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Tra musica e teatro: i nuovi spettacoli di Goebbels e Aperghis

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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La Svizzera ha ospitato nelle settimane scorse due spettacoli di grande interesse sul rapporto fra suono e scena, rispettivamente di Heiner Goebbels e Georges Aperghis, artisti accomunati dalla ricerca di nuove connessioni tra musica e teatro, pur muovendo da prospettive - e approdando a esiti - piuttosto differenti. Al centro di entrambi i lavori, sia pure in maniera diversa, è la poesia che scaturisce da oggetti, automi e meccanismi animati da una propria, misteriosa, entelechia: all’occhio e all’ascolto è affidato il compito di stabilire associazioni tra simboli e tracciare percorsi di senso.

Heiner Goebbels - Stifters Dinge Théâtre Vidy - Losanna - 21 settembre 2007

Lo spazio teatrale di Losanna, suggestivamente affacciato sul Lago Lemano e ben noto per l’attenzione riservata alla creatività contemporanea, produce ed ospita con una ventina di repliche (tutte esaurite!) la prima assoluta di “Stifters Dinge”, nuovo lavoro del compositore/regista tedesco, proseguendo una collaborazione molto proficua, che ha già fruttato opere di altissimo livello come “Hashirigaki” e “Eraritjaritjaka” (per leggerne la recensione su AAJ clicca qui).

L’ultima fatica di Goebbels si ispira alla figura del boemo Adalbert Stifter, ma non c’è attore in scena a declamare o a recitare alcunché: il testo diventa scena, e quest’ultima, a sua volta, si fa, in un certo senso, “attrice”.

“Il mio prossimo lavoro sarà fatto solo con musica e macchine. Ho bisogno, in modo radicale, solo di quello che è necessario all’arte” : questa affermazione (tratta dall’intervista pubblicata sul n. 15 di Teatro Pubblico) anticipava efficacemente l’intento sotteso a “Stifters Dinge”, già implicito sia nel titolo definitivo dell’opera, sia in quello provvisorio, “The Pianopiece”.

I fatti corrispondono alla volontà dichiarata: niente drammatizzazione, nessuna “narrazione”, non c’è il carismatico André Wilms, né le tre protagoniste di “Hashirigaki”; sullo sfondo intravediamo soltanto un rinsecchito albero beckettiano, cinque pianoforti ridotti a corde e tasti, un tubo per la diffusione del fumo, un compressore, e poco altro. Uniche presenze umane - ancillari rispetto agli sviluppi successivi - sono due componenti dello staff del teatro: si limitano ad aprire alcuni contenitori d’acqua e a riempire con essa tre vasche, incubatrici di ammalianti invenzioni.

Ecco, quindi, avviarsi l’anti-dramma, condotto da personaggi sui generis. La luce, via via più intensa, viene elegantemente virata in varie tonalità, intrecciando geometriche trame, tanto semplici quanto evocative, con l’acqua e alcuni schermi trasparenti che scorrono verticalmente.

Una voce deprivata di qualsiasi corporeità - volto o gesto - introduce il racconto stifteriano (tratto dalla terza versione della “Cartella del mio bisnonno”), tanto più inquietante ed enigmatico quanto più si infittiscono i particolari riguardanti un viaggio attraverso una landa ghiacciata; in piena autonomia rispetto al testo, opera l’elemento sonoro: un braccio meccanico pizzica le corde di un pianoforte dapprima sommessamente, poi con una vivacità ritmica che presto contagia gli altri strumenti. Si deve all’intervento di Klaus Gruenberg, Hubert Machnik, Willi Bopp e Thierry Kaltenrieder (addetti rispettivamente alla scenografia, alla programmazione, al suono e alla robotica) la riuscita dell’interazione fra i molteplici ingredienti dello spettacolo, in cui non è difficile rinvenire riferimenti al piano meccanico di Conlon Nancarrow, alle sculture sonore di Jean Tinguely o ai lavori di Peter Fischli e David Weiss.

Per quanto molteplici siano i richiami e le suggestioni, siamo ben distanti dal collage citazionista: ciò che interessa a Goebbels è la pregnanza semantica inscritta nella materia, nelle macchine teatrali, nelle luci: tutti elementi portatori, in quanto tali, di una poesia oggettiva e antiromantica - nella misura in cui manca la diretta espressione dell’emozione personale di un autore/demiurgo - di cui Stifter era stato precursore.

Partendo da queste premesse comprendiamo il ruolo affidato - senza abiti di scena né “trucchi” di alcun tipo - alle altre “voci” coinvolte in questa affascinante eterofonia, siano esse portatrici di parole (come le formule di scongiuro indirizzate ai venti di sud est dai navigatori della Papuasia, gli onomatopeici canti degli indiani di Colombia, un’allucinata lettura borroughsiana, una disincantata dichiarazione di Lévi Strass), di suoni (il concerto italiano in fa maggiore di Bach, la microtonalità via via più incalzante dei pianoforti automatizzati) o di immagini (come la splendida “Caccia Notturna” di Paolo Uccello, di cui vengono isolati e ingranditi alcuni particolari, con un’accuratezza lenta e ricercata, memore del Tarkovskij di Andrej Rublev).

La “scena” perde dunque - anzi non assume mai - valenza decorativa o altrimenti strumentale rispetto all’azione: a mano a mano che ci si avvia verso la conclusione (che non sveleremo, a beneficio di chi intendesse assistere allo spettacolo, che con ogni probabilità vedremo anche in Italia, essendo coprodotto, tra gli altri, dal Teatro Stabile di Torino), essa crea uno spazio lirico di trasfigurazione della realtà, sino a diventare un mondo animato da principi e forme proprie.

