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Sudafrica e Armenia a "Suoni dal Mondo"

AAJ Italy Staff By AAJ Italy Staff

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Bologna - 26.10-01.12.2007

Il concerto bolognese della Donald Kachamba's Kwela Heritage Jazzband, quartetto originario della regione orientale del Sudafrica, ha offerto al jazzofilo un recondito motivo di interesse: quello di verificare se e quali punti di contatto ci fossero con la musica di quei sudafricani emigrati a Londra negli anni Sessanta e resi famosi, nel decennio successivo, dalle loro collaborazioni con gli sperimentatori inglesi e da una serie cospicua di incisioni per la Ogun.

La musica kwela, di cui la formazione guidata dall'etnomusicologo Gerhard Kubik ha dato una dimostrativa versione attuale, nacque nelle periferie urbane del Sudafrica negli anni Quaranta e Cinquanta, nel tentativo di tradurre in cadenze ritmiche locali, in propri impianti tematici gli stimoli provenienti soprattutto dalle forme più comunicative del coevo jazz americano, ormai diffuse a livello internazionale.

Il concerto tenuto all'Auditorium del Dipartimento di Musica e Spettacolo dell'Università di Bologna ha chiarito appunto le varie matrici extra-africane di questa espressione musicale: il jazz dell'epoca Swing innanzi tutto, evidente nell'uso del clarinetto, che però ha preso una pronuncia arida e semplificata, anche se a volte vicina alla declinazione che ne ha fatto la musica manouche; il blues in secondo luogo, che ha conservato quasi intatta la struttura, se non lo spirito variegato, della tradizione americana; la rumba inoltre, importata in Kenya negli anni Quaranta da soldati africani che avevano partecipato alla seconda guerra mondiale.

Queste ed altre influenze sono state rielaborate necessariamente secondo una grande economia di mezzi. Gli strumenti a fiato, a parte il clarinetto, sono stati sostituiti da flauti metallici autocostruiti e imboccati in modo anomalo, mentre, come nella tradizione di certi buskers, il ruolo pulsante del contrabbasso è stato affidato ad uno spartano scatolone di compensato, cubico e risonante, sormontato da un'unica corda tesa tramite un'asta mobile. La chitarra ha svolto una mera funzione di accompagnamento, tracciando le coordinate armoniche senza godere di spunti solistici. Una sorta di piccolo crepitacolo (una scatoletta metallica contenente sassolini e agitata ritmicamente) ha costituito infine l'unico strumento di carattere percussivo.

Evidentemente gli esponenti della colonia sudafricana di Londra nel corso della loro diaspora avevano portato dentro di sé il patrimonio della musica kwela, ma subito e abbondantemente si trovarono a contaminarla con la libertà improvvisativa derivata dal free jazz. In realtà l’esibizione bolognese del quartetto sudafricano ha rivelato come le due esperienze musicali siano accomunate da affinità molto lontane e deboli. Solamente alcuni temi, semplici e reiterati, legati a riti della vita quotidiana e un po' nostalgici, in qualche modo hanno ricordato i motivi ispiratori di quei jazzisti londinesi, molti dei quali prematuramente scomparsi, ed in particolare il mondo espressivo del contrabbassista Johnny Dyani, che di quella comunità era forse lo spirito più candido e naif.

Con la Donald Kachamba's Kwela Heritage Jazzband si è conclusa la diciottesima edizione di Suoni dal Mondo, consolidato festival autunnale di musica etnica, organizzato dal CIMES dell'Università di Bologna. Un mese prima, il 31 ottobre, la rassegna aveva raggiunto il suo apice artistico con il concerto dell'armeno Djivan Gasparyan, virtuoso del duduk, uno strumento ad ancia doppia discendente dall'aulos degli antichi greci e diffuso con nomi diversi in un'ampia area del Medio Oriente.

Gasparyan ha distillato melodie di fascinosa poesia, attorniato da due accompagnatori che gli facevano bordone, emettendo note continue con la respirazione circolare. La morbidezza degli attacchi, la mobilità melodica, la delicatezza dei glissando e delle escursioni dal pianissimo al forte hanno definito una musica struggente, evocativa, coinvolgente, generata da una profonda motivazione spirituale. Una musica che, nonostante le sue radici affondino indubbiamente nella tradizione armena, è riuscita a trascendere e trasfigurare i contorni di quella tradizione popolare per diventare un'espressione universale, senza luogo e senza tempo. Una musica tutto sommato più colta che popolare, più antica che moderna, sacra e profana al tempo stesso, in cui l'improvvisazione (mai si è ricorsi al supporto di spartiti) veniva sorretta da un preciso disegno strutturale.

Se si volesse azzardare un ardito paragone con un'esperienza nota ai jazzfan, per quanto del tutto anomala e non jazzistica, direi che le atmosfere create dal virtuoso armeno hanno fatto rivivere quelle emanate (più dal vivo che dal disco ECM) da Officium, esperimento in cui, intorno al 1994, i sassofoni di Jan Garbarek affiancavano The Hilliard Ensemble nella convincente rivisitazione di un repertorio di musica antica.

Foto di Umberto Bonfatti


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