Home » Articoli » Lyrics » Storie (minime) di chitarra

Storie (minime) di chitarra

Non c'è strumento stilisticamente più tentacolare della chitarra, assolutamente centrale nel rock e nel blues, nel flamenco e in tanta musica latinoamericana, nel country e in svariata canzone d'autore, nella tradizione gitana e in altri anfratti ancora dello scibile sonoro planetario (nel jazz e nella classica occupa posizioni magari più appartate ma solidissime), destino tutto sommato singolare se si considera che, a conti fatti, solo due chitarristi hanno realmente cambiato la musica degli ultimi cento anni, Django Reinhardt e Jimi Hendrix (certo: anche Zappa, e magari altri, ma non necessariamente attraverso il mezzo-chitarra), mentre per esempio almeno tre sono i sassofonisti (Bird, Trane e Ornette) solo nel jazz.

In questi casi parliamo del resto di storia con la S maiuscola, mentre noi oggi transitiamo per storie ben più minime (anche per numero di elementi coinvolti), contingenti, che tuttavia ci aiutano a capire quanto ciò che abbiamo appena affermato rappresenti una realtà incontrovertibile. Prendiamo il CD dedicato dal notevole chitarrista argentino Pablo Márquez al connazionale autore-interprete di canzoni (che non significa necessariamente cantautore in senso stretto) Gustavo "Cuchi" Leguizamón, El Cuchi bien temperado (ECM): già vi s'intersecano (come del resto in Atahualpa Yupanqui, a ben vedere) chitarrismo di area classica e canción.

Leguizamón (1917/2000) è originario di Salta, nord-ovest argentino (come Dino Saluzzi, fra gli altri), ed è il principe della zamba, danza classica di quei luoghi (ma non solo). Lo ha cantato—fra i tanti—Mercedes Sosa e nel 2012 già la spagnola Olga Román gli ha dedicato un tributo monografico, De agua y laurel. El Cuchi si è però espresso in tantissime altre forme di danza, cantata e non: chacarera, vidala, bailecito, carnavalito, cueca... Ne troviamo un bel florilegio—nella fattispecie spogliato dell'elemento testuale—appunto nel disco di Pablo Márquez (diciassette brani, ben oltre l'ora di musica), totalmente solitario, ammirevole per l'immacolato impianto formale ma anche felicemente ispirato. Un unicum di ben problematica surrogazione, e come tale praticamente indispensabile per chi ama la musica di queste latitudini (ma ovviamente utile anche per tutti gli altri).

Solitario (almeno come spina dorsale) e a sua volta di emanazione classica (ma con infiltrazioni, qui) è pure un album diversissimo per tanti altri aspetti, Lessness (Dodicilune) della chitarrista udinese Anna Garano, quattordici pezzi in buona parte della succitata, ma anche tradizionali yiddish e sefarditi, più uno, "Hashul," di John Zorn. Un bel pot pourri di input, non c'è che dire, che tuttavia la chitarra, rigorosamente acustica e speziata di flamenco, della friulana dota di un'invidiabile compattezza d'intenti ed esiti formali. Ci giocano anche gli ospiti presenti qua e là, in particolare, in quanto chitarrista (e che chitarrista), Marc Ribot, che si aggiunge in tre episodi alla Garano, incidendo non poco in almeno due di essi, ora lui pure acustico, ora elettrificato. Malgrado qualche scolasticità, un album di sicuro pregio, attraversato da una sottile nuance malinconica, verrebbe da dire.

Proseguendo sul tema "la solitudine del chitarrista," non ci potrebbe essere album più lontano da Lessness di quello appena pubblicato da Claudio Lodati, Animal Spirit (Setola di Maiale), disco breve (24:44), stringato anche concettualmente, quasi avaro di quelle coloriture anche melodiche cui il sessantenne chitarrista torinese, storico leader dell'Art Studio, ci ha abituati nel corso dei decenni (da Dac'corda in avanti, per capirci). Qui c'è un sacco di elettronica, di effettistica, quindi chitarra ampiamente manipolata ma anche loops, episodici vocalizzi fra il contorcersi e il litaneggiare, rumorismi vari e insistiti (il tutto senza sovraincisioni di sorta, ci viene precisato).

