All About Jazz

Home » Articoli » Interviews

0

Tommaso Cappellato: Spiritual Jazz, Club Culture, Harry Whitaker e molte cose ancora

Angelo Leonardi By

Sign in to view read count
Batterista, produttore e compositore, Tommaso Cappellato è tra i pochi musicisti italiani in piena sintonia con le ultime tendenze del jazz, dove contenuti e spirito di questa musica si legano ad afrobeat, soul, hip-hop, house, elettronica e vari generi della Club Culture. Una scena musicale che ha il suo fulcro a Londra e pubblica le sue opere nella Brownswood Recordings di Gilles Peterson e nella Jazz re:freshed di Adam Moses e Justin McKenzie. Nel catalogo di quest'ultima etichetta Tommaso Cappellato è l'unico musicista italiano ad essere presente con un suo progetto.

Formatosi a New York a contatto con figure leggendarie come Harry Whitaker e Michael Carvin, il batterista padovano ha inciso nell'ultimo decennio vari album, spaziando dal jazz contemporaneo a multiformi contaminazioni. Appena tornato da un tour negli Stati Uniti ha parlato con noi delle sue attività presenti e passate.

All About Jazz Italia: Da qualche anno è attivo a Londra un movimento musicale che fonde jazz, soul music, hip-hop, house e vari generi della Club Culture. Un movimento che ha tra i suoi massimi esponenti Shabaka Hutchings, Nubya Garcia, Moses Boyd, Cassie Kinoshi, l'Ezra Collective e altri. Tu sei l'unico italiano presente da leader nel catalogo dell'etichetta di punta del movimento—la Jazz re:freshed—con il disco Cosm'ethic del tuo gruppo Astral Travel. Ci racconti come è nato il progetto e questa frequentazione musicale?

Tommaso Cappellato: Negli anni in cui abitavo a New York ho avuto la fortuna di frequentare assiduamente Harry Whitaker. Come sai, è stato un protagonista della scena musicale di New York degli anni settanta con Roy Ayers e ha anticipato l'attuale tendenza Spiritual Jazz col suo album Black Renaissance: Body, Mind & Spirit. L'amicizia con Harry all'inizio degli anni 2000 mi ha avvicinato a un'estetica rimasta marginale nel jazz ma riscoperta dalla Club Culture. A quest'impronta s'è aggiunta la mia frequentazione, già a New York, della scena DJ e delle musiche legate a quell'ambiente.

Appena tornato in Italia ho avuto un incontro per me fondamentale con Rabih Beaini, un DJ e producer libanese che allora faceva techno sperimentale con la sua Upperground Orchestra e con cui ho iniziato a collaborare. Per lui è stata una sorpresa sapere della mia amicizia con Harry ed io sono stato sorpreso che lui conoscesse il suo nome. Presto ho capito che in Europa c'era un filone di DJ e produttori che erano ben al corrente di quanto era successo a New York negli anni settanta nell'ambito del cosiddetto Spiritual Jazz. Si era aperto un vaso di pandora e attraverso Rabih sono entrato in contatto con quell'ambiente, principalmente DJ e produttori.

Nei mesi seguenti avvenne una cosa per me significativa. Rabih prese un brano tratto da un live col mio quartetto con Michael Blake, Giovanni Guidi e Joe Rehmer—e lo stampò sul lato A di un vinile mentre sul lato B realizzò una edit, ovvero un remix adatto ad essere suonato dai DJ. Mi mostrò una modalità di fruizione che all'epoca era del tutto sconosciuta nel jazz e che poteva essere sfruttata commercialmente nel circuito dei DJ.

AAJ: Nei tuoi anni a New York, oltre a Whitaker, quali altri musicisti sono stati importanti per te?

TC: Nei mie nove anni passati a New York, dal 1996 al 2005, ho studiato con Joe Chambers, Jimmy Cobb, Billy Hart, Victor Lewis e tanti altri ma il mio insegnante principale è stato Michael Carvin, un batterista che ha partecipato a dischi epici degli anni settanta come Antiquity con Jackie McLean, Expansions di Lonnie Liston Smith, Elevation di Pharoah Sanders e altri per la Muse Records.

Nel 2012, tre anni dopo l'uscita di Open e la pubblicazione di altri lavori, capitò un'occasione. A Verona operava Enrico Crivellaro, in arte Volkov, un DJ che aveva vissuto per un decennio a Londra, entrando in contatto coi massimi esponenti della scena broken beat, drum'n'bass e soulful house. Attorno a lui s'era costituita una piccola aggregazione di altri DJ, che nelle loro scelte includevano anche lo Spiritual Jazz. Uno di loro, Patrick Gibin—DJ, produttore e attuale titolare della stamperia di vinili e record label Mother Tongue—mi chiamò, proponendomi di dare un concerto in apertura del gruppo 2000Black. Il contesto era quello giusto e nel giro di qualche settimana misi su il progetto Astral Travel con la cantante Alessia Obino, Anna Maria Dalla Valle al flauto, Paolo Corsini al pianoforte e synth e Marco Privato al contrabbasso. La nostra performance fu messa in rete su SoundCloud, piacque moltissimo a tutti, compreso il gruppo londinese. Piacque anche al mio amico Mark de Clive-Lowe, che mi mise in contatto con Adam Moses del collettivo Jazz re:freshed. Lui voleva pubblicare la registrazione così com'era ma ho preferito registrare i brani in studio, aggiungendo parecchie ore di post-produzione. Il disco fu stampato in CD e uscì nell'agosto 2013. Fummo invitati al Mau Mau Bar per la rassegna Jazz re:freshed di Londra e poi a Berlino, invitati dalla Steve Reid Foundation di Gilles Peterson. Quest'ultimo avvenimento è stata una maratona musicale di 12 ore con vari DJ set (Floating Points, Fourtet, Gilles Peterson e altri) e due gruppi musicali: Astral Travel è stato coinvolto assieme all'Horace Tapscott Tribute Ensemble con Dwight Trible.

