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Stravinskij - Gubajdulina - Čaikovskij / Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Sofia Gubajdulina - Poema-skazka Pëtr Il’ic Cakovskij - Manfred, sinfonia in si minore in quattro quadri, op. 58
Auditorium Rai Arturo Toscanini - Torino - 17.12.2007
La fiaba - metafora di archetipi universali, ovvero sublimazione di situazioni soggettive, a cui sono comunque sottese figure archetipali - costituisce il motivo conduttore del nono concerto tenuto dall’Orchestra RAI nel corso della stagione 2007/2008.
I tre compositori russi in programma affrontano il tema fantastico - nel solco di una tradizione nazionale, espressa in ambito operistico da Glinka e Rimskij-Korsakov - utilizzando, ognuno secondo la propria cifra stilistica, i modelli occidentali del poema sinfonico e della sinfonia a programma.
Per “Le chant du rossignol”, scritto da Stravinskij tra il 1908 e il 1914 e ispirato a Andersen, difficilmente si sarebbe potuta trovare una guida più competente e autorevole di Vladimir Fedoseev (da oltre trent’anni alla guida dell’Orchestra Sinfonica della Radio di Mosca (oggi nota come Orchestra Sinfonica “ Caikovskij”). Il gesto chiaro e preciso viene raccolto puntualmente dai musicisti della RAI, cui bastano poche battute per immergerci in una Cina immaginaria, tra stilemi pentatonici deliziosamente kitsch e sfavillanti colori che evocano la Corte Imperiale. La sintesi tra i timbri desunti da Rimskij-Korsakov e i ritmi del Sacre, tutta giocata sulla dicotomia natura/artificio - simbolizzata dall’usignolo e dal suo “replicante” meccanico - risuona nella sala con l’incantata fluidità indispensabile a restituire efficacemente la magica e sottile ambiguità che aleggia sui due termini dell’antitesi.
Al violino di Alessandro Milano e, soprattutto, al flauto dell’ottimo Marco Jorino, va ascritto il merito di lasciar irrisolto il dilemma, sfumando dalle sonorità simil-metalliche dell’automa - contaminate, però, di cromatismi - alle ornamentazioni melismatiche dell’usignolo, troppo virtuosistici per farcelo sembrare “naturale”.
La musica scritta nel 1971 da Sofia Gubajdulina per la messa in onda radiofonica di una fiaba ceca, successivamente rivista per diventare un lavoro orchestrale autonomo, allude - piuttosto che descriverla - alla vicenda di un gessetto che, sottratto da un’aula scolastica in cui veniva utilizzato per scrivere parole e numeri noiosi, corona il suo desiderio di creatività e libertà, disegnando castelli e giardini, senza accorgersi di andare incontro, a poco a poco, alla sua fine.
La grande compositrice di origini tatare impiega un organico ridotto, sia per ottenere infiorescenze timbriche piuttosto complesse (originalissimo il trattamento degli archi) sia allo scopo di mettere in risalto alcuni passaggi solistici, che suggeriscono la valenza narrativa del brano, dalle diafane tintinnabulazioni del vibrafono, alla pensosità del clarinetto basso e del flauto, all’aggressività percussiva del pianoforte.
Toccante, nella sua semplicità, il finale, con un unico suono tenuto dal violino, condotto lentamente da Fedoseev al silenzio: gesto che non soltanto simbolizza nell’ultimo frammento di gesso rimasto l’opera musicale che, portata a compimento, si smaterializza, ma forse anche una velata protesta contro i tanti creativi messi a tacere dalla brutalità del regime comunista.
Non va dimenticato, infatti, che nel 1979, qualche anno dopo la realizzazione di “Poema-skazka” (mai eseguito in concerto, peraltro, in Unione Sovietica) , Sofia Gubajdulina compariva nella lista “nera” di sette compositori - da osteggiare e disprezzare per la partecipazione non approvata a rassegne musicali in Occidente - presentata da Tikhon Khrennikov al sesto congresso dell’Unione dei Compositori. La seconda parte del concerto è interamente dedicata a “Manfred”, ampia pagina sinfonica in cui Caikovskij, dopo non poche perplessità, si confronta con il dramma in versi di Lord Byron. Questa fiaba “nera”, scritta verosimilmente dal poeta per esorcizzare i propri drammi interiori - non ultimo la relazione con Augusta, sorellastra ed amante - ispirò nel compositore russo, anch’egli angustiato da laceranti problemi esistenziali, un’opera tanto ampia quanto irrisolta. I contrasti sono netti, ben evidenziati nell’esecuzione del primo movimento, dove il lugubre tema prefigurante la dannazione del protagonista, enunciato da clarinetto basso e fatto, stride con le lievi isole di lirismo, che evocano Astante, amata di un amore incestuoso.
La serenità apparente dei tempi successivi è percorsa da una malinconia sempre più profonda, che culmina nei rintocchi della campana e irradia fremiti sempre più sinistri. L’Orchestra evita il facile effettismo e soprattutto nel movimento conclusivo - in cui si scatena il baccanale infernale dopo il quale Manfred muore - attenua quell’enfasi macchinosa che tante perplessità suscitava nello stesso autore: meglio, per inciso, era riuscito Schumann, con le sue musiche di scena, nell’intento di ricreare l’atmosfera demoniaca del finale Una buona conferma, quindi, della maturità raggiunta dalla compagine orchestrale, che tornerà a immergersi nel repertorio contemporaneo (invero piuttosto trascurato nella stagione concertistica, specie per quanto riguarda la seconda metà del Novecento) agli inizi del 2008, con la quinta edizione di RAI Nuova Musica.
Visita il sito dell’ Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai .
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