnica, la spericolatezza, la fantasia di linguaggio che oggi egli si concede nell’interpretare gli standard sono forse superiori a quelle di qualsiasi collega italiano o americano. Ciò è tanto più evidente proprio perché alla base rimane l’ancoraggio tematico e armonico degli standard e perché alle sue spalle può contare su una sezione ritmica compatta e “quadrata” come quella di Arrighini, Zunino e Bagnoli. Per di più al suo fianco aveva per l’occasione Fabrizio Bosso, vale a dire il più virtuosistico ed estroverso trombettista in circolazione, anch’egli aderente alla tradizione jazzistica.

Cafiso e Bosso hanno dialogato a meraviglia. Strepitosi, appagati i musicisti e appagato il pubblico, ma il problema è: quanto potrà andare avanti Cafiso a fare il leader-fenomeno, proponendo standard (o anche original) sulla base di arrangiamenti risaputi? Non sarebbe più proficuo che affrontasse delle collaborazioni importanti, continuative e impegnative, a livello internazionale, con leader capaci di portarlo anche su terreni espressivi più attuali?

Tra le innumerevoli proposte del festival, da segnalare la performance del trio “milanese” del pianista emergente Michele Di Toro, con Yuri Goloubev e Marco Zanoli, tutti strumentisti di valore, soprattutto il contrabbassista russo, residente a Milano da qualche anno. Il sodalizio procede sulla strada del trio jazz attuale (quella aperta da artisti come Mehldau o, in Italia, dal Doctor 3, artefice fra l’altro di un eccellente concerto al Morlacchi), per darne una declinazione personale e convincente. L’impostazione tematica dei brani originali a volte sembra risalire alla musica classica del Sei-Settecento, poi gli sviluppi improvvisativi, basati su un solido interplay, portano ad esiti non banalmente cameristici, anzi con momenti di energica intensità.

Foto di Giorgio Alto Ulteriori immagini sono disponibili nelle gallerie dedicate ai concerti di Sonny Rollins Richard Galliano Giovanni Tommaso


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