Quel disco ha avuto un successo e una visibilità molto superiore alle aspettative ma, decentrati quali eravamo e privi di supporti organizzativi, non potevamo ottenere di più. Ho quindi pensato di direzionare la mia carriera verso una scena alternativa rispetto a quella in cui mi ero posto fino allora.

AAJ: Intendi la tua attività di produttore?

TC: Si. Con la band non si poteva ottenere di più in quel momento. Ho avuto così l'intuizione di fare un disco da producer incrementando un'attività che avevo già iniziato alla fine degli anni novanta. Questo mi aveva consentito di uscire dal ruolo limitato di strumentista, facendomi vedere la musica da una prospettiva più ampia. È nato così Aforemention, realizzato tra l'estate e l'autunno del 2014. Il disco ha avuto un'accoglienza ancor più positiva rispetto ad Astral Travel.

AAJ: Focalizziamoci per un po' sul presente. So che è in uscita il tuo progetto col nuovo organico di Astral Travel ispirato alle poesie di Sun Ra, dal suo libro The Planet Is Doomed. Ce lo illustri?

TC: Tutto nasce dalla rifondazione del gruppo Astral Travel, includendo musicisti con cui avevo più spesso collaborato e dalla forte matrice improvvisativa. Ho pensato quindi di coinvolgere Piero Bittolo Bon, vero genio e amico di una vita, che tra l'altro si cimenta nell'esecuzione di musica elettronica e Fabrizio Puglisi, altro musicista visionario con capacità altissime. Essendo Alessia Obino impegnata in un suo magnifico progetto, ho chiamato Camilla Battaglia e della formazione originale è rimasto solo Marco Privato.

Entrando nello specifico del nuovo progetto tutto è partito dalla scoperta, in una libreria degli Stati Uniti, di un libretto che raccoglieva alcune poesie di Sun Ra e che non conoscevo. Già da tempo avevo notato che i tributi a Sun Ra privilegiavano i contenuti musicali e soprattutto visuali, lasciando in ombra la sua filosofia, il suo pensiero visionario. Mi è parso il progetto ideale per il nuovo gruppo. Mi serviva però una figura autorevole che potesse declamare con veemenza i suoi testi e l'ho trovata in Dwight Trible che avevo conosciuto a Berlino e con cui avevo suonato altre volte. Abbiamo registrato nel luglio 2016 ma il disco non è ancora uscito perché mi sono impuntato nel trovare l'etichetta giusta. Da poco ho avuto una proposta da Raffaele Costantino, lo speaker di Radiodue che conduce Musical Box. Per la sua politica trasversale, la sua etichetta Hyperjazz è l'ideale per pubblicare questo disco.

AAJ: Un ruolo importante nella tua ricerca musicale l'ha avuto Mark de Clive-Lowe. Ce ne vuoi parlare?

TC: Si, assieme a Rabih Beaini, Mark è una figura chiave nella mia carriera degli ultimi dieci anni. In questo c'è un collegamento perché ho conosciuto Mark grazie a Rabih, che lo aveva invitato per un concerto nel suo locale Elefante Rosso di Mestre. Mark non aveva un batterista e fui chiamato a ricoprire il ruolo. Da quel momento abbiamo collaborato di continuo in concerti e produzioni. Da qualche settimana abbiamo anche registrato il nostro primo disco ufficiale in trio con Andrea Lombardini e sarà prodotto a livello creativo da me e Andrea.

Mark è un pianista neozelandese di madre giapponese. Negli anni novanta, dopo un semestre negli Stati Uniti alla Berklee s'è trasferito a Londra restandovi per un decennio. Mark ha avuto un ruolo importante entro la scena house e broken-beat mescolata al jazz sulla cui base si è sviluppato tutto il movimento musicale londinese di questi anni. La scena acid jazz degli anni novanta, che è stata promossa a livello commerciale da Gilles Peterson, s'è espansa in mille diramazioni diverse entro la Club Culture e i ragazzi che sono esplosi adesso, come Moses Boyd, Nubya Garcia e Shabaka Hutchings, hanno fruito e si sono alimentati di tutto quello che c'era a Londra prima di loro.