Riprende corpo e forza, in altre parole—non da oggi, del resto—l'anima rock-contemporanea del Nostro, come ci conferma il coevo (per uscita, distando l'incisione un anno giusto: estate 2014 contro estate 2013) Moods (CMC), che Lodati firma in coppia con colui che, in seno al succitato Art Studio, era di fatto il suo reale pendant estetico, il bassista Enrico Fazio. Qui l'anima descritta a proposito di Animal Spirit continua a imperversare, col buon Fazio che si ritaglia spazi talora un po' risicati (magistrale almeno "56-72," a sua firma, ma degno di nota anche l'immediatamente successivo "Mirror Box," in cui il duo si allarga—caso unico—al recitativo di Fosca Massucco). A conti fatti un disco e un'accoppiata da cui era lecito attendersi qualcosina in più.

Altro duo, stavolta interamente chitarristico (benché aperto a un'oggettistica quanto mai variegata), nell'ultimo album di cui ci occupiamo, Unbroken Circuit (Caligola), cofirmato dal nostro Maurizio Brunod (che proprio in Dac'corda di Lodati si affacciava ventenne sulla scena jazzistica nostrana) e dal veterano Garrison Fewell (Bostoniano d'adozione), sette pezzi (come già Animal Spirit e Moods) in cui i due musici si fronteggiano generalmente su piani distinti: più rumoristico-concreto (anche ludico, se vogliamo) l'americano, più canonicamente chitarristico il piemontese. Il meglio arriva dal trittico consecutivo (tracce 2-3-4) "Karnataka"/"Mississippi Moon Clouds" (col dialogo tra le due voci che si cementa lentamente, con esiti via via sempre più convincenti)/"Ascent" (assorto e fortemente alonato). Trattasi, in quest'ultimo caso, di un omaggio all'indiano Ram Narayan, virtuoso di sarangi, sorta di chitarra suonata con l'arco, tecnica di certo mutuata da Fewell per dar di piglio alla sua, di chitarra, toccata anche con bacchette, campanelli e ammennicoli vari. Nel complesso un buon lavoro, anche se—da quanto visto/ascoltato all'ultimo Open Jazz di Ivrea—la dimensione live sembra appartenere maggiormente al duo e a tutte le sue possibilità.

E con questo, per oggi, abbiamo concluso.


Foto
Luciano Rossetti e Luca D'Agostino (homepage).

About Garrison Fewell

Tags

Comments


PREVIOUS / NEXT




Become a Sustaining Member

Get the Jazz Near You newsletter

Since 1995, All About Jazz has championed jazz as an art form and supported the musicians who create it. Over three decades, it has grown into one of the world's leading jazz resources, serving hundreds of thousands of readers, musicians, presenters and industry professionals each month.

Help Build the Future of All About Jazz

Your support helps us continue building All About Jazz for the next generation—expanding our editorial coverage, preserving jazz history, developing new community features and creating better ways to discover the music and the people behind it.

Become a sustaining member for as little as $20 per year and you'll immediately enjoy an ad-free experience along with access to subscriber features and future articles for a full year.

Together, we're not simply sustaining All About Jazz—we're building its future. Thank you for being part of the journey.

More

Jazz article: The 4th of July
Jazz article: Sassy from SuperBlue

Popular

Read Charlie Haden: Anatomy of a Jazz Classic
Reanimating Conversations Past
Charlie Haden: Anatomy of a Jazz Classic
Read Mark Gross: Jazz for Teens

Chicche dall'archivio

Jazz article: Elias Stemeseder & Thomas Morgan a Firenze
Jazz article: Fonterossa Day #5
Live Review
Fonterossa Day #5
Jazz article: Alessandro Lanzoni al Pinocchio di Firenze

Get more of a good thing!

Our weekly newsletters highlight our top stories, top album reviews, website news, free songs, radio & podcast shows, news, and upcoming jazz events near you.