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La rivoluzione di Joe Harriott nel jazz britannico, tra guerra fredda e spy stories

Angelo Leonardi By

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Subversion Through Jazz—The Birth of British Progressive Jazz in a Cold War Climate
Matt Parker
286 pagine
ISBN: #978-1-9163206-3-5
Jazz In Britain
2020

Nei primi anni sessanta è stato il sassofonista giamaicano Joe Harriott a condurre il jazz britannico nella sua fase adulta, sganciata dai modelli del New Orleans revival e del be-bop di stretta osservanza parkeriana. Un percorso innovativo e autonomo dal free jazz statunitense che anticipò l'onda d'urto dei musicisti sudafricani (Chris McGregor, Dudu Pukwana e compagni), e dei successivi Mike Westbrook, Graham Collier, Keith Tippett, John Surman, Alan Skidmore eccetera.

Quell'iniziale fase d'elaborazione artistica è sviluppata dal libro di Matt Parker che non si limita a tracciare un'approfondita analisi di Harriott ma amplia la prospettiva al contesto storico-sociale e all'ambiente musicale britannico degli anni cinquanta. In modo del tutto originale e inedito, l'autore lega la figura di Joe Harriott a quelle dello storico marxista Eric Hobsbawm e del produttore discografico Denis Preston.

È noto che Hobsbawm nascose la sua attività di critico jazz sotto in nome di Francis Newton (con il quale firmò la prima edizione di Storia Sociale del Jazz) ma è meno noto che da intellettuale marxista era controllato dai servizi segreti inglesi (e lo fu fino al crollo dell'URSS). Erano gli anni della guerra fredda e Londra era uno dei teatri del conflitto spionistico tra il KGB sovietico ed i servizi britannici MI5 e MI6, resi famosi dai romanzi di Ian Fleming, John Le Carré e dai numerosi film di spionaggio successivi. Hobsbawm non era una spia a favore della Russia sovietica ma si occupava di jazz in coerenza con le teorie di Antonio Gramsci, di cui era sostenitore. In breve vedeva il mondo del jazz come un'ambito alternativo (e possibilmente antagonista) all'egemonia culturale del sistema capitalista e pensava che Joe Harriott e altri jazzmen potevano contrastare tale dominio.

Nei primi capitoli del libro, Matt Parker delinea la figura di Hobsbawm e segue la sua attività di critico jazz per il periodico New Statesman, chiarendo che il suo lavoro di ricerca sull'ambiente musicale sfociato nella Storia Sociale del Jazz (titolo originale The Jazz Scene) era un modo per individuare i gruppi sociali subalterni potenzialmente rivoluzionari.

Seguono due capitoli dedicati all'attività di Denis Preston, definito l'architetto del British Progressive Jazz e il collaboratore occulto di Hobsbawm. Fu lui a gestire la prima etichetta jazz indipendente del Regno Unito e produsse i dischi più innovativi di Harriott.

Per gli amanti del jazz la parte più avvincente del volume è quella dedicata al sassofonista giamaicano, un artista oggi quasi dimenticato a dispetto della sua importanza. Lo stesso critico britannico Alyn Shipton nella monumentale Nuova Storia del Jazz (Einaudi 2007) gli dedica poche righe, pur illuminanti: «L'approccio più originale al free jazz di quel periodo in Gran Bretagna venne dal sassofonista giamaicano Joe Harriott, che in album come Abstract del 1960, esplorò un gran numero di idee, ciascuna delle quali dava il titolo a un brano (...) in un contesto libero, senza per questo sacrificare il dolce lirismo del suo sound o l'altrettanto melodioso timbro al flicorno del suo collaboratore Shake Keane».

La figura e la musica di Harriott sono delineate con cura, analizzando i suoi tre dischi più innovativi (Free Form, Abstract, Movement) e chiarendo la sua autonomia espressiva da Ornette Coleman. I capitoli finale sono dedicati all'Esistenzialismo e ai suoi rapporti con la scena marxista britannica, all'eredità artistica di Harriott e alle successive valutazioni di pubblico e stampa.

Un pregio del volume è quello di aver ricordato l'importanza del quintetto di Joe Harriott, che scosse il conservatorismo della scena jazz britannica e fu il primo a suonare free in Europa. Prima ancora—discograficamente parlando—dei Jazz Darings di Tomasz Stanko. Le sue innovazioni incontrarono ovviamente delle resistenze e il volume ricorda quella di Dizzy Gillespie, una sera al club Ronnie Scott's. Quando Harriott gli chiese se voleva unirsi al gruppo, il trombettista rispose: «Non voglio suonare niente della tua dannata musica». Harriott non rispose ma in seguito disse in un'intervista: «Indirettamente mi fece un gran complimento, perché lui subì le stesse reazioni quando iniziava i suoi esperimenti. Può suonare la sua musica meglio di ogni altro ma non può suonare la mia». Dopo alcuni dischi con John Mayer di fusione tra jazz e la musica indiana (Indo-Jazz Fusions) il sassofonista morì di cancro ai polmoni il 2 gennaio 1973. Il volume non è ancora tradotto in lingua italiana. Auspichiamo che lo sia.

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