Una sera di due anni fa suonavo con Mark all'Überjazz Festival ad Amburgo ed era presente anche Henry Wu, il tastierista di Yussef Kamaal. Appena Henry ha visto Mark, è corso immediatamente a chiedergli un autografo e a farsi fotografare assieme. Ora questi giovani star quali Henri Wu, sono sulla bocca di tutti ma chi ha steso le basi è stata la generazione appena precedente.

AAJ: In Italia tu sei uno dei pochi collegato con la scena musicale a cavallo tra jazz e Club Culture. Lo stesso Nicola Conte mi sembra appartenere più alla scena Acid Jazz di 15/20 anni fa. Chi viene ai tuoi concerti?

TC: La mia audience si è ampliata tantissimo. Chi viene oggi ai miei concerti sono musicisti e appassionati di jazz ma anche DJ, producers e fruitori di musiche che vanno dall'elettronica ad altri paradigmi. Una cosa per me gratificante.

AAJ: Con Nicola Conte e Gianluca Petrella avete inciso qualcosa di recente, o sbaglio?

TC: Si, in tempi recenti ho registrato delle tracce per un prossimo disco che stanno realizzando Nicola e Gianluca, in continuità con la loro collaborazione. Da un anno a questa parte sto suonando molto con Nicola e il suo gruppo Spiritual Galaxy e sono presente su varie sue registrazioni. Nicola è unico. Ha la grande capacità di prendere vari stili e di rielaborarli in modo intelligente e accattivante, con un suono molto cristallino e soprattutto suonabile in un contesto DJ set.

AAJ: Come hai conosciuto Harry Whitaker? So che siete diventati amici....

TC: Ho conosciuto Harry agli inizi degli anni duemila a New York. Per due anni suonavo abitualmente in un locale di alta società in trio col bassista Joseph Lepore e il pianista Ehud Asherie. Quando quest'ultimo non poteva, chiamavamo Harry perché era uno dei pochi che conosceva tutti gli standard con competenza unica. Era un grandissimo musicista e una persona squisita. Col tempo tra noi è nata una bella amicizia e lui mi invitava spesso a casa sua, facendomi ascoltare molta sua musica. Cose tipo Black Renaissance o altre registrazioni che aveva realizzato con Roy Ayers o con Roberta Flack. Grazie a lui sono venuto a conoscenza di quel filone oggi noto come Spiritual Jazz, di cui Harry è stato un protagonista.

AAJ: Dopo Black Renaissance e prima di privilegiare l'attività di pianista allo Smalls, diresse altre formazioni?

TC: C'è un disco pubblicato dalla Smalls Records nel 2008 che si chiama One Who Sees All Things con incisioni del 1981/82. Lo vede a capo di vari gruppi, comprendenti i sassofonisti Gary Bartz e Steve Grossman, il trombettista Terumasa Hino, il batterista Billy Hart. In quel periodo lavorava anche come arrangiatore e ricordo che ha orchestrato anche due dischi di Loredana Bertè, Traslocando e Jazz.

AAJ: Come ti spieghi il fatto che sia rimasto in ombra per così tanto tempo? Molti che seguono il jazz non sanno proprio chi sia.

TC: Harry ebbe un'esperienza negativa dopo aver registrato a 34 anni il suo primo disco da leader, Black Renaissance-Body Mind and Spirit. Aveva preso contatti con un'etichetta giapponese e gli inviò il demo. Ovviamente era acusticamente imperfetto ma l'etichetta lo pubblicò lo stesso senza avvisarlo e senza dargli in centesimo. Dopo quell'esperienza fu sempre diffidente con le case discografiche.

AAJ: È in uscita un tuo disco dell'Upperground Orchestra con Rabih Beaini, Piero Bittolo Bon e Alvise Seggi. Di cosa si tratta?

TC: Il titolo è Euganea ed esce per l'etichetta di Rabih, la Morphine Records. La modalità di fare musica con l'Upperground Orchestra è quella sperimentale: andiamo sul palco e improvvisiamo liberamente. Rabih usa molta elettronica variando la strumentazione ad ogni concerto, da synth modulari a strumenti a corda di vario genere. Piero è ai fiati e all'elettronica e Alvise suona il basso elettrico, il violoncello e l'oud. Il disco documenta una residenza artistica di tre giorni a Villa dei Vescovi, appena fuori Padova, patrocinata dal Fondo Ambiente Italiano. Il concerto ci ha soddisfatto ed è stato registrato in modo professionale quindi Rabih ha lavorato in post-produzione mixando parte del materiale fino a farne un album.

AAJ: Hai appena concluso un tour negli Stati Uniti, con una decina di date da New York a Los Angeles. Com'è andata?

È stata un'esperienza meravigliosa, mi sono sentito capito e ben accolto. A parte in un paio di occasioni in cui ho suonato in trio con diversi musicisti, ho portato in giro il mio solo con batteria, synth, sensori ed elettronica. Ho notato un particolare entusiasmo e ricezione e parecchie porte si sono aperte. Il programma infatti è quello di trasferirmi a Los Angeles all'inizio del 2020.

Foto: Vanni Cremasco.

Tags

Shop for Music

Start your music shopping from All About Jazz and you'll support us in the process. Learn how.

Related Articles