Visita il Sito di Heiner Goebbels.

Visita il Sito del Théâtre Vidy di Losanna . Le fotografie di “Stifters Dinge” sono state realizzate da Mario del Curto

Georges Aperghis - Zeugen Vidmarhalle - Berna - 22 settembre 2007

“Zeugen” è un recentissimo lavoro di Georges Aperghis, da sempre alla ricerca, sulla scia di Mauricio Kagel, di una via d’incontro fra teatro e musica.

A pochi mesi dalla prima esecuzione, durante i Tage für Neue Kammermusik di Witten, e con qualche settimana di anticipo rispetto alla presentazione alla Biennale Musica di Venezia, lo spettacolo va in scena, grazie allo Stadt Theater di Berna, in una sala situata all’interno di una gigantesca ex-fabbrica situata nella periferia della città in cui trascorsero lunghi e significativi periodi della loro vita (senza peraltro mai frequentarsi) Paul Klee e Robert Walser, i “padri ispiratori” dell’opera. I testi dello scrittore sono, infatti, il materiale narrativo di base; si tratta di brevi ritratti, schizzi quasi caricaturali di personaggi appena sbozzati, di cui molto parzialmente affiorano il passato (rimpianto) e il presente (enigmatico e incerto): alcune figure altere e vanitose - che a stento celano una realtà poco edificante - , un misterioso convitato, un vedovo in preda al rimorso, un alpinista sopravvissuto miracolosamente a un incidente in alta quota. Queste inquientanti presenze vivono attraverso le voci di Salome Kammer, perfettamente calata nella doppia veste di cantante e di attrice (chi non la ricorda in “Heimat” di Edgar Reitz?) e Christopher Widauer, che nella pièce opera anche come burattinaio.

La messa in scena di Aperghis, infatti, mette in relazione con i testi di Walser elementi piuttosto eterogenei: i video e le luci curati dal collaboratore di fiducia Daniel Lévy, le musiche affidate a strumentisti del calibro di Marcus Weiss, Ernesto Molinari, Teodoro Anzellotti, Françoise Rivalland e Mathilde Hoursiangou, coordinati da Zsolt Nagy e, soprattutto, quali co-protagonisti (o meglio: testimoni delle miniature teatrali walseriane…”Zeugen” - in tedesco - appunto) sette burattini costruiti dalla della Scuola Universitaria delle arti di Berna, con la consulenza del Zentrum Paul Klee, partendo dagli originali realizzati dal pittore per il figlio Felix nei primi anni ’20.

Queste sagome assemblate con materiali di recupero, tanto grottesche quanto sinistre (al "fantasma spaventapasseri" e al "poeta coronato" si affiancano, tra gli altri personaggi, "il Signore e la Signora Morte"...), in cui sono evidenti le tracce del dada, ma anche dell’espressionismo, non vengono messe in azione da Widauer: la loro muta e immobile presenza nel baraccone - che con esse ospita, a mezzo busto,la cantante/attrice - avviluppa i testi di Walser e l’interpretazione della Kammer in un clima di tragicomica e inesorabile meccanicità, sottolineando il profondo legame ravvisato fra vita e teatro da Klee (al riguardo è altamente consigliabile visitare la mostra attualmente in corso sul tema al Zentrum) e da Aperghis stesso.

Le marionette compaiono, ingrandite e scandagliate nei dettagli su un doppio schermo posto sopra la scena, nel quale sono proiettate sia le immagini catturate in tempo reale dal burattinaio con una piccola telecamera sia alcune elaborazioni digitali di Daniel Lévy, ad accentuare, sul piano visivo, la dimensione surreale che aleggia in sala, tramite una lenta, analitica, esplorazione di colori e forme fantasmatiche ovvero, viceversa, attraverso rapidi movimenti che trascinano le sagome in frenetiche danze circolari. La musica e la difficile parte vocale formano un insieme perfettamente coeso, tanto internamente quanto con le altri componenti dello spettacolo: se Salome Kammer fluttua continuamente tra un frammentario Sprechgesang, ampi melismi sovracuti e passaggi di grande vitalità ritmica, non diversamente funzionano le cose per i cinque strumentisti. Clarinetto basso e sassofono da un lato, cimbalom e pianoforte dall’altro, costituiscono polarità sonore costantemente sospese nella tensione fra destrutturazione e direzionalità dell’enunciato musicale.

La fisarmonica dell’ottimo Anzellotti, situata all’incrocio (non solo in senso metaforico) tra i quattro vertici del flusso sonoro, resta per ampi tratti imbrigliata nella fitta rete di trilli, puntuazioni e strappi, tenta di romperne le maglie con un sommesso e raffinatissimo slancio solistico, destinato tuttavia a soccombere alla violenza di eterofonie sempre più aspre dell’ensemble. Nulla poteva evocare meglio la figura di Walser, "passeggiatore solitario" - per riprendere le illuminanti considerazioni di W.G. Sebald - che "sempre, in tutte le sue prose, vuole innalzarsi oltre la pesante vita terrestre, vuole dileguarsi tacito e lieve in direzione di un mondo più libero", ma finisce alla deriva "in un abisso di gelo e di stelle - solo".

Visita il Sito di Georges Aperghis.

Visita il Sito dello Stadt Theater Bern .

Le fotografie di “Zeugen” sono state fornite dallo Stadt Theater di Berna